Lungo viaggio verso la notte. Cronache dal Corona virus. 10.

Giorno 53. Nella smorfia il vecchio.

Mai come in questi due mesi, che andranno a concludersi tra una settimana, mi sono sentito così vecchio. Sarà il divano sul quale ormai m’accascio ogni tanto, quasi come in un gesto di scontata abitudine. Sarà la dieta che sono costretto a fare per arrivare davvero a essere vecchio.

Vecchio lo sono diventato coi giorni di questo maledetto covid, dopo l’incoscienza iniziale. E fragile, perché la clausura forzata abbassa le difese e rende saggi. Come i vecchi.

Oggi Mattarella è salito da solo sull’Altare della Patria. Mi è sembrato vecchio come il Papa al centro di Piazza San Pietro il giorno di Pasqua. Vecchio era anche l’Anniversario che si festeggiava, ma per una volta ancora quello si è dimostrato fresco, nella memoria di tutti gli italiani, come le ferite dei partigiani. La metà dei morti per Covid in Europa sono vecchi ricoverati nelle Case di riposo. Nonostante questo, i numeri ci dicono che ci avviciniamo all’esaurimento del contagio.

Peccato che l’esaurimento, quello vero, ce lo dovremo portare dietro anche dopo. Presto. Prima che diventiamo troppo vecchi.

Strana settimana, quest’ultima che ci porterà alla liberazione dal lockdown.

Una settimana infarcita ancora di feste e ponti, proclami repressi e un’enormità di dubbi. Domenica, per la prima volta, persino Giovanni ha seguito la Conferenza di Conte… credo che lui abbia capito molte più cose della maggior parte delle persone, perché è andato subito a letto senza salutare. Non è cambiato niente, ha blaterato. Forse sperava di poter subito uscire a farsi una passeggiata romantica all’imbrunire. Che follia.

Lunedì ha aperto l’imponente cantiere che abbiamo a pochi metri da casa… mettono su un Centro universitario, o giù di lì, ma subito abbiamo apprezzato il silenzio della quarantena. E io, subito, mi sono chiesto cosa ci abbiano lasciato questi cinquanta giorni di restrizioni forzate. È ora di bilanci, d’altronde. Ci ho pensato a lungo… ho letto, ho scritto, ho ridato linfa al mio blog, alla fine ho pure suonato e persino fatto ginnastica. Non ho messo in ordine i cassetti e i francobolli. Ho avvertito nuovi mali, soprattutto alla schiena e al basso ventre. Meno perfezionista ma più ipocondriaco. Forse ha ragione chi dice che questa reclusione ci ha cambiato. Oggi Giovanni andrà a consegnare i pacchi della Caritas.

Non sono ancora riuscito a fargli leggere un libro, ma in compenso ha imparato a preparare una lasagna e un tiramisù da urlo.Matteo ha accettato queste regole ferree con stoicimo, ma spesso combattendole con interminabili sessioni di videogiochi, di videolezioni, di esercizi fisici in videoconferenza, tanto che già lunedì prossimo è pronto a festeggiare per l’appuntamento in presenza con il suo fisiatra. Scuola, basket, pizzerie, parchi e passeggiate possono aspettare. Poi, in fondo, non sono così importanti.

Come una barca sul cemento.

Mai cercare di resuscitare dal passato storie sentimentali ormai sepolte, soprattutto se queste storie all’epoca non sono mai state veramente tali.
Potrebbe essere questo il sottotitolo da apporre al decimo romanzo di Roberto Saporito, edito da Arkadia nella collana Sidekar nel novembre dello scorso anno.
Cosa succede quando vuoi dare a tutti i costi una risposta al passato, sembra chiedersi l’autore? Recuperare un lontano amore adolescenziale, sopito dal rimpianto, con un blitz stile Facebook? Se sei fortunato, che quella ragazza ormai cresciuta, praticamente cinquantenne, ti risponda, al massimo ti inviti a uscire, forse addirittura a far l’amore, come volevi tu. Ma dopo? È possibile che trent’anni possano essere trascorsi senza cambiare le cose, anzi, addirittura rimettendo a posto tutte le tessere dei desideri più profondi e inespressi?

