Amicizia. Cronache dal Corona virus. 13.

Oggi, dopo 64 giorni esatti di clausura, sono uscito. Ho preso il coraggio a due mani, anzi a quattro mani (a proposito, a quante mani si prende il coraggio?) e mi sono messo seduto. Ora o mai più mi sono detto. Stavo disteso sul divano da un’ora a pensare alle ultime lezioni finite, alle riunioni andate, a quelle da affrontare, ai libri ancora da leggere, e ho mollato tutto. Ho scosso Matteo dalla sua rete di clausura domestica e dai suoi giochi subdoli, di cui è prigioniero come migliaia di altri bambini che da mesi non hanno più una vita sociale, scolastica, ludica, sportiva, e l’ho convinto a seguirmi. Ho preso pantaloni, camicia e piumino e siamo usciti. Fuori c’erano 25 gradi, ma a me sono sembrati francamente di più. Ricordavo ancora i primi di marzo e la brezzolina leggera che chiedeva di coprirsi da capo a piedi. Per un attimo avevo anche pensato che il piumino non bastasse. E invece mi sbagliavo. È stato lì che ho capito che il tempo per me s’era fermato per più di due mesi. Mentre scendevo le scale a piedi mi emozionavo ancora al pensiero che la primavera fosse in arrivo, e per un attimo ripensavo all’ultima sconfitta del Cagliari con la Roma, a quella maledetta doppietta di Kalinic, alla discussione che avevo appena avuto col collega sul fatto che questo cosiddetto Corona virus non sarebbe mai arrivato in Europa. Poi, mentre aprivo il portone e vedevo le strade parzialmente vuote, realizzavo che forse, quel virus, c’era arrivato e ci sarebbe rimasto per molto tempo ancora. Mi sono tolto il piumino. Sono rimasto con la mia ridicola camicia a palline, che al lavoro va messa sempre sotto il maglione d’ordinanza, e ho camminato. Diritto. Verso il Porto. Come ho sempre fatto. E mentre incontravo sempre più gente che s’affacciava timidamente agli incroci, mantenendo a fatica e in fondo controvoglia la distanza di sicurezza, formavo con loro una scia che procedeva sicura verso un punto, tra le caserme della Marina e il quartier generale di Luna rossa, dove ci aspettava un magnifico assembramento, proprio di fronte al primo lembo di mare da due mesi almeno, senz’alcun senso di colpa, per nessuno. È cosi che ho scoperto che siamo a maggio e che manca meno di un mese alla fine della scuola. Due mesi al mare. E per un attimo ho sorriso. Insieme a tutti i miei compagni di marcia.

Finalmente. Da lunedì, dopo due mesi e mezzo di imposizioni regolate da precise norme, anche se non sempre di concerto, tra governo, comuni e regioni, si potrà per tutti finalmente riprendere a frequentare gli amici. Già due settimane fa il termine congiunti aveva suscitato non poche reazioni ironiche sull’interpretazione da attribuire alla parola, ma se possibile il termine amici è ancora più ambiguo. Certo, non bisognerà esibire alcuna autocertificazione, ma cosa testimonierà effettivamente la volontà di frequentare proprio gli amici? Il sorriso. Io credo che quando finalmente sul viso delle persone, fiaccate da questi tre mesi, che alla fine saranno tali, di prigionia, comparirà stabilmente il sorriso, saremo sicuri di essere finalmente sicuri di esser riusciti a riveder la luce, e ciò grazie soprattutto agli amici.Ognuno sceglierà questa forma di libertà dell’animo, nelle forme in cui lo potrà rendere felice, già da domani, o dopodomani, magari partecipando a un seminario online di una classe di scrittura della Holden oppure entrando in chiesa, ma con l’arrivo dell’estate sarà sicuro già d’aver ricostruito la sua libertà. Incontrare gli amici, credo, significhi questo, e in questo senso rappresenta veramente tutto.

La gioia fa parecchio rumore.

