Pasquetta. Cronache dal Corona virus. 7.

Pasqua. Uno dei rischi che questo periodo di stasi forzata ha portato con sé è costituito dalla necessità di sostituire a qualsiasi forma di progetto, neutralizzato dalla quarantena, un pressante bisogno di fare, subito, e senza grandi obiettivi… ascoltare musica, vedere film, mangiare…

Ieri, a Pasqua, privato anche dell’uscita per la messa, ho ingaggiato un’estenuante gara culinaria con mio figlio che, soltanto grazie a un’interminabile fase di preparazione, ha imposto sul mio nostalgico vitel tonnè una sontuosa teglia di lasagne… E’ stata una dimostrazione affettiva inaspettata ma anche un’impietosa cartina di tornasole della povertà di scelte a cui siamo giunti grazie al virus… E oggi è Pasquetta. Il giorno tradizionalmente consacrato al rito del cibo, una ricorrenza ormai impoverita totalmente del suo tradizionale significato.

Stormi di elicotteri ronzano sulle nostre teste per impedire a chiunque di raggiungere luoghi di assembramento dove si possa celebrare questo rito e molti, tutti, ormai sono rassegnati a celebrarlo simbolicamente nei loro salotti, magari arrostendo un agnello o un maialetto di cui altrimenti avrebbero fatto volentieri a meno.

E’ l’esercizio dell’abbuffata, che maschera il dolore della privazione per una ricorrenza conviviale ma anche d’affetto… e così, paradossalmente, ci si rimpinza proprio quando si è tristi e inattivi.

C’è un dipinto di Pieter Bruegel, Il combattimento tra il Carnevale e la Quaresima, del 1559, dove si consuma una simbolica lotta, tipica della vita nel lungo Medioevo, che mi ha fatto pensare a questi giorni, quella tra i bagordi e il digiuno. Soddisfacimento del corpo contro penitenza. Il corpo oscillante tra l’umiliazione e la celebrazione. Nel dipinto il Carnevale è incarnato, è proprio il caso di dire, da un personaggio grasso, a cavallo di una botte, con un pasticcio sulla testa e uno spiedo brandito quasi fosse la sua spada. Nella parte opposta dell’opera appare una scheletrica Quaresima, recante in testa l’arnia (rimando al miele dei periodi di digiuno e, forse, anche alla laboriosità), che impugna una pala con due misere aringhe. Il seguito dei due personaggi rimanda poi alla baldoria carnevalesca da una parte e alla morigeratezza quaresimale dall’altra. Ecco, a parte l’ammirazione per questo capolavoro, anche stamattina, appena sveglio, ho pensato, chissà perché, al menu della giornata, l’ho progettato, definito nei dettagli, gustato con tutti i sensi. E subito dopo ho controllato che l’ampia scorta di Maalox non fosse intaccata. E’ stato un gesto spontaneo, quasi involontario, ma è stato sufficiente perché subito dopo tornassi a rileggere questo splendido dipinto. Ed esorcizzassi la sindrome da Pasquetta mancata.

Pasqua. Cronache dal Corona virus. 6.

Venerdì Santo.

Mentre mi preoccupavo del colesterolo e delle dosi del farmaco che dovrò prendere per tutta la vita, il nostro beneamato Giuseppi ha prorogato il gabbio sino al 3 maggio.

Non poteva scegliere momento migliore, d’altronde la Pasqua è il momento dell’attesa.

La Pasqua. Mi chiedo che significato possa avere, oggi, al di là della fede che molti di noi nutrono segreta nel proprio animo, questo periodo in fondo speciale, per tutti.

Partecipazione a funzioni impossibili in chiese chiuse da tempo?

Shopping compulsivo in negozi dalle saracinesche drammaticamente serrate?