La risposta è tutta nelle pieghe di quest’agile e incalzante storia, in cui un professore universitario, costretto alle dimissioni da uno scandalo di natura sessuale e tormentato da un’infanzia precaria, cerca di dare un senso al fallimento della sua vita presente tentando di recuperare gli amori inespressi del passato. Così contatta le ex ragazze con cui, per un motivo o per l’altro, non era mai riuscito a contraccambiare una simpatia che da parte loro era parsa evidente. Ci va a letto, entra nella loro nuova vita, finché non incontra gli ostacoli che il tempo ha frapposto alla sua infantile ansia di giovinezza.

Saporito crea una trama mozzafiato che non permette di staccarsi più dalla sua scrittura elegante, esperta, a tratti divertente, quasi ironica, e dove il lettore rimane invischiato, insieme al protagonista, in una trappola dai contorni nemmeno lontanamente immaginabili. Un romanzo, un perfetto noir sul tempo, in cui “il nostro vero io è unicamente un io variabile, che cambia con le stagioni della vita, di chi ci sta accanto e di chi ci ha abbandonato negli anni che passano inesorabili e sempre più velocemente…” Il libro è ricco di citazioni musicali e letterarie, come se l’autore volesse mettere in mano al lettori gli strumenti per decifrare una storia che soltanto all’apparenza è semplice e scorrevole… sì, ragazzi, sembra dire Saporito, metto tanta carne al fuoco, ma in realtà attenti, perché i romanzi più interessanti sono quelli dei quali è difficile spiegare esattamente di cosa parlano. Roberto Saporito in questo è una garanzia. Anche quando la trama parte adagio, enigmatica, tu sai che è soltanto un trucco per abbassare le tue difese e risucchiarti nel vortice della sua inesauribile capacità di creare storie sempre diverse, mai scontate, tutte da decifrare.

Uno strano incontro.

L’Ottocento fu più di ogni altro il secolo del romanzo, il genere per eccellenza della narrativa, quello che più di ogni altro avvicinava l’ispirato autore a un pubblico borghese sempre più numeroso e potenzialmente in grado di acquistare il prodotto letterario.

Il primo scrittore a intuirne veramente le potenzialità economiche fu Honoré de Balzac, sicuro che tutto si risolvesse nella magica parola delle Illusioni perdute, quel denaro per il quale lo stesso Balzac consuma la sua vita nella scrittura di quasi novanta romanzi, convinto che il libro sia diventato una merce che parla di merci, come mai è accaduto in passato.

A differenza di Balzac, invece, l’altro grande romanziere europeo del primo Ottocento, il nostro Alessandro Manzoni, scrive, riscrive e lima incessantemente i suoi Promessi sposi con aristocratica pazienza e nevrotica insoddisfazione. Balzac sforna a getto continuo opere che dovrebbero salvarlo dai debiti, e lui punta tutto su quell’unico prodotto della sua solida poetica.

I due grandi narratori si conoscevano di fama e ben chiara avevano pure la coscienza del solco che li divideva.

Quando, il 19 febbraio del 1837 Honorè de Balzac, trentottennne e ormai famosissimo, giunge a Milano e prende alloggio in un albergo a due passi dal Duomo, la Bella Venezia, nella centralissima piazzetta San Fedele, è spinto nella città lombarda da alcuni affari importanti, tra cui la procura per vendere ciò che rimaneva dei beni immobiliari dell’amico Emilio Guidoboni Visconti, trasferitosi a Parigi, e l’autorizzazione a riscuotere una ragguardevole somma attualmente nelle mani di un amico milanese dei Guidoboni, tal conte Somaglia.

Di lui, romanziere alla moda, la stampa cittadina parla con commenti maliziosi ed eccessivamente coloriti, in particolare della sua fluente e incolta capigliatura, e nota subito la cravatta che ei porta in toeletta di gala col controsenso dei guanti neri. Il mondo culturale lombardo appare molto incuriosito dall’autore di Papà Goriot.