Questo secondo, atteso romanzo di Sandro Bonvissuto, edito sempre da Einaudi nella collana Supercoralli, comincia con un breve trattato sull’amore. Sì, perché i libri di Sandro son così, non si limitano a raccontare una storia. La spiegano, e lo fanno con la leggerezza di un palpito che proviene dall’animo e che investe, inspiegabilmente, tutto ciò che scrive. Perché Sandro è così, vero, e non si metterebbe a scrivere ciò che non sente. Sia il dolore, il ricordo, l’amicizia, l’amore, la vita, il calcio, la squadra del cuore, non importa, perché tutto, la vita stessa, comincia quando comincia l’amore.
E così capita che l’acquisto di un divano dia il là alla storia che canta l’amore per Roma e la sua squadra.
In tutti i libri di Sandro c’è un oggetto che crea un legame tra tutti coloro che condividono un sentimento forte, siano le mura di un carcere o di una scuola, una bicicletta, un frigorifero… qui gli oggetti sono tanti, perché l’amore qui è assoluto, senza barriere, ma non può non avere un inizio da quel luogo dove un’intera famiglia spesso condivide la passione per la squadra del cuore. Perché, come ci dice l’autore, soprattutto tra padre e figlio non si possono tifare due squadre diverse. E il rischio che ciò avvenga è da scongiurare a tutti i costi. A costo di aggrapparsi alla teoria della trasmissione dei caratteri ereditari o ai piselli di Mendel. Poi capita che ogni timore sia superfluo, e il protagonista maturi una graduale adorazione per la squadra del destino, dalla collezione delle figurine dei calciatori ai riti della radio e della Tv seduti sul divano di casa, o al bar quando a casa arrivavano i parenti a rovinare la festa.
Adorazione che tocca il suo apice proprio nel momento più tragico di quella storia, a un passo dal baratro della B, quando si è pronti a far di tutto pur di scongiurare il fallimento, ed entrare così nella magica categoria de noantri. La sottile linea giallorossa che separa dalla nuova violenza contrapposta con l’altra squadra della città, a cui non si può essere pronti… soprattutto quando porta alla morte, anche se alla morte di un tuo avversario.
Il mondo che ci racconta Bonvissuto è un mondo mitico, che ha come confini il Fiume, la città e lo stadio, e ha al suo centro il bar, luogo simbolico per eccellenza perché raggruppa tutti gli altri.
Quando il tenore di questo mondo subisce delle variazioni, bisogna sempre andare a controllare, e si deve andare allo stadio, dove tutto ha origine. Come quando a Roma arriva lo straniero e ha un nome impronunciabile, come i fiumi che portano dal sud alla foresta amazzonica, ma un numero, il 5, considerato perfetto sin dalla notte dei tempi, e porta una gioia che fa parecchio rumore. Rumore quanto una parola che mai si era registrata prima, scudetto, una parola vietata in un ambiente destinato serenamente a identificare la propria passione nella sconfitta, conservatore, legato ai propri simboli, ma che si sublima solo e sempre allo stadio. Perché lo stadio, come ci dice Bonvissuto, è “l’unico luogo al mondo dove puoi vedere insieme gente che prega e gente che bestemmia, felice e triste, chi vuole vivere con chi vuole morire…”
Poi è soltanto una lunga e intima cavalcata verso quell’unica parola vietata a questo poema eroico d’altri tempi.
E così, come in un rito ciclico, perso nel silenzio del mito, si finisce nuovamente con l’amore, l’amore che mette d’accordo tutti e che vorresti non finisse mai.

Smart working e distanziamento sociale. Cronache dal Corona virus. 12.

Smart working. Letteralmente lavoro intelligente. In realtà lavoro svolto da casa, senza alcuna possibilità di uscire, di confrontarsi con la realtà viva, senza orari, con regole labili e strumenti spesso inaffidabili. Per noi insegnanti l’illusione di riprendere la vita normale si è infranta contro la necessità di continuare in questo regime lavorativo innaturale, dispendioso, logorante. Il lockdown è finito ma io in tre giorni non sono riuscito a metter piede fuori di casa, non sono stato in grado di vedere il colore del mare. La verità è che la necessità di fronteggiare lo stato d’emergenza spinge il governo a legittimare lo smart working senza accordo, senza regole. E nel futuro potrebbe diventare un comodo strumento di sottomissione delle masse lavorative più difficili da gestire. La verità è che non ricordo più i volti dei miei studenti, non sono più in grado di leggere tra le pieghe del viso i drammi tipici della loro età, non ho più gli strumenti, quelli antichi, per aiutarli. E mi aggrappo all’icona dei loro avatar per credere ancora in questo lavoro…

Oggi, dopo 64 giorni esatti di clausura, sono uscito. Ho preso il coraggio a due mani, anzi a quattro mani (a proposito, a quante mani si prende il coraggio?) e mi sono messo seduto. Ora o mai più mi sono detto. Stavo disteso sul divano da un’ora a pensare alle ultime lezioni finite, alle riunioni andate, a quelle da affrontare, ai libri ancora da leggere, e ho mollato tutto. Ho preso pantaloni, camicia e piumino e sono uscito. Fuori c’erano 25 gradi, ma a me sono sembrati francamente di più. Ricordavo ancora i primi di marzo e la brezzolina leggera che chiedeva di coprirsi da capo a piedi. Per un attimo avevo anche pensato che il piumino non bastasse. E invece mi sbagliavo.È stato lì che ho capito che il tempo per me s’era fermato per più di due mesi.Mentre scendevo le scale a piedi mi emozionavo ancora al pensiero che la primavera fosse in arrivo, e per un attimo ripensavo all’ultima sconfitta del Cagliari con la Roma, a quella maledetta doppietta di Kalinic, alla discussione che avevo appena avuto col collega sul fatto che questo cosiddetto Corona virus non sarebbe mai arrivato in Europa. Poi, mentre aprivo il portone e vedevo le strade parzialmente vuote, realizzavo che forse, quel virus, c’era arrivato e ci sarebbe rimasto per molto tempo ancora.Mi sono tolto il piumino. Sono rimasto con la mia ridicola camicia a palline, che al lavoro va messa sempre sotto il maglione d’ordinanza, e ho camminato. Diritto. Verso il Porto. Come ho sempre fatto. E mentre incontravo sempre più gente che s’affacciava timidamente agli incroci, mantenendo a fatica e in fondo controvoglia la distanza di sicurezza, formavo con loro una scia che procedeva sicura verso un punto, tra le caserme della Marina e il quartier generale di Luna rossa, dove ci aspettava un magnifico assembramento, proprio di fronte al primo lembo di mare da due mesi almeno, senz’alcun senso di colpa, per nessuno. È cosi che ho scoperto che siamo a maggio e che manca meno di un mese alla fine della scuola. Due mesi al mare. E per un attimo ho sorriso. Insieme a tutti i miei compagni di marcia.