Sono sempre stato un pignolo. Una mia amica dice che si tratta di perfezionismo… se in una frase sbaglio una frase o un termine poi ci rimugino per giorni. Figuriamoci se lo fanno gli altri. Anche se a volte uso le parole come pedine. Mi fisso. Per costruirmi un’immagine. Il più possibile sincera, di gradimento, per gli altri. A volte mi fisso anche sui numeri. Un po’ come i grandi intellettuali del Medioevo che adoperavano il 3, il 7 e il 10 come una garanzia per l’Aldilà. Il numero di oggi è 37, che sarebbero le volte che ci siamo svegliati con l’imperativo di rimanere a casa e siamo andati a letto con la speranza di dormire per almeno 5 ore, 5, che non è un numero magico ma è il minimo per affrontare la giornata successiva. Ci sarebbe anche il 268, che è anche l’ultimo valore del mio colesterolo. Ma questo è un altro discorso. Si parla tanto, in questi giorni, di numeri, e non sono numeri che invogliano ad affrontare la giornata. Ecco, mi piacerebbe che per qualche giorno non si parlasse più di numeri come elementi di statistiche deprimenti, ma come simboli di speranza per il futuro. Che i contagiati, persino i deceduti, fossero persone per cui pregare e sentirci uniti nel superare questo dramma. Per sentire la Pasqua più vicina.

La Pasqua.

La scena di Gesù che avanza verso Gerusalemme, dipinta da Giotto, è forse per questa ricorrenza l’immagine più attuale. C’è chi si prostra, chi è soltanto sorpreso e chi addirittura si copre la testa col mantello perché non accetta l’arrivo di un Salvatore… e forse non solo per colpa sua.

Cronache dal Corona virus. 5.

Primo giorno di primavera. Sento ancora il bisogno di scrivere. So che è banale, ma scrivere è sempre stata per me come una molla per reagire, soprattutto nei momenti più difficili della vita. Perché scrivere unisce, e a me pare invece che negli ultimi giorni si stia riaffacciando quell’antico vizio del rinserrare le fila, del distinguere il diverso, runner o rompiscatole che sia, per affermare una posizione che è semplicemente nelle cose. Stiamo vivendo un momento orribile e non abbiamo i mezzi per affrontarlo, a meno che non pensiamo di essere degli unti dal Signore.
Dovremmo accettare soprattutto le posizioni sbagliate, gli sfoghi, anche ingenui ma mai ingiusti. Perché chi è in Ospedale è un eroe ma gli altri non sono necessariamente dei numeri inutili. E non guastando antiche amicizie, a meno che quelle amicizie non fossero tali. Avvicinandoci a tutti, in nome della nostra comune debolezza.

A ben pensarci, il pericolo, insito nella situazione anomala che stiamo vivendo, è proprio che ci si abitui, che ci si senta attratti da ritmi che non hanno nulla di naturale. Che l’imperativo categorico, la massima morale si coniughino all’atto contro natura. Che sia giusto stare chiusi in pochi metri quadri, andare a fare la spesa soltanto una volta alla settimana, far pisciare il cane sulla porta di casa, connettersi con tutti i colleghi, rispondere a tutti i loro messaggi, far lezione allo schermo di un pc.
È sempre più difficile distinguere la normalità. Un amico mi ha inviato la storia di un vecchio professore americano che si è rifiutato d’abituarsi all’anomalia e ha registrato le sue lezioni in un’aula vuota. Unico spettatore una bambola in legno di Pinocchio. L’ho invidiato.

Il dramma maggiore della lunga crisi in cui siamo piombati inconsapevolmente, senza nemmeno sospettarne la gravità, sta nel non avere più punti di riferimento, scadenze certe, obiettivi.
Quando finirà?
E se finirà che conseguenze lascerà in noi?
Queste sono le domande che ci tormentano quotidianamente, e allora, per cercare di sopravvivere ci inventiamo nuovi, falsi miti che ci permettano di andare avanti… il rispetto delle regole, il potere della scienza, il culto della forma.
Anche il Papa ha voluto dire la sua.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine, ha detto, ed ha aggiunto che è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
L’appartenenza come fratelli.
Ecco, forse in queste parole c’è veramente la chiave per interpretare questa difficile fase di transizione. Che siamo credenti o no.