Non è bello, non è brutto: ma fra i due, piuttosto brutto che bello; ha sotto il naso una specie di chiaroscuro che dà qualche idea di mustacchi. Chiome nere ed incolte, naso savoiardo e due occhi nerissimi, nei quali si può leggere compendiato il fuoco, il brio di questo grande scrittore, scrive in vivace stile prescapigliato Antonio Piazza sulla Gazzetta privilegiata di Milano del 23 febbraio del 1837. E i festeggiamenti, le gentilezze dei milanesi dureranno fino a quando qualcuno non metterà in giro la voce che Balzac ha espresso giudizi poco lusinghieri sui Promessi Sposi.

Manzoni e Balzac si incontrano il 1° marzo, nell’abitazione dello scrittore milanese, in contrada Morone, alla presenza del marchese Felice Carron de Saint-Thomas, di Cesare Cantù e del figliastro di don Lisander Stefano Stampa.

Il loro non si preannuncia come un incontro facile.

Manzoni conosce perfettamente il francese e legge il collega in originale. Balzac invece ha letto i Promessi sposi nella mediocre traduzione francese senza ricavarne una grande impressione. Parla sempre lui, dice parecchie cose insulse, vuole dare di sé un gran concetto, racconta in seguito Manzoni all’amico Ruggero Bonghi. Cesare Cantù, presente al colloquio, è più drastico e sostiene che Balzac «parla come un mulino a vento», loda Rabelais, opponendo il suo materialismo allo spiritualismo così in voga all’epoca e cita anche degli esempi di romanzi persino suoi che fallirono in questo tentativo di rappresentare l’ideale, come Il medico di campagna. Forse vuole usarlo come argomento per scardinare la reticenza del padrone di casa, ma Manzoni rimane taciturno e distaccato. In particolare si appassiona al tema, tutto monetario, dei diritti d’autore. «Si lamentò senza fine della contraffazione libraria, ed è persuaso che fra le potenze si farà una convenzione per impedirla», riporta sempre Cantù.

Anche Manzoni in passato si era occupato di proprietà o meglio, come preferiva già all’epoca definirlo lui, di diritto d’autore nella causa contro l’editore Le Monnier che aveva stampato in vacatio legis migliaia di copie del romanzo, nell’edizione Passigli del 1832, senza l’autorizzazione dello scrittore lombardo[1], e forse Balzac sperava di scuoterlo, definitivamente, con quello spinoso argomento. Ma Manzoni sembra ancora più infastidito e sta zitto. La pragmatica ci insegna che anche il silenzio è un atto linguistico… l’ironia manzoniana è proprio nelle assenze, nei vuoti, nelle omissioni. Apre spazi che l’economia non ha argomenti per colmare, se non con il suono ripetitivo della chiacchiera.

Il figliastro Stefano Stampa rimarcherà in seguito come Balzac soprattutto parlasse con quel tono di suffisence che, davanti ad un Manzoni, poteva essere battezzato di presuntuoso e di ciarlatanesco, e così probabilmente fu avvertito dall’illustre destinatario. In particolare lo Stampa cita il tentativo di Balzac di dimostrare al suo interlocutore l’inevitabile fallimento del progetto di un romanzo religioso come il suo Medico di campagna, che non aveva ottenuto il successo economico da lui sperato.

Manzoni, non appena Balzac andò via, sussurrò laconicamente al figliastro che per avere successo nel genere religioso «non bisogna tentarlo come una speculazione letteraria qualunque, ma esserne profondamente persuasi. E così, con una sentenza di vago sapore morale, pronunziata in assenza del contendente, si chiuse un incontro senza vie d’uscita tra due giganti della letteratura, agli antipodi, oltre che per le scelte ideologiche, anche per carattere e contegno sociale.


[1] Nel Granducato di Toscana vigeva sì una disciplina che tutelava il diritto d’autore, perché il Granduca aveva aderito, unico Stato italiano, alla Convenzione sulla protezione del diritto d’autore conclusa tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco: si trattava di una novità, sia per il tipo di tutela (diritto di proprietà intellettuale) sia per l’oggetto della disciplina (una proprietà non tangibile derivante dall’ingegno). Solo successivamente, con la Convenzione internazionale di Berna del 1886 – ispirata, si dice, da Victor Hugo – la materia avrebbe ricevuto una più sistematica regolamentazione. Tuttavia l’adesione del Granducato era avvenuta nel 1840, e l’edizione di Passigli era anteriore a quella data. Di qui il dilemma: la protezione del diritto d’autore si poteva estendere retroattivamente anche alle opere pubblicate anteriormente all’adesione o doveva valere solo per il futuro? Le Monnier e i suoi avvocati propendevano per quest’ultima interpretazione, Manzoni e i suoi per la tesi opposta. Ne nasce una controversia, che, instaurata nel 1845 dinanzi al Tribunale di Firenze (luogo della pubblicazione ritenuta illegale), si trascina per anni, vedendo tuttavia Manzoni vittorioso in tutti i gradi, Guido Alpa, Manzoni esperto di legge, in 24 Cultura, 5 agosto 2017.

