La scelta di Paride.

 

Nella sala conferenze era già cominciato il Congresso di Medicina fisica e riabilitazione.

Paride era entrato cercando da subito le sue prede… il gruppo dei medici relatori. Tra loro riconobbe alcuni clienti che aveva già conosciuto a Cagliari.

Il dottor Parisi teneva banco. Appena lo vide, il luminare si preparò il solito discorso.

“Mi spiace, Paride, ma i suoi articoli sono troppo costosi… lo sa”.

Paride non si perse d’animo e tornò all’attacco. Vide il collega di Parisi, Puddu, che sapeva più morbido, ma anche quello, appena lo scorse, passò sulla difensiva.

“Quante volte te l’ho detto, Paride? Nessuno mette in dubbio la qualità delle tue macchine, ma adesso ci sono cinesi che fanno le stesse cose a minor prezzo”.

Niente. Lui però non si voleva arrendere ancora. Anche perché non poteva permetterselo. Gli servivano soltanto diecimila euro e se li sarebbe procurati, in un modo o nell’altro. Così provò per l’ultima volta, spavaldamente.

Davanti a lui il Primario sorseggiava una vodka. Appena vide Paride si allontanò con fastidio.

Lui lo seguì, imperterrito. Era stanco, ma nonostante tutto si sentiva ancora combattivo.

“Signor Rombi, mi lasci in pace o sarò costretto a chiamare la sicurezza”.

Si sedette. Ora aveva toccato il fondo, ma rimaneva ancora l’ultima carta. Aveva già deciso. Prese un vassoio di bignè e li mangiò in un boccone. Sarebbe ricorso a Cristina, con ogni mezzo. Sì. Si guardò attorno. Salutò idealmente la sua vecchia vita. Vuoto d’un fiato il flute e si alzò.

Un cameriere gli riempì un altro bicchiere ma lui passò oltre.

Uscì. Salì al piano superiore. Entrò direttamente nell’ufficio di Cristina.

Lei sembrava quasi aspettarlo.

“Che c’è, Paride?”

“E’ una normale emergenza, Cristina… perdonami”.

“Dimmi”.

“Devo anticipare una cifra… sai, devo portare una macchina all’Azienda e ho bisogno di una somma…”

“Certo… quanto?”

“E’ una macchina indispensabile… come hai detto?”

“Ho detto certo… sei una persona straordinaria, un medico premuroso, unico, la società ha bisogno di persone come te”.

Si alzò e andò al piccolo secretaire in fondo alla stanza. Aprì un cassetto e ne tirò fuori una mazzetta di banconote.

Lui era rimasto impalato, incredulo.

Lei gli porse i soldi e corse in doccia.

“Aspetta solo che abbia finito la doccia, andremo insieme”.

“Grazie, sei un tesoro… quando finirà questo inferno ti porterò a fare un viaggio intorno al mondo… non ci separeremo più”.

Quando lei aprì l’acqua, però, lui uscì velocemente.

Chiuse la porta. Alla Reception gli restituirono i documenti e lui ringraziò.

Fuori c’era di nuovo il sole.

Cristina lo vide entrare dal cavedio sopra il box. Vide i suoi raggi caldi poggiarsi sui tubi.

Allora perché l’acqua era fredda sotto il getto della doccia?

Schizzò fuori dal box per non congelare e chiamò Paride.

Non rispose nessuno.

Non trovandolo, Cristina si preoccupò. Lo cercò dappertutto, fino a quando non le sorse un dubbio e andò al secretaire.

La cassa era vuota. Completamente.

Così capì. Afferrò il telefono. Alla Reception non rispondeva nessuno.

Cristina insistette, fino a quando non giunse una voce.

“Il signor Rombi? E’ partito da pochi minuti”.

“Ma come… non ha lasciato detto niente per me?”

“No, non ha lasciato detto niente. Soltanto che per il conto avrebbe pensato a tutto lei…”

Le luci di Torino.