Senza accorgermene ho perso il conto dei giorni. Sarà perché improvvisamente ho sentito un gran freddo. Dicono che il rallentamento dell’attività industriale favorisca un ritorno a climi più consoni alla nostra stagione. Dicono. Arrivano foto. L’acqua del Canal Grande è per la prima volta limpida e i pesci sono tornati a nuotare nella Fontana di Trevi. Le lepri si riappropriano dei loro spazi nei parchi vuoti di Milano.
L’uomo rimane rinchiuso nelle proprie case e la natura, fuori, rinasce.
C’è da riflettere.

Una strana festa del papà. Cronache dal Corona virus. 4.

Il 19 marzo appare ormai chiaro come questa situazione di blocco totale sia urgente quanto drammatica, e si comincia a contingentare anche l’accesso ad attività che prima ci parevano necessarie, come Poste e supermercati.

Oggi è una strana festa del papà, la più strana da sempre per chi ha almeno due figli adolescenti o ancor più piccoli.
I ragazzi stanno vivendo un periodo ingiusto, come gli anziani, che a Milano sono lasciati morire nelle case di riposo.
E’ un periodo di impotenza oggettiva, ma la sofferenza a cui sono sottoposti i più piccoli, con le privazioni dell’immobilità permanente, dell’interattività dell’istruzione, del bombardamento di notizie che ne abbattono l’umore dovrebbero perlomeno essere considerate dall’opinione pubblica.
Insieme alla sofferenza dei padri, che ne devono alleviare la sensazione di ineluttabilità.
Oggi i padri meritano questa festa, meritano che questa festa, per una volta, venga presa sul serio.

E’ il quindicesimo giorno di reclusione forzata, e ormai si esce soltanto per una veloce spesa e per pagare le bollette. Le strade sono deserte. Ogni tanto sfreccia un’auto, forse diretta a uno degli ultimi avamposti lavorativi. Le giornate sono molto stancanti. Rimanere a casa tutto il giorno è dura. Le stesse lezioni interattive, in sincrono, in asincrono, i corsi a distanza, le chat, le correzioni delle verifiche sulle piattaforme, assorbono molte più energie delle antiche lezioni, quelle reali, con gli esseri umani in carne e ossa, dove sputavi l’adrenalina in un reciproco scontro d’umori.

Intanto scende la sera sul piccolo mondo sopravvissuto al Covid-19… il porto, i duecento metri da percorrere per arrivarci e poi tornare, per affacciarsi nuovamente dal balcone di casa.

Sembra l’inizio di un racconto di Brown, ma è la realtà di oggi, purtroppo.

Giovedì 19 marzo 2020.

Sui confini di un’Europa che non esiste più.

C’è un libro, piccolo, maneggevole, sottile, che riprendo spesso in mano, per svariati motivi. Intanto è il libro di un amico, e poi parla di Europa, di questo nostro continente-nazione che ci unisce e ci divide da trent’anni almeno, da quando cioè in un piccolo centro del Lussemburgo è stata ratificata la Convenzione che ha dato inizio alla cosiddetta area Schengen.
L’autore, Marco Truzzi, protagonista di un viaggio attraverso il nostro continente iniziato nel 2015 insieme al fotografo Ivano Di Maria, si interroga soprattutto sulla differenza tra frontiere e confini, per scoprire quanto questi ultimi stiano tornando a essere barriere a volte insormontabili non soltanto per l’esercito di migranti provenienti dal sud del mondo ma anche per chi in questa Europa c’è nato.
Ceuta e Melilla, per esempio, il più grande paradosso europeo, due enclavi spagnole in territorio africano, dove gli africani vengono fermati nel tentativo di superare la rete che li collocherebbe in Europa, in due città che però di europeo non hanno nulla.
O la Francia, divisa tra gli scogli di Ventimiglia e la giungla di Calais, dove la terra in cui è per prima nata la democrazia costringe migliaia di esseri umani a vivere serrati come bestie senza diritti.
O ancora l’Europa orientale, dove il concetto di confine torna a essere frontiera, barriera contro popoli fratelli.
Sud, ovest, est… e il nord? Un non luogo dove una popolazione sempre più vecchia è convinta che ognuno debba stare a casa propria.
E se la Grecia è il nuovo, sterminato campo profughi moderno, questo viaggio non può che concludersi ad Auschwitz, dove tutto è cominciato. L’utero di un’Europa rassegnata a essere divisa, nonostante gli sforzi di chi la vorrebbe unita.
Sui confini è un libro che brilla spesso come un’infografica del Guardian, e che alla fine diventa quasi un intimo libro di viaggio, animato dalle persone che li abitano per davvero, quei confini. Un libro piacevole, lontano dal saggio sociopolitico, un diario che affascina, coinvolge e commuove. Sempre.
Grazie ancora, Marco.