Respira.

Roberto Saporito è un vero scrittore, di quelli che conoscono a tal punto la letteratura da costruire congegni perfetti e piacevoli.
Il suo nuovo lavoro s’intitola Respira, ed è uscito per Miraggi di Torino, Casa giovane e attenta alle novità, anche stridenti.
La trama, dunque.
11 Settembre 2001. Crolla la torre sud delle Twin Towers, e il protagonista, che sarebbe dovuto essere già lì al lavoro, come ogni giorno, e invece è ancora a letto reduce da una sbronza, decide di sparire.
Mercante d’arte stronzo e spietato. Meglio sparire, tagliarsi barba e lunghi capelli, salvare la vita a un energumeno e riordinarsi le idee: un nuovo passaporto falso fornito dal nuovo amico e intanto già compare nell’elenco ufficiale degli scomparsi.
Tre anni dopo lo ritroviamo in un bistrot di Saint-Rémy-de-Provence dove si gode finalmente la vita, grazie anche ai soldi fatti quando era uno stronzo manager della Grande Mela, finché… finché la vita chiede il conto, anche se la vita, quella vita, non è più la sua.
Rocco Balestrini, ex socio del capitale sottratto dal protagonista in quella mattina maledetta, ma per molti altri versi benedetta, l’osserva a due passi dal tavolino del suo rassicurante bistrot. E l’intreccio s’accende, d’improvviso, come nel miglior Saporito, lungo il solco leggero e raffinato della letteratura d’autore.
La fuga, stavolta obbligata, porta l’autore a nascondersi prima in una casa nelle Langhe, quindi in un altrettanto suggestivo rifugio nel Chianti assieme a un’affascinante puttana che tutto sembra fuorché una puttana, e poi ancora a Roma e poi a Venezia.
Mentre l’ex mercante d’arte scappa da un luogo all’altro viene spontaneo chiedersi se sia possibile sfuggire improvvisamente a un’esistenza prestigiosa ma frenetica che ti ha tolto quasi il gusto di vivere.
La risposta va cercata nelle pieghe di questo libro esile ma ricco di profonde suggestioni, e così la stessa chiave del libro, sempre vivo e piacevole, sta proprio nel titolo, nel tentativo continuo del protagonista di imparare a respirare davvero, nel tentativo di sottrarsi a uno stanco riflesso di sopravvivenza che è oggi comune un po’ a tutti noi.
Ci riuscirà? Questo, forse, non è giusto svelarlo, ma, forse l’autore ce ne dà una parziale idea in questa folgorante citazione: “Quando incontri solo persone nuove e mai persone
che hanno fatto parte della tua vita mentre questa cresceva di
giorno in giorno e di anno in anno, lo scorrere del tempo diventa un bugiardo difficile da sbugiardare, o più semplicemente un bugiardo che vuoi sbugiardare. Quando muori e rinasci
lo scorrere del tempo acquista un altro significato o forse perde
del tutto il suo vero significato, qualunque esso sia.
Quando muori e rinasci sei già più fortunato degli altri,
che quando muoiono, di solito, non rinascono…”
Un libro da leggere e meditare, di un autore in costante crescita. Di una splendida Casa editrice che ha appena compiuto dieci anni di vita.

Chiaroscuri. Cronache dal Corona virus. 9.