 

“Quando ho visto il tuo nome, sulla brochure dell’hotel, mi son detto che era il caso a farci incontrare nuovamente, dopo tanto tempo”.

Il viso di Cristina s’illuminò.

“Sapevo che avresti fatto carriera… ma non pensavo fino a questo punto”, continuò lui.

“Quando sono partita mi sono guardata attorno… avevo una laurea in economia e un discreto gusto estetico. Ho fatto due più due e mi sono buttata nel settore alberghiero. Per sei anni è arrivato un lavoro da direttrice in un modesto hotel di Rivoli, che ho trasformato in un piccolo gioiello… poi, un giorno, ho ricevuto questa offerta ed eccomi qui”.

Ora crederà che l’invidi veramente, pensò Paride. Sorrise e girò lo sguardo attorno a lui.

Gli era sempre piaciuta quella piazza, così torinese, con tutti quei palazzi severi ma rassicuranti.

Il monumento del duca che ringuainava la spada dopo la vittoria di San Quintino era imponente.

La chiesa più antica, che portava il suo nome, sempre leziosa, oltre la folla che ne nascondeva il prospetto… il rosone, semplice, con quei raggi rigorosi che stritolavano ogni sguardo desideroso di posarsi altrove.

Sorseggiò il tè con gusto, quindi si rivolse nuovamente a Cristina.

“Ti va di fare una bella passeggiata?”

“Sì… facciamo così, ci penso io… Prendiamo l’auto, l’ho parcheggiata a pochi passi da qui. Le luci di Torino sono bellissime di notte”.

“D’accordo”.

Si alzarono e raggiunsero lentamente il parcheggio in via Giolitti.

Quando Paride vide la Porsche Cayenne fece un salto.

“Un’auto splendida, complimenti”.

“Ma tu non avevi una Ferrari fiammante?”

“Sì, ma sai, con tutto quello che costa tenere un’auto del genere oggi…”

“Già”.

Le luci di Torino sono soffuse, non intense, come quelle di Parigi, pensò lui… le bugie riescono meglio.

Passarono al largo di Piazza Castello, sfiorarono Piazza Solferino e volarono nel traffico accanto alla Cernaia e al monumento del re, alto e maestoso sopra la città.

Quando arrivarono all’hotel, lei entrò nel parcheggio. Gli prese la mano, sicura, e lo accompagnò verso la piccola suite.

Lui la seguiva, docile. Entrato in camera, si riempì un bicchiere di whisky.

Cristina si avvicinò tendendogli la sigaretta che le pendeva un po’ fuori luogo da mezz’ora su quelle labbra carnose che aveva sempre esibito con orgoglio.

Paride si disse che nonostante l’età lei conservasse ancora qualcosa di nobile nel suo sguardo. Decise che per lui era bella, anche se bella, forse, non lo era più… una vera donna, questo sì, per di più in carriera, e questo l’aveva fatto sentire nuovamente orgoglioso.

Lei si muoveva in maniera nervosa, ma sempre elegante.

La camicetta aderente le metteva in risalto il corpo ancora tonico e vitale.

Lui le toccò i capezzoli e lei si lasciò andare.

Lui la guardava negli occhi.

Si sentiva finalmente sua. Era quasi inebriata dal fatto di essere corteggiata dal bel Paride che, quando ancora erano al Liceo, non l’avrebbe mai degnata di uno sguardo simile… la sua mente, per un attimo, era quasi protesa verso un sogno impossibile, senza legami, vincoli di carriera… c’erano soltanto lei, rampante ma in fondo timida Capo ricevimento di un grande hotel e dall’altra lui, Paride, irraggiungibile playboy che per vivere non aveva mai avuto bisogno nemmeno di pensare al lavoro.

Quando tutto finì, a lei era sembrato d’aver fatto all’amore in un modo nuovo e speciale, a lui di aver fatto come sempre il suo dovere.