Il nido nell’ombra.

No, mia dolce Mariù, non sono sereno. Questo è l’anno terribile, dell’anno terribile questo è il mese più terribile. Non sono sereno: sono disperato. Io amo disperatamente angosciosamente la mia famigliola che da tredici anni, virtualmente, mi sono fatta e che ora si disfà, per sempre…

Così scrive da Roma Giovanni alla sorella Maria Pascoli, riferendosi a Ida, il terzo vertice di quel triangolo familiare che era riuscito faticosamente a costruirsi e che dieci anni dopo minacciava di finire in frantumi con l’annuncio delle prossime nozze della sorella maggiore.
Il nido.
Un termine centrale nella complessa personalità del poeta di San Mauro che, dopo l’assassinio del padre, nel 1867, e gli altri successivi, tragici lutti familiari, aveva cercato di rimediare alla dissoluzione della famiglia originaria letteralmente inventandosi una vita coniugale con le due sorelle da poco uscite di convento.
In breve, Giovanni, con Ida e Maria, s’era immerso, a seconda delle circostanze, nella parte di fratello, padre, figlio, sposo, e loro per Giovannino avevano recitato anche il ruolo di figlie, madri e spose. 
Terminate le peregrinazioni per l’Italia, a causa del suo impegno d’insegnante, dal 1885 la casa di Massa era diventata per lui finalmente un luogo gioioso, spensierato e soprattutto rassicurante.
Dieci anni dopo, inaspettato, il tradimento, e da quel momento il rapporto tra i due superstiti diventò ancora più morboso… la ragazza prese a considerare Giovanni il suo fragile figlio mentre lei era per il fratello la sua povera mamma. In questo quasi surreale rapporto tra fratelli, il grande poeta cominciò presto a chiedersi cosa poteva fare per accrescere il suo amore per la sorella, che lo ricolmava di ogni possibile attenzione.

Dove arriveremo, se va cosi’? Quando sara’ il nostro ultimo giorno, il nostro bene non ci starà più nella terra, e gli occorrerà tutto il cielo…

Così scriveva il poeta romagnolo, in una delle ultime lettere, rendendosi conto dell’impossibilità di sostenere oltre una simile relazione.
Nonostante il loro tentativo di restare fedeli all’iniziale idillio, con il passare degli anni l’amarezza di Giovanni e Maria cresceva, assieme al senso dell’avvicinarsi della morte.
Improvvisamente i due fratelli si resero conto che la loro vita in comune era stata assurda, perché si erano condannati a un amore non praticabile, a una vecchiaia senza i figli che Ida aveva invece concepito. Ma ormai era troppo tardi.
Lui frequentava da troppo tempo le osterie, e il vino, che lo porterà alla fine, mentre la sorella, rassegnata a un ruolo di remissiva suora laica, era diventata sorda a qualsiasi dramma terreno.

Le dive membra di una scaltra cortigiana.

Nel 1801 Ugo Foscolo è a Milano.

Ha sottobraccio il manoscritto incompiuto del suo romanzo, a cui vuol dare un degno finale dopo che leditore Marsigli a Bologna l’aveva pubblicato a sua insaputa, facendolo completare da un mediocre letterato.

Fugge, fugge sempre… ora è un ufficiale delle truppe napoleoniche reduce dalla vittoriosa difesa della città di Genova contro le truppe piemontesi.

Racconta delle sue imprese, a volte esagerando.

Ha un temperamento focoso, e si porta già dietro una fama di impenitente donnaiolo.

Prende casa in via della Spiga, a pochi passi dal palazzo del conte Arese, un uomo gentile e anche ironico. Il conte è sposato con una giovane e avvenente marchesina, e, riferendosi a lei, si sfoga con una lievità sorprendente.