Dopo 48 giorni di reclusione domestica, a parte la Tv dei proclami, l’unico feedback (ecco un termine che ho imparato grazie alla Dad) che ho della società lì fuori, o lì dentro le proprie case è costituito da Fb e WhatsApp (Twitter non l’ho mai molto amata, mi pare roba da yes man). Mi sembra che la situazione sulla piattaforma più popolare non sia delle più rosee. Ci sono ancora gli ultimi samurai da tastiera che insistono sulle loro tesi, spesso giuste, contro il grigio autoritarismo del governo. Ci sono i professionisti del post che si divertono sempre, beati loro. Ci sono i leoni del #iorestoacasa, ma mostrano già un po’ la corda.Prima di cena in genere scambio la gran parte delle telefonate. “Come va, oggi?”, ho fatto ieri a un mio amico.”Sai che ho scoperto che dalla finestra del mio studio si vedono i monti di Capoterra?” Ecco. In genere questo è il tenore della vita sociale fuori dai social.Ieri, prima di andare a letto, mi è arrivato un messaggio su WhatsApp. “Cosa fai domani?””Salmone al forno, gli ho risposto.”E mi sono sentito realizzato.

Giorno 50. E improvvisamente mi sfiora il buon umore, la speranza. Sarà che il contagio è quasi a zero, sarà che tra dieci giorni potremo uscire, sarà che questa canzone è allegra, nonostante parli di un fratello morto.
La ministra Azzolina sembra pervasa anche lei di un’euforia leggera, quasi conviviale… si avvicina il gran finale e ogni giorno lei aggiusta il tiro… interrogazione tramite videochiamata, interrogazione in aula, ritorno della tesina. Sembrano gli effetti di un brindisi con tanto di bollicine, ma lei è fresca, simpatica, bella e le si può perdonare tutto. Sembra la terza sorella Guzzanti.
Gli studenti non perdonano. Loro saranno ricordati come i diplomati del 2020, e non amano più le novità. Mio figlio Giovanni, quando gli ho detto della tesina, mi ha guardato per qualche secondo, incredulo, ha salutato e si è buttato sotto la coltre rassicurante del piumone.
C’è tanta voglia di un veloce ritorno alla vita normale. Dieci giorni e via. Ci sentiremo tutti un po’ più cinesi. E intanto in viale Marconi ritornano i dinosauri.

Vortice. Cronache dal Corona virus. 8.

Giorno 42.
Le parole cominciano a perdere di consistenza. Persino le polemiche stancano. Incrinano amicizie. Meglio la musica. I libri.
Oggi riprendono le lezioni e tutti siamo contenti. Le chat scottano, i ragazzi continuano a lamentarsi, e tu scopri di essere ancora utile, nonostante i tuoi quasi sessant’anni.
C’è poco da raccontare, o forse no. La scoperta del sorriso dei tuoi figli. Il tempo di ricucire amicizie importanti, che credevi perse.
Spengo la Tv, o comunque non l’ascolto.
Mi sforzo di trovare gli aspetti positivi.
Sono stanco dei grafici, dei numeri, degli eroi.
Eroi siamo tutti, anche chi è recluso in casa a cercare il senso di una vita nuova, diversa.

Giorno 44 (nella smorfia napoletana le carceri).
17 marzo, Venerdì.
È diventata quasi un’abitudine, ormai, quella di trascorrere tutti assieme i momenti di pausa più diversi di un periodo interminabile, eterno, nelle sue pause vuote, come quello che stiamo vivendo.
Sembra quasi che facendo così li si voglia esorcizzare, quei momenti. E mi piace.
La nostra camera comune è ormai il salotto, e come minimo c’è sempre Matteo che gioca ad alta voce a Rocket League e Giovanni che guarda le ultime puntate della Casa di Carta. Il problema è che spesso non c’è maniera di scambiare due parole (su cosa, mi chiedo, poi, ma due parole in fondo non hanno mai un argomento), e così cerco di isolarmi sentendo musica Jazz con le cuffiette del cellulare sul divano.
Il problema di ascoltare musica Jazz con le cuffiette del cellulare sul divano è che quando pensi di esserti rilassato al punto tale da sprofondare in un sonno piacevole e leggero, parte sempre una pubblicità a tutto volume che ti sveglia.
E allora non ti resta che leggere col Kindle sul divano.
Il problema di leggere col Kindle sul divano è che ti sottopone a un ritmo di lettura quasi ossessivo. Scorri le righe, strisci l’indice della mano destra sul dispositivo per cambiar pagina, scorri nuovamente le righe, strisci nuovamente l’indice, scorri le righe e improvvisamente, dopo sole tre pagine, vedi soltanto una macchia grigia e avvolgente che ti fa desiderare il sonno.
È allora che riprendi in mano le cuffiette del cellulare, sapendo che non uscirai più da quel vortice.
E torni a correggere compiti.