E’ un gran vantaggio, pensò lui, non sbagliare mai un colpo, anche quando si fa l’amore soltanto per dovere, o forse per inganno. Non dormì, pensando a come sfruttare quel vantaggio che si era costruito così abilmente. Alle tre di notte crollò e sognò di rubare a un bambino. Non era mai stato così facile. Si svegliò all’alba, ancora stretto a lei in un febbrile abbraccio. Così, non appena i riflessi del sole erano penetrati tra i vetri, lui si era scostato, spostando leggermente di lato Cristina, quasi con fastidio.

Cosa ci faceva lì, lui che, quando da ragazzo frequentava le feste del Lido, si muoveva con quella sfrontatezza inconscia che gli rendeva facile ogni impresa. Entrava sicuro, come per la riscossione di un tributo a lui dovuto, si concedeva con indifferenza, come nell’assolvimento di un dettaglio di poco conto.

Rabbrividì a quei ricordi. Si guardò allo specchio, invecchiato. Guardò ancora una volta la donna, avvolta dalle coperte, certo non bella come le donne che avrebbe potuto ancora avere se solo…

Eppure, dopo anni, avvertì per la prima volta la possibilità di una nuova libertà. Quella più facile.

Ora, grazie a Cristina, avrebbe potuto risolvere tutto. E si sentì nuovamente, diversamente felice.

Non poteva più contare su quel ridicolo lavoro che gli avevano procurato per pura pietà. Non era tagliato, e ora sarebbe andato lì soltanto per scrupolo, ripescando dal suo repertorio le battute più ovvie. Sapeva che non sarebbe riuscito nel suo intento, e allora avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di quella donna, anche se non aveva più la spavalda purezza di quando era ragazzo, ma l’avrebbe fatto egualmente. Ne aveva troppo bisogno.

Ciò che contava, ora, era il risultato.

Si alzò e si fece la doccia.

Fuori l’aspettava il mondo reale.

 

Dieci anni dopo.

 

L’albergo era esaurito per il Congresso di Medicina fisica e riabilitazione che si sarebbe aperto l’indomani.

Cristina diede le ultime raccomandazioni all’addetto alle prenotazioni. Era nervosa. Lui sarebbe arrivato tra un’ora, con il Frecciarossa delle undici.

Paride. Erano dieci anni che non si vedevano.

Dieci anni da quando lei, una donna, gli aveva detto che le sarebbe piaciuto avere una storia con lui. Dieci anni da quando Paride aveva risposto che gli sarebbe piaciuto, sì, anche a lui, ma che in quel momento aveva una storia seria, impossibile da troncare. Tutte scuse, lei lo sapeva, ma almeno ci aveva provato. Erano in Terza liceo, e comunque avrebbe dovuto pensare soprattutto allo studio. Poi, invece, dopo le prime volte che ne aveva incrociato lo sguardo, non ce l’aveva più fatta, ed era tornata a Torino, dove viveva la madre. Ne era tremendamente innamorata e l’unica medicina, in quel momento, sembrava essere il distacco.

Dopo dieci anni, però, quella medicina non aveva avuto alcun effetto, e lei, quel giorno, attraversata la strada, e infilatasi nell’ingresso laterale della stazione, si preparò a corrergli incontro come se nulla fosse successo. Dieci giorni prima, infatti, nella casella della posta elettronica dell’albergo, aveva trovato un suo messaggio, “all’attenzione della dottoressa Cristina Lai”, in cui le comunicava che sarebbe arrivato a Torino per il Congresso di Medicina fisica e riabilitazione e la pregava di prenotargli una camera, “in ricordo di un puro e reciproco sentimento che non si era mai spento”.

“Medico… un medico famoso…”, pensò Cristina, e si sentì ancora più innamorata.

Lo vide che arrivava, ritto, con il trolley magicamente sospinto soltanto da indice e medio della mano sinistra.