Ho fatto rifare la facciata del mio palazzo perché tutti l’amassero, e piace solo a me. Ho scelto mia moglie perché piacesse solo a me, e piace a tutti…

La ventitreenne Antonietta Fagnani è già da tempo nota in città come donna attraente, dai lunghi capelli neri e dalla voce sensuale, colta e molto disinvolta, ma Foscolo inizialmente la cerca perché vuol farsi tradurre dal tedesco il Werther di Goethe. E lei l’aiuta, sostenendolo anche nella definitiva stesura dell’Ortis.

L’approccio iniziale di Foscolo è malinconico, quasi vittimistico… vuole colpire il lato materno della marchesina.

Io voglio scommettere cento contr’uno che vi siete dimenticata della magra e malinconica persona del povero Foscolo… Sono stato malato, e malato gravemente; e non credo di esser guarito se non per bevere più amaramente nel calice della vita, di cui veramente sono stanco…

Lei, Foscolo questo non lo sa, o forse finge di non saperlo, non ha bisogno di simili sotterfugi e gli si abbandona consapevolmente, come ha già fatto con altri numerosi amanti prima di lui.

I due giovani coetanei s’incontrano sempre più spesso, ai caffè, a teatro, e presto si lasciano andare a una relazione carnale a cui forse avevano pensato sin dal primo istante.

Non c’è luogo dove non si abbandonino a lunghe notti d’amore, con la complicità della cameriera di lei e dell’attendente di lui.

La Milano napoleonica è una città molto diversa da quella severa dell’epoca austriaca. L’arrivo dei soldati francesi ha ridato vigore a quella piccola nobiltà e a quella borghesia in precedenza parzialmente ignorate dalla raffinata corte austriaca. Nei caffè si parla di tutto, fuorché di letteratura, nei salotti le dame tendono più che altro a mostrare le proprie provocanti nudità, mentre al teatro alla Scala, recentemente inaugurato, la nuova aristocrazia cittadina si reca, più che per seguire gli spettacoli, unicamente per isolarsi in disparte nei palchi a essa riservati.

Antonietta è parte della città, e così ben presto l’avventura con quello scrittore melodrammatico e un po’ malinconico comincia a stancarla, e inizia a tradirlo con uomini più rudi e concreti.

Lui le scrive sempre più frequentemente, facendo esplodere tutta la sua gelosia.

Ti senti capace di darmi tutta la tua anima, di abbandonarti a me solo, di amarmi… e di non sentire in tutto l’universo che me solo, com’io non sento che te?

Il tradimento di lei diventa un’ossessione, e lui ora recita la parte dell’amante sconsolato, quasi con sottile piacere… Io sono forse il mio carnefice, dice in un’altra lettera alla marchesina. La verità è però che nella realtà anche lui la tradisce, e quando lei si stanca di quella teatralità Foscolo si fa vedere con diverse amanti.

In una di queste relazioni il poeta veneziano contrae addirittura una malattia venerea e la trasmette ad Antonietta, costringendola a letto.

E’ l’inizio della rottura, di liti continue e recriminazioni sulle responsabilità del contagio. Poi, quando le acque si calmano, ritorna l’affetto, e mentre lei lo abbandona ufficialmente, lui le regala quell’amicizia amorosa che nell’ode All’amica risanata risalta nel riferimento alle dive membra di lei, che sorgevano dall’egro talamo dove lui l’aveva costretta.

veggo la rosa; tornano i grandi occhi al sorriso insidïando…, scrive Foscolo, ancora innamorato, e forse cosciente del destino di quell’amore sin dall’inizio così tanto terreno.

Invisibili… a distanza. Cronache dal Corona virus. 3.

Fare il docente era diventato essenzialmente questo. Senza timore di diventare cinici, anche provocare nei ragazzi le più svariate battute di spirito era sintomo del successo di una lezione. Significava che erano stati colpiti, che erano stati presi in considerazione, e che qualche risultato lo si poteva attendere con sufficiente sicurezza. Questo era il tesoretto di un moderno docente. E io l’avrei sfruttato. Soprattutto con i ragazzi più giovani, più problematici, più assenti. Tre in particolare. Tre assenze differenti… Michael, Marcello, Ahmed. Tre presenze invisibili.