Giorno 47. Morto (che parla). Non ho ricette. Sento parlare alla Tv di sacrifici necessari, di migliore gestione della fase 2. Di nuove aperture politiche. Di un nuovo governo. Sono stato chiuso 47 giorni ad ascoltare le proposte degli altri. Cosa dovrei dire? Bravi? Non ho strumenti. Non ho visto i morti. Gli ospedali. Le terapie intensive. Ho avvertito solo una breve, intensa mancanza. Carlo ora sarà in cielo, giustamente nessuno più ne parla. Lì i lockdown non esistono. E nemmeno le soluzioni facili. Lì non si sprecano parole, illusioni. Non si cercano vie di fuga per giustificare errori, che sono soltanto umani.Giorno 47. Sono chiuso in casa e l’unica morte che vedo è quella del sorriso di mio figlio, che ha spento la sua naturale iperattività, è triste, fatalista, malinconico. Però ha imparato a obbedire. Alla Tv.

Stato di famiglia nel terzo millennio.

Descrivere il male, nella sua opacità incorrotta, è uno degli esercizi più difficili per uno scrittore che voglia definirsi tale. Per raggiungere lo scopo, Alessandro Zannoni, romanziere e sceneggiatore scoperto dal grande Luigi Bernardi, racconta di un dolore, anzi di più dolori, tutti veri, intensi, talmente forti, grigi e angosciosi che generano inevitabilmente un male. Ma un male comprensibile, umano, che nasce dalle fragilità di ogni personaggio, che possiamo essere di volta in volta anche noi.
Una giovane madre ignorata nel suo profondo stato di depressione dal marito, le conseguenze di una separazione tutt’altro che consensuale, il demone del gioco, la dipendenza dai social, dall’alcol, dalla droga, un incorruttibile capitano dei carabinieri ossessivamente geloso della moglie bella e disinvolta, la trappola del matrimonio… chi non è mai stato inspiegabilmente così depresso e aggressivo? Chi non ha mai vissuto situazioni così fragili e incerte, non prendendo mai una decisione definitiva? L’autore invece affronta il problema, e procede, coerentemente, sino all’ineluttabile finale. Drammatico, ma reale, vero, senza sconti.

E’ questo il segreto della riuscita di questa raccolta di racconti, voluta fortemente dalla casa editrice Arkadia e in particolare dai curatori della collana Sidekar, e premiata con il premio Giallo Garda. La volontà di trasmettere, in ognuno di noi, uno spaccato affettivo ed emotivo che coinvolge da subito il lettore… siano madri o mogli tradite, mariti violenti o mariti e figli egoisti e viziati.
Uno stato di famiglia che fa immediatamente pensare a certe sceneggiature degli anni Sessanta di Maccari e Scarpelli, intrise di un cinismo che altro non era che polvere tenuta sotto il tappeto di un perbenismo cattolico imposto dalla fine di una guerra.
Ragazzi troppo abituati al lusso, alla vita notturna, agli abiti alla moda di un mondo che divora soprattutto chi è più vulnerabile.


Lo stile di Zannoni è lucido, diretto, attento ai particolari. La scrittura rigorosa, quasi scandita da un ritmo cinematografico, che si rinnova spontaneo in tutte le scene in cui il racconto è declinato.
Sette capitoli. Sette vizi capitali di una società violenta e immatura.

Con un’abile tecnica di montaggio a ritroso, presa in prestito dal racconto giallo cinematografico, lo scrittore che vive tra la Liguria e la Toscana ci racconta di un male così credibile perché realmente presente nella nostra vita, all’interno di ogni nostro singolo gesto quotidiano.
E fa centro.

Pasquetta. Cronache dal Corona virus. 7.