Paride sorrise, bello come dieci anni prima.

Si abbracciarono come due vecchi amici, e lui tardò quel tanto a mollare la presa, il tempo sufficiente a farle intuire un interesse che andava oltre i limiti della cortesia.

Ci sapeva fare, Paride, e non soltanto con le parole.

Lei molto meno. Era brava soltanto con i dipendenti. Tanto che riuscì a formulare tra tutte la frase più banale.

“Com’è andato il viaggio?”

Lui non rispose. Le carezzò invece la guancia.

“Dai, andiamo… sei la solita imbranata”.

Cristina abbassò lo sguardo, ferita da quella battuta. Paride non era cambiato, ma poi pensò che in fondo se l’era meritata, quella risposta. Sempre così, lei. Sempre pronta a perdonarlo.

Lui, invece, si mosse agilmente verso l’uscita, prendendole la mano.

“Dunque ti trovi bene, qui a Torino. Sei… come si dice? Capo ricevimento in un grande hotel… e lo disse con una certa dose d’invidia. Lui, che non aveva mai provato invidia per nessuno, prima.

“E tu?”

“Io scrivo qualche articolo, ogni tanto, partecipo a qualche trasmissione, sai come sono queste cose”.

“Sei un medico affermato, immagino”.

Un medico affermato? E questa idea da dove l’aveva presa? Sorrise, quasi imbarazzato. Poi si ricordò della mail e capì come lei avesse equivocato. Lui… lui era un fallito, questa era la verità, ma a lei non poteva dirlo, soprattutto adesso. Tanto valeva stare al gioco.

“Affermato. Diciamo che riesco ad avere sempre una discreta clientela”.

“Si, lo so”, fece lei, che lo ricordava, dieci anni prima, pieno di fascino, di energia e di donne ammaliate dalla sua musica.

“Tu non hai certo bisogno di uno stipendio per vivere. Hai altro”.

“Già, figurati”.

“No, è la verità”.

D’un tratto si vergognava… Non era da lui, ma davanti a quelle parole che contrastavano con la realtà di un ex cantante di successo che arrivato al bivio della vita non era stato in grado di rinnovarsi né di mettersi a studiare e ora campava con pochi concerti all’anno, non riusciva a fingere oltre.

Certo, c’era quel lavoro che gli era caduto tra le mani quasi per magia, rappresentante di macchine medicali, ma… niente. Ora aveva l’occasione della sua vita e non se la sarebbe lasciata sfuggire, per niente al mondo.

Alzò lo sguardo.

Erano arrivati dall’altro lato della strada. Si erano mossi velocemente tra le corsie degli autobus e si erano trovati davanti l’imponente facciata ottocentesca dell’Hotel… Nel cielo si era aperto uno squarcio di sole, una rarità per Torino.

“Aspettami alla sala ristorante, arrivo subito”, gli disse lei, con fare rassicurante, dopo che lui ebbe poggiato i bagagli alla Reception.

“D’accordo”.

Annuì ed entrò nella sala ristorante, sicuro, senza nemmeno chiedere informazioni. Lesse la carta e chiamò il cameriere.

“Vitello tonnato, sedano riccio, acciuga del mar Cantabrico, Anullòt al Plin al sugo di arrosto o con granella di nocciole, Scottata di Fassone, verdure di stagione”.

“La degustazione piemontese… posso consigliarle il vino? Sarebbe perfetto un Barbera d’Alba doc del 2012”.

“Perfetto. Grazie”.

Un minuto dopo il cameriere gli era alle spalle… lui ebbe un tremito, non era abituato. Butto giù il primo calice. Si fermò per gustarlo pienamente. Era parecchio che non beveva qualcosa di così raffinato. A Cristina come al solito aveva mentito… Aveva perso tutto. Se non avesse ricavato in pochi giorni almeno diecimila euro avrebbe avuto gli strozzini alle costole.