Oggi tre ragazzi, diversi, ma soltanto nei nomi, mi hanno messo per ore a dura prova… eppure facevamo lezione… a distanza, come si dice oggi. Mi hanno investito dei loro problemi esistenziali apparentemente irrisolvibili, delle ribellioni a muso duro, di ritrosie indecifrabili, e mi sono tornate alla mente quelle righe, concepite per un romanzo, nemmeno tanto lontano, scritto due anni fa. Così, ho capito che la realtà dell’aula non è molto diversa da quella filtrata dallo schermo di un pc.

Evidentemente ci voleva il Corona virus per costringere migliaia di insegnanti a votarsi al nuovo verbo della didattica digitale. Certo, mi ci metto pure io, sia ben chiaro, anche se qualche contenuto sulla piattaforma dell’Istituto, io, lo inserivo già da tempo, ma l’improvvisa assenza fisica, corporea quasi, della componente principale che dà un senso alla scuola, e cioè gli alunni, ha determinato senza più rinvii la vera rivoluzione copernicana. Improvvisamente, chat, notifiche, piattaforme multimediali hanno sostituito in toto la scuola, quella vera, e tutti hanno dovuto prendere atto che non poteva più sussistere alcuna alternativa alla didattica a distanza. Via, subito, a comprare tablet, spendere ogni euro del bonus che ancora era rimasto in giacenza dall’ultimo libro acquistato, scaricare applicazioni, memorizzare password improbabili, anche se i soldi non bastano per tutti… anche per noi.

Ci sarebbe il nostro, vecchio, pc fisso, ma quello non ha né microfono né telecamera, e da quando il Governo ha imposto il blocco sui beni non necessari è quasi impossibile reperirli… si prevedono tempi difficili, penso, e mi rendo conto che sono veramente i più complicati mai vissuti da noi insegnanti in fondo istintivi, empatici, quasi romantici. L’obbligo dell’uso di piattaforme e ambienti didattici sempre più sofisticati, dettato dalle necessità, ci ha portato a vestirci di un abito che in fondo ci sta stretto, ma certi limiti sono diventati irrinunciabili. E comunque è bello sentirsi coi ragazzi, anche così… anche solo per stabilire contatti, dettare scadenze, avvertire l’insicurezza che li avvolge, muta. Tranquilli, io sarò sempre con voi, viene voglia di sussurrargli, anche dietro il sottile muro dello screenshot di una piattaforma, io sono sempre presente, sempre uguale a me stesso. In attesa di abbracciarvi al rientro. Perché voi siete l’unica piacevole eccezione a un lavoro troppo spesso tristemente ignorato. Ecco. Solo così la scuola non perderà mai la sua sacralità originaria, la dote dell’empatia che sola potrà salvarla, ci diciamo, convinti di aver superato anche quest’ennesima, ardua prova per il nostro complesso mestiere. E forse è vero che questo virus sta tirando comunque fuori il meglio di noi, nella paura che ci attanaglia, giorno dopo giorno, caso dopo caso… una paura, un’insicurezza che s’insinua subdola, muta, specie tra i più giovani, ed è stato per questo, forse, che oggi, per la prima volta nella mia vita, ho dato la buonanotte a un mio alunno, e mi è sembrato normale.

“Sono partiti prima della mezzanotte”… cronache dal Corona virus. 2.

Sono partiti prima della mezzanotte. Nonostante le grida che proibivano di lasciare la città e minacciavano le solite pene severissime, come la confisca delle case e di tutti i patrimoni, furono molti i nobili che fuggirono da Milano per andarsi a rifugiare nei loro possedimenti in campagna… è Manzoni che scrive così, nei Promessi Sposi, della fuga dei nobili da Milano all’effettivo insorgere del contagio.