Pasqua. Uno dei rischi che questo periodo di stasi forzata ha portato con sé è costituito dalla necessità di sostituire a qualsiasi forma di progetto, neutralizzato dalla quarantena, un pressante bisogno di fare, subito, e senza grandi obiettivi… ascoltare musica, vedere film, mangiare…

Ieri, a Pasqua, privato anche dell’uscita per la messa, ho ingaggiato un’estenuante gara culinaria con mio figlio che, soltanto grazie a un’interminabile fase di preparazione, ha imposto sul mio nostalgico vitel tonnè una sontuosa teglia di lasagne… E’ stata una dimostrazione affettiva inaspettata ma anche un’impietosa cartina di tornasole della povertà di scelte a cui siamo giunti grazie al virus… E oggi è Pasquetta. Il giorno tradizionalmente consacrato al rito del cibo, una ricorrenza ormai impoverita totalmente del suo tradizionale significato.

Stormi di elicotteri ronzano sulle nostre teste per impedire a chiunque di raggiungere luoghi di assembramento dove si possa celebrare questo rito e molti, tutti, ormai sono rassegnati a celebrarlo simbolicamente nei loro salotti, magari arrostendo un agnello o un maialetto di cui altrimenti avrebbero fatto volentieri a meno.

E’ l’esercizio dell’abbuffata, che maschera il dolore della privazione per una ricorrenza conviviale ma anche d’affetto… e così, paradossalmente, ci si rimpinza proprio quando si è tristi e inattivi.

C’è un dipinto di Pieter Bruegel, Il combattimento tra il Carnevale e la Quaresima, del 1559, dove si consuma una simbolica lotta, tipica della vita nel lungo Medioevo, che mi ha fatto pensare a questi giorni, quella tra i bagordi e il digiuno. Soddisfacimento del corpo contro penitenza. Il corpo oscillante tra l’umiliazione e la celebrazione. Nel dipinto il Carnevale è incarnato, è proprio il caso di dire, da un personaggio grasso, a cavallo di una botte, con un pasticcio sulla testa e uno spiedo brandito quasi fosse la sua spada. Nella parte opposta dell’opera appare una scheletrica Quaresima, recante in testa l’arnia (rimando al miele dei periodi di digiuno e, forse, anche alla laboriosità), che impugna una pala con due misere aringhe. Il seguito dei due personaggi rimanda poi alla baldoria carnevalesca da una parte e alla morigeratezza quaresimale dall’altra. Ecco, a parte l’ammirazione per questo capolavoro, anche stamattina, appena sveglio, ho pensato, chissà perché, al menu della giornata, l’ho progettato, definito nei dettagli, gustato con tutti i sensi. E subito dopo ho controllato che l’ampia scorta di Maalox non fosse intaccata. E’ stato un gesto spontaneo, quasi involontario, ma è stato sufficiente perché subito dopo tornassi a rileggere questo splendido dipinto. Ed esorcizzassi la sindrome da Pasquetta mancata.

Pasqua. Cronache dal Corona virus. 6.

Venerdì Santo.

Mentre mi preoccupavo del colesterolo e delle dosi del farmaco che dovrò prendere per tutta la vita, il nostro beneamato Giuseppi ha prorogato il gabbio sino al 3 maggio.

Non poteva scegliere momento migliore, d’altronde la Pasqua è il momento dell’attesa.

La Pasqua. Mi chiedo che significato possa avere, oggi, al di là della fede che molti di noi nutrono segreta nel proprio animo, questo periodo in fondo speciale, per tutti.

Partecipazione a funzioni impossibili in chiese chiuse da tempo?

Shopping compulsivo in negozi dalle saracinesche drammaticamente serrate?