La forza di Alfredo.

 

Alfredo è un ragazzo serio. Uno di quelli “di una volta”. Lui e il suo compagno Kirill, bielorusso curioso della vita, sono due gioielli che allietano da quattro anni le difficili ore da trascorrere in una classe frizzante ed eterogenea.

Alfredo, curioso di cinema e non solo, ha scritto una recensione giudicata la seconda meritevole in tutta la Sardegna d’essere rappresentata dal suo autore a Roma a novembre, in un Campus aperto ai migliori ragazzi d’Italia.

Alfredo, alla notizia, si è detto felice dell’opportunità di migliorare il suo bagaglio. La modestia di Kirill, di Alfredo. L’humus migliore per germogliare fiori e sorprese. E Francesca che li ha portati ogni pomeriggio al cinema.

Ecco la recensione di Alfredo:

La ragazza del mondo

Marco Danieli, in questo suo primo film, tenta di rappresentare il più fedelmente possibile i dogmi e le regole ferree dei gruppi religiosi, in questo caso i Testimoni di Geova. Giulia, la nostra protagonista, è una studentessa che frequenta la scuola superiore della sua città, nella quale eccelle nelle materie scientifiche. Il regista ci mostra subito la realtà del gruppo a cui appartiene, evidenziando, attraverso scene di vita quotidiana, la severità dei suoi genitori, nei confronti soprattutto delle persone non appartenenti al loro gruppo. Durante uno dei suoi tanti incontri dediti alla diffusione del suo credo, incontra Libero, il classico ragazzo rozzo e poco istruito, ma che farà scattare in lei un certo interesse, tanto da convincere la nostra Giulia a chiedere al padre un posto di lavoro per questo ragazzo. Lei sa bene che a causa del suo credo non verrà vista affatto di buon occhio dalla comunità per questa avventura, ma lei vuole “correre il rischio” e provare l’ebbrezza di fare tutto ciò che tutte le sue coetanee già fanno e che lei non può fare. Questo incontro cambierà totalmente la sua vita e smuoverà anche se solo superficialmente le corde che la tenevano prigioniera fino a poco tempo prima.

“Le regole sono come la gabbia che protegge i sub dagli squali”. E’ una frase detta dal padre che riassume questo discorso. Le regole imposte dal gruppo sono regole che sicuramente proteggono l’individuo ma che al contempo lo privano quasi del libero arbitrio, particolare che emerge nel film perché lei, nonostante sia più o meno consapevole dell’errore che sta per commettere, vuole provare con mano, fare le sue proprie esperienze di vita. A tal proposito si possono notare inquadrature sempre piuttosto chiuse, con una scenografia che spesso si limita anche solo a una stanza, scelta che ci butta ancora di più dentro la vicenda e riesce a farcela vivere da vicino, in modo da comprendere meglio l’oppressione subita dalla protagonista. Le uniche boccate d’aria le possiamo notare durante la loro convivenza, ma sono boccate d’aria non pura vista la vita che dovranno compiere. Questo denota una certa obbiettività del regista, che non vuole denigrare nessuno ma solo muovere una critica verso la libertà dell’individuo. Durante questo suo viaggio Giulia attraverserà un periodo totalmente nuovo della sua vita, infatti imparerà cos’è l’amore, vivrà la vita di coppia e comprenderà i sacrifici che spesso fanno le persone povere, arrivando addirittura allo spaccio di droga. Alla fine di questo percorso comprenderà che quella non è la strada che vuole compiere e deciderà di abbandonare Libero, che negli ultimi periodi aveva solo portato caos nella loro vita di coppia.