Sono trascorsi quasi quattro secoli, ma la sostanza non cambia… l’animo umano è ribelle alle regole, soprattutto quando si vede limitato lo spazio della propria libertà, e in questa fuga dalle imposizioni, fatalmente, arreca danno ai propri simili. Così, a cavallo della mezzanotte tra il 7 e l’8 marzo, molti lombardi, oggetto delle disposizioni sulle restrizioni relative alla zona rossa, assaltano i treni e tornano dai parenti e nelle proprie seconde case al sud e nelle isole.

E’ uno dei motivi per cui, appena due giorni dopo, la zona rossa viene estesa a tutta Italia.

10 marzo. Oggi sono uscito, con l’autocertificazione in tasca. Dopo le prime indiscrezioni di ieri notte temevo di essere fermato da una squadra della Polizia in assetto di guerra, e invece ho visto soltanto una fila alla Panetteria che manco a Versailles. E’ presto, ancora, per valutare le conseguenze delle disposizioni di contenimento del virus, c’è ancora molta confusione sull’interpretazione del testo, ma la gente assalta i forni come nel giorno di San Martino del 1628 a Milano.

All’intorno era un batter di mani
e di piedi, un frastuono di mille grida
di trionfo e d’imprecazione. L’uomo del fascio lo buttò su quel mucchio; un altro, con un mozzicone di pala mezzo abbruciacchiato, sbracia il fuoco: il fumo cresce e s’addensa;
la fiamma si ridesta; con essa le grida sorgon più forti. – Viva l’abbondanza!
Moiano gli affamatori! Viva il pane!

Certo, al posto degli alabardieri al comando del capitano di giustizia dell’epoca spagnola, oggi abbiamo i vigili, confusi, spauriti, e anche un po’ solidali della polizia urbana cittadina, ma il testo del Manzoni, mai come ora, assume un valore eterno. Il grande scrittore milanese era rimasto in fondo, dentro di sé, un convinto illuminista, e forse, un po’ illuminista, è anche questo governo a guida cinquestelle che, da quel giorno, a cadenze quasi regolari, monitora la chiusura di quasi tutte le imprese commerciali e d’ogni altra attività che possa costituire motivo d’assembramento. Ma lo scrittore milanese era anche un profondo conoscitore dell’animo umano, soprattutto di quello italiano, e se avesse potuto, oggi, avrebbe scritto stupende pagine sulle scappatoie che gli italiani, non tutti certo, hanno messo in atto da quel giorno per aggirare, almeno parzialmente, quelle misure… dalle frequenti uscite per stimolare nei loro cani innaturali bisogni fisiologici alle innumerevoli spese frazionate utili a una continua e salutare attività fisica.

Le furberie, certo, tipiche della società dei consumi. Ma è incredibile, come per il resto, dentro le pagine del romanzo manzoniano, ci sia già tutto della tragica vicenda attuale e alla quale ancora purtroppo dobbiamo assistere quasi impotenti… dalla certezza della pericolosità degli stranieri, allora gli alemanni, oggi i migranti, allo scontro violento tra le autorità, alla ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, al disprezzo per gli esperti, ma soprattutto alla caccia agli untori, allora inesistenti, oggi normali, ma forse eccessivamente criminalizzati, come gli ingenui runners, dalle voci incontrollate, ai rimedi più assurdi, dalla razzia dei beni di prima necessità, appunto, alla drammatica e pietosa emergenza sanitaria.

Cronache dal Corona virus. 1.

Tutto è cominciato così, talmente così sottotono che ora appare soltanto come un pallido ricordo.