Sono sempre stato un pignolo. Una mia amica dice che si tratta di perfezionismo… se in una frase sbaglio una frase o un termine poi ci rimugino per giorni. Figuriamoci se lo fanno gli altri. Anche se a volte uso le parole come pedine. Mi fisso. Per costruirmi un’immagine. Il più possibile sincera, di gradimento, per gli altri. A volte mi fisso anche sui numeri. Un po’ come i grandi intellettuali del Medioevo che adoperavano il 3, il 7 e il 10 come una garanzia per l’Aldilà. Il numero di oggi è 37, che sarebbero le volte che ci siamo svegliati con l’imperativo di rimanere a casa e siamo andati a letto con la speranza di dormire per almeno 5 ore, 5, che non è un numero magico ma è il minimo per affrontare la giornata successiva. Ci sarebbe anche il 268, che è anche l’ultimo valore del mio colesterolo. Ma questo è un altro discorso. Si parla tanto, in questi giorni, di numeri, e non sono numeri che invogliano ad affrontare la giornata. Ecco, mi piacerebbe che per qualche giorno non si parlasse più di numeri come elementi di statistiche deprimenti, ma come simboli di speranza per il futuro. Che i contagiati, persino i deceduti, fossero persone per cui pregare e sentirci uniti nel superare questo dramma. Per sentire la Pasqua più vicina.

La Pasqua.

La scena di Gesù che avanza verso Gerusalemme, dipinta da Giotto, è forse per questa ricorrenza l’immagine più attuale. C’è chi si prostra, chi è soltanto sorpreso e chi addirittura si copre la testa col mantello perché non accetta l’arrivo di un Salvatore… e forse non solo per colpa sua.

Cronache dal Corona virus. 5.

Primo giorno di primavera. Sento ancora il bisogno di scrivere. So che è banale, ma scrivere è sempre stata per me come una molla per reagire, soprattutto nei momenti più difficili della vita. Perché scrivere unisce, e a me pare invece che negli ultimi giorni si stia riaffacciando quell’antico vizio del rinserrare le fila, del distinguere il diverso, runner o rompiscatole che sia, per affermare una posizione che è semplicemente nelle cose. Stiamo vivendo un momento orribile e non abbiamo i mezzi per affrontarlo, a meno che non pensiamo di essere degli unti dal Signore.
Dovremmo accettare soprattutto le posizioni sbagliate, gli sfoghi, anche ingenui ma mai ingiusti. Perché chi è in Ospedale è un eroe ma gli altri non sono necessariamente dei numeri inutili. E non guastando antiche amicizie, a meno che quelle amicizie non fossero tali. Avvicinandoci a tutti, in nome della nostra comune debolezza.

A ben pensarci, il pericolo, insito nella situazione anomala che stiamo vivendo, è proprio che ci si abitui, che ci si senta attratti da ritmi che non hanno nulla di naturale. Che l’imperativo categorico, la massima morale si coniughino all’atto contro natura. Che sia giusto stare chiusi in pochi metri quadri, andare a fare la spesa soltanto una volta alla settimana, far pisciare il cane sulla porta di casa, connettersi con tutti i colleghi, rispondere a tutti i loro messaggi, far lezione allo schermo di un pc.
È sempre più difficile distinguere la normalità. Un amico mi ha inviato la storia di un vecchio professore americano che si è rifiutato d’abituarsi all’anomalia e ha registrato le sue lezioni in un’aula vuota. Unico spettatore una bambola in legno di Pinocchio. L’ho invidiato.

Il dramma maggiore della lunga crisi in cui siamo piombati inconsapevolmente, senza nemmeno sospettarne la gravità, sta nel non avere più punti di riferimento, scadenze certe, obiettivi.
Quando finirà?
E se finirà che conseguenze lascerà in noi?
Queste sono le domande che ci tormentano quotidianamente, e allora, per cercare di sopravvivere ci inventiamo nuovi, falsi miti che ci permettano di andare avanti… il rispetto delle regole, il potere della scienza, il culto della forma.
Anche il Papa ha voluto dire la sua.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine, ha detto, ed ha aggiunto che è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
L’appartenenza come fratelli.
Ecco, forse in queste parole c’è veramente la chiave per interpretare questa difficile fase di transizione. Che siamo credenti o no.

Senza accorgermene ho perso il conto dei giorni. Sarà perché improvvisamente ho sentito un gran freddo. Dicono che il rallentamento dell’attività industriale favorisca un ritorno a climi più consoni alla nostra stagione. Dicono. Arrivano foto. L’acqua del Canal Grande è per la prima volta limpida e i pesci sono tornati a nuotare nella Fontana di Trevi. Le lepri si riappropriano dei loro spazi nei parchi vuoti di Milano.
L’uomo rimane rinchiuso nelle proprie case e la natura, fuori, rinasce.
C’è da riflettere.