La trama del film riesce a essere piuttosto originale, anche se il film è fortemente ancorato ai canoni cinematografici italiani, che però pian piano sta crescendo sempre più di qualità, ad esempio negli ultimi candidati ai David di Donatello dell’ultimo anno. A proposito di questi, nel film in oggetto si possono notare delle vaghe citazioni al capolavoro postumo di Claudio Caligari “Non essere cattivo”, per riprese e per contesto generale che quasi riesce a buttarci nella realtà della droga.

Il film risulta carino esteticamente e la sua regia sperimentale è sicuramente promossa con buoni voti, mentre gli attori non brillano in particolar modo ma comunque non sfigurano.

In definitiva “La ragazza del mondo” si propone come un film di critica verso i dogmatismi religiosi, godibile e per certi versi dalla visione leggera che non eccelle per qualità ma che rappresenta validamente un buon esponente del nostro cinema di matrice sperimentale.

 

Volkswagen Transporter T25.

 

Partiamo per Capoterra di prima mattina. Il mezzo è un Volkswagen T25 e non è un bolide. Usato per dieci anni nei villaggi tedeschi per accompagnare i bambini a scuola e portato da Chicco ventisette anni fa a Cagliari. Il motore, Chicco lo fa controllare ogni anno, ma i sedili sono senza cinture e il mal di schiena mi sta già  salendo impietoso.

I ragazzi ascoltano “Bello figo” e Angelo è infastidito dalle parolacce. Lui è preoccupato per le magliette che non bastano più perché la rosa dei giocatori si sta allargando giorno dopo giorno.

“Chi smette deve capire che deve restituirle perché noi possiamo passarle a che arriva dopo di lui!”

Faccio di sì con la testa. Ha ragione, ma il mio sguardo è allo stagno e ai fenicotteri  che corrono paralleli a noi. Come la vita di questi ragazzi che crescono felici.

La voce di Angelo mi sveglia di nuovo dal torpore.

Chicco si è nuovamente perso e l’allenatore della squadra avversaria ci ha già chiamati due volte per sapere i motivi del nostro ritardo.

Ma cosa importa. Tanto sarà un’altra partita persa. Ora è molto più divertente stare sul pulmino a parlare di parolacce e coerenza, Angelo…

La scuola di Fabio.

 

Fabio è un ragazzo fantastico. Non basterebbero diverse pagine per illustrare le sue innumerevoli qualità.

Alunno modello, musicista, attore, giornalista, futuro fisico/astronomo, rappresentante di istituto e ora anche politico in erba.

Basterebbe, però, citare almeno l’ultima battaglia che sta combattendo per ottenere una settimana di autogestione programmata in ogni minimo particolare e animata da ideali seri e costruttivi nella scuola dove studia, una scuola enorme, dispersiva, con una gerarchia direttiva molto strutturata. Eppure Fabio, davanti a un Consiglio d’Istituto agguerrito, ha così conquistato i cuori dei docenti e dei genitori in ascolto…

ESTRATTO DAL DOCUMENTO SCIENZA DELL’AUTOGESTIONE PER I GRADI MASSIMI DI LIBERTA’.