5 marzo. Oggi niente scuola, anche se non si capisce ancora se riusciremo a organizzare qualche misteriosa lezione online oppure se ci faranno recuperare questi inattesi giorni di sosta durante le prossime vacanze pasquali. Anche perché non è che dieci giorni regalati all’inizio di marzo e con l’obbligo della reperibilità possano offrire molte alternative, tipo partire per i Caraibi… anche perché il Corona magari c’è anche lì.
Bisogna organizzarsi. C’è da mettere in ordine la scrivania, oberata da pile di cartacce accumulate in settimane di febbrili attività, c’è da andare alle Poste per pagare la multa arrivata ieri.
Arrivato alla piccola filiale del Palazzo Regionale vedo tutti i clienti fuori in fila. “Che succede? Non si entra?”, faccio, un passo avanti per avere una risposta. “Si entra solo per prendere il numero e poi si aspetta fuori. Applichiamo soltanto le disposizioni…” Una vecchietta chiede se può aspettare dentro, al caldo. Le viene concesso. D’accordo. Arriva il mio turno e torno a casa.
Provo a rilassarmi. Arriva il messaggio dalla Società sportiva… gli allenamenti sono sospesi a causa del virus. Apro il Registro… bisogna organizzare le attività didattiche tramite la piattaforma. Accendo la radio… anche le udienze nei tribunali verranno sospese.
Basta. Chiudo tutto. Se devo rimanere isolato dal mondo almeno voglio illudermi che sia io a volerlo.

6 marzo. Sono soltanto due giorni di astinenza e già si avvertono i primi pericolosi sintomi. Dello stress, non del virus. Camminando per le strade capita che le persone spesso frenino inspiegabilmente per piantarsi a non meno di un metro da te, mentre anche gli amici viaggiano con l’amuchina in una mano e la paura nell’altra. Ricordiamoci che ne uccide più lo stress che il Corona tuona l’esperto, ma è tutto inutile. D’altra parte lo stress aumenta proprio perché manca la naturale abitudine ai ritmi quotidiani, scopriamo che la scuola tanto odiata dai nostri figli in fondo era un’ottima valvola di sfogo per i loro bollori e ci troviamo a combattere una nuova aggressività che nasce dall’incertezza e da una preoccupazione che nulla ha a che fare con il virus. Poveri ragazzi, le videolezioni sono fredde, manca il contatto con il tanto odiato insegnante. Le società sportive sono chiuse e non offrono spiegazioni convincenti ai loro atleti. La sera sono stato al Poetto, in un campo da basket invecchiato dalla pioggia e dal vento. Magicamente si è riempito, di tante persone in fuga dalle loro case e dalla paura di restar soli con se stessi. E’ stato bello tirare, come quando si era bambini, e i campi erano tutti aperti, senza nessuna direttiva ministeriale a impedirne l’ingresso.

7 marzo. La sera sono nuovamente uscito, con due amici mi sono seduto ai tavolini di Piazza Yenne. Non c’era la solita folla del sabato sera, ma tanti ragazzi, tante più ragazze, a dire il vero, non so perché, infreddolite e spaventate soprattutto dall’improvvisa grandinata venuta giù da un cielo viola come una vecchia ferita. Si stava attenti a non sfiorarsi, nemmeno con lo sguardo, quasi offesi da un invisibile nemico, vigliacco a tal punto da non farsi vedere…

8 marzo. Domenica. A messa ci si siede a file alterne, tre per banco.
Ah, dimenticavo… è assolutamente vietato scambiarsi il gesto della pace.

9. marzo. Da oggi in tutta Italia saranno chiusi cinema, teatri, concerti, musei. Una scelta necessaria e dolorosa, si dice.
C’è un’aria di coprifuoco, da ultima chiamata, tanto che la sera (ancora una volta) sono uscito. Sono andato all’Auchan, quello ancora aperto, a Pirri. Mi sono detto, dobbiamo stare in casa, ma poi ho pensato che se devo stare in casa dovrò pure farmi una scorta di viveri, e così sono uscito, e, insomma, a parte che le uova e le batterie mi servivano davvero, io, l’Auchan, come oggi, non l’avevo mai vista… poche decine di persone in tutto tra i banconi, la passeggiata e i negozi, quasi tutti serrati. Tra la dismissione del marchio e la paura per il Corona ho avuto soprattutto la netta percezione di un periodo di decadenza… passino, mi son detto, le mascherine improvvisate per giustificare l’arroganza di un’uscita fuori casa, i guanti d’ordinanza, passi l’asciutta professionalità della commessa che impone forse tre metri di sicurezza tra un cliente e l’altro… passino tutte le misure di prevenzione che volete, ma ciò che mi ha fatto più male è stata la sensazione di essere tornato a casa senza aver visto nemmeno un sorriso.