“Aspire to inspire before you expire” E’ con questa frase, forse un po’ provocatoria, che vogliamo introdurre un argomento alquanto delicato che spesso assume la reputazione di “taboo”. L’autogestione infatti non dev’essere vista come una forma estrema di ribellione contro il sistema scolastico, ma al contrario un tentativo di creare ambienti favorevoli alla discussione e al dibattito, con il fine ultimo di migliorare la condizione di studenti e professori attraverso la collaborazione tra le due parti, che ora più che mai si ritrovano ad essere inesorabilmente lontane l’una dall’altra. Infatti “fare autogestione” non significa chiudersi a riccio, al contrario mantenere costante il dialogo con il corpo docente, anche per capire la loro posizione riguardo a determinate problematiche, per fare una sintesi completa e inclusiva a 360 gradi, e dare veramente un senso a quest’iniziativa. In un momento storico durante il quale più che mai si soffre una grave crisi della democrazia, ecco che noi puntiamo, partendo dalla scuola, a costruire spazi in cui la democraticità acquisisce un ruolo dominante nell’organizzazione di attività costruttive, e che soprattutto rispondano a esigenze tangibili di tutti noi. Altro punto chiave tra le mancanze della gioventù odierna è rappresentato dal mancato interesse collettivo su tematiche che, sebbene riguardanti direttamente lo studente, sembrano quasi allontanarsi dall’attenzione dei diretti interessati. In particolare non si parla abbastanza di buona scuola, non si parla abbastanza di alternanza scuola lavoro, e molto spesso si storce il naso quando si parla di didattica alternativa, in particolare quando certe tematiche vengono affidate ai docenti, che, costretti a seguire con maniacale rigore scadenze dettate dal ministero, raramente trovano tempo da dedicare a discussioni in classe. Autogestirci vuol dire anche questo, prendere consapevolezza e combattere l’ignoranza con l’informazione, ispirare processi di cambiamento che partano dal basso, in modo che la scuola non partorisca solo bravi lavoratori, ma soprattutto cittadini consapevoli, in grado di esercitare la loro sovranità nella propria vita, capaci di difendere il diritto alla democrazia e alla decisionalità per il futuro proprio e dei propri figli. Noi non ci prendiamo carico di un cambiamento repentino della nostra scuola, ma ci impegniamo per dare inizio al cambiamento, ispirando le “nuove matricole”, che a loro volta faranno lo stesso.

 

Dunque, grazie anche a questa perorazione intensa e piena di contenuti di Fabio, da lunedì i ragazzi del Giua entrano in un’autogestione condivisa, caso unico, o quasi, nella storia della scuola italiana. In bocca al lupo, ragazzi!

Un giorno di festa.

 

Il cielo plumbeo non promette nulla di buono, le previsioni del tempo hanno addirittura previsto una tromba d’aria sulla città di Cagliari, ma sul campo all’aperto del basket Sant’Eulalia è un giorno di festa. Arriva il basket Carloforte che, per giocare qui, nel vecchio quartiere di Marina, si è dovuto sobbarcare due ore di corriera, isola verso isola. Ritorna Emanuele, il figliuol prodigo, e i due fenomeni filippini, grazie al fatto che la mamma ha trovato un nuovo lavoro nel quartiere.

Per onorare l’impegno, i nostri sfoggiano dunque la rosa al completo, compreso un esile ragazzo iraniano, figlio di un medico sportivo di Teheran che lavora all’Ambulatorio di Medicina dello Sport. I ragazzi lo chiamano l’Inglese, perché non parla la nostra lingua, e nemmeno l’arabo. Lui abbozza e gioca. I ragazzi carlofortini sono delle montagne di muscoli, pesano il doppio dei nostri e ridono dell’altezza dei ragazzi sardi e degli altri.

La partita si rivela come nelle previsioni. Gli avversari solidi sotto canestro, i nostri guizzanti tra le aperture della loro zona. Nell’aria, però, c’è un profumo strano, di zenzero e curry, l’avvocato ci parla in punjabi, Mario ride degli italiani che votano Grillo e Salvini, Michael, che è un 2000, entra in campo con la follia di un ragazzo eternamente escluso. E noi ci dimentichiamo degli schemi del basket…

Bandini è solo.

 

Ma chi l’ha detto che la lettura è un esercizio di puro ozio letterario che viaggia su lunghezze d’onda lontane dalla realtà quotidiana?

Complici le vacanze natalizie, io continuo a leggere il mio Fante e scopro che non è così.

Sul divano, di fronte alla Tv, osservo Grillo che manda un messaggio preciso al suo elettorato, e a distanza di pochi giorni, dopo aver detto che il suo Movimento si sarebbe opposto al garantismo politico, giuridico ed economico ora, quando la questione Raggi rischia di incrinare seriamente la sua popolarità, s’inventa un tutti alle urne con il maggioritario e un nuovo codice etico per i suoi fedeli pasticcioni. Naturalmente chi non è plaudente, come i giornalisti, sarà sottoposto al Tribunale della Rete. E lo spiegherà presto in Tv, insieme alle sue improvvise simpatie per l’euro, ormai non più demoniaci mezzi delle polverose opposizioni.

Sorrido, ma Grillo è veramente preoccupato. Si vede.

Così continuo a leggere… Bandini, il protagonista del mio romanzo, è respinto dalla giovane cameriera e diventa suo malgrado l’oggetto sessuale di una vecchia governante ferita dalla vita… è sempre così, penso, vedi l’Italia, tutti avevano capito che tipo fosse questo Grillo eppure l’hanno votato, rinunziando ai sogni giovani di una sinistra alternativa… e allora cosa c’è che non va? Perché nessuno riesce a fottersi la sua giovane cameriera messicana prima che fugga per sempre e al massimo si accontenta di una triste sveltina con una donna più vecchia di lui? Possibile che noi Italiani una vera rivoluzione democratica non riusciamo mai a farla e dobbiamo sempre farci guidare da chi dice di saperla più lunga?

I ragazzi vanno a letto e io rimango da solo sul divano… termino di leggere e scopro che la cameriera messicana finalmente è a portata di mano per Bandini, ma ormai è troppo tardi… proprio quando pare che tutto possa rimettersi a posto lei lo lascia per sempre.

Chiudo il libro, triste, e spero che per l’Italia non sia altrettanto tardi.

Libri. neve, cane, piede di Claudio Morandini.

 

Trama. Adelmo Farandola è un vecchio scontroso che negli anni della guerra si è ritirato sulle montagne per sfuggire alla furia dei tedeschi. Da allora vive in una dimensione fuori dal tempo, tra valloni pietrosi, baite improvvisate e sporadiche discese in paese per far provviste. La progressiva perdita di memoria, dovuta al freddo, alla fame e alla solitudine lo porta a familiarizzare a tal punto  con la natura da sentirne i suoni, compresi quelli del cane in cui si imbatte e che gli parla con voce umana. Unica presenza tangibile un premuroso guardiacaccia che pare volersi prendere cura dell’unico abitante delle malghe. Ma l’improvviso inverno, che costringe l’uomo e il cane a barricarsi nella baita, regala ai due una tragica sorpresa. Da una valanga che lambisce la baracca spunta un piede umano. Da questo momento sensi di colpa, ricordi confusi e paura portano l’uomo verso un’inesorabile, naturale follia.

Contenuti. Il tema centrale del libro è la solitudine, il suo relazionarsi con la natura ostile, la ripetitività dei gesti e la perdita della memoria della realtà. Adelmo, distaccandosi volontariamente dalla quotidianità, acquisisce una dimensione vitale che ricorda i saggi di Pirandello o gli eroi dei romanzi di montagna della letteratura mitteleuropea.

Forma e stile. La narrazione è lineare, il ritmo fluido, rotto magnificamente da certe soluzioni formali improntate a un limpido umorismo, come nei dialoghi di Adelmo con il cane o con il morto. Il presente narrativo regala alla storia una freschezza e un’omogeneità sorprendenti.

Giudizio finale e conclusioni. L’opera, per quanto detto, appare unica, non soltanto nel panorama europeo ma soprattutto in quello italiano. Neve, cane, piede è di gran lunga il miglior romanzo italiano del 2016, opera concisa e lucida di un autore, Claudio Morandini, che ha ormai raggiunto la sua piena maturità di grande scrittore.

Il libro è stato scelto all’interno di una cinquina selezionata per la nuova edizione di Modus legendi, rivoluzione gentile che si propone di portare i libri delle case editrici indipendenti nelle classifiche nazionali. Il link qui di seguito…

https://www.facebook.com/moduslegendi/?fref=ts

 

 

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