La vita schifa di Ernesto Scossa.

La vita schifa è l’ultimo romanzo dell’attore, regista e scrittore Rosario Palazzolo, edito quest’anno da Arkadia nella collana Sidekar e candidato all’ingresso nella dozzina dello Strega 2020.
L’autore, allievo di Luigi Bernardi, costruisce in questo libro una trama vorticosa, delineata in un lancinante flash back, ma a ripartenze continue, che definiscono il personaggio del protagonista fin dentro i suoi pensieri.
Usando una lingua velocissima, senza pit stop, una lingua inesauribile, pregna di espressioni dialettali, una lingua che risucchia il lettore dentro un racconto frastornante, Palazzolo regala al tempo stesso al lettore una vera piece teatrale e uno sconvolgente romanzo sperimentale.
Domina a tratti nel suo svolgersi una prospettiva a cannocchiale che indugia sui particolari, che lentamente costruiscono la personalità di Ernesto Scossa, apprendista per vocazione, ammazzatore per mestiere.
Autobiografico, per ammissione dell’autore, Ernesto si muove dalle sabbie mobili del quartiere Brancaccio verso una realizzazione della fase adulta che però lo vede sempre passivamente incatenato alle sue radici malate.
La lingua diventa da subito protagonista assoluta del romanzo, svolta in capitoli lunghi una frase, senza una punteggiatura ortodossa, in una fluida alternanza di discorso diretto e indiretto, di incisi e digressioni, di neologismi che non sono altro che trascrizioni del parlato dialettale del capoluogo siciliano.
Il racconto comincia dal reclutamento e dalla prova, ed Ernesto pensa già a quali saranno i suoi pensieri dopo, e che ammazzare non è difficile ma far finta di niente lo è di più. E cerca continui pretesti per non crederci e torna indietro col pensiero a quando leggeva solo fumetti, a un’infanzia violata, sogna, dà importanza a particolari che nessun altro vedrebbe. Associazioni d’idee che nascono dallo scontro con una realtà che lui in fondo rifiuta e che si sublima soltanto nei ricordi personali, più profondi, in una sorta di percezione del tempo intima e irrazionale che da un particolare fa scaturire un doloroso ricordo del passato.
Ernesto in fondo è un buono. Gli manca solo il rispetto degli altri. Per questo egli non crede fino in fondo nel suo lavoro, anzi gli pare a tratti ingiusto, e trova anche, in esso, un motivo per giustificare la sua innata bontà, e allora di volta in volta aiuta un disperato a farla finita o una guardia incapace a sparire per non far più danni. E legge libri fantasy per non pensare alla realtà che si trova ogni volta davanti. E chiama per nome la sua vittima, prima di spararle, perché chi muore ha il diritto di saperlo e rendersene pienamente conto. O s’impietosisce all’ultimo momento se alla vittima le hanno portato via l’auto. E qui comincia una storia d’amore così casuale che è per la prima volta veramente amore e Scossa dimentica la paura e rifiuta persino il suo mestiere, la sua stessa vita, anche se questa, con le sue radici malate, è impossibile da estirpare.
La conclusione ha il sapore della tragedia greca, con quel poco di catarsi che la vita di oggi può garantirci. Reset. Tabula rasa. Giustizia. Termini interscambiabili, perché a Palazzolo interessa soprattutto ribadire che il male nasce dalla colpa e le attenuanti gli sono in fondo estranee. È una questione di radici, e la vita stessa ci insegna questo.
Un inno alla libertà negata.
Un autore potente e sorprendente che s’impone di diritto nel novero degli scrittori di primo piano del nostro panorama letterario.

Nelson. Cronache dal Corona virus. 11.

La fine del lockdown si avvicina e su Fb le polemiche sui rischi che la curva del contagio torni a crescere si accendono. Scontate.

Ieri la piccola figlia di un’amica è uscita in carrozzina. La mia amica ha raccontato che guardava ogni cosa come per la prima volta. Attirava continuamente l’attenzione della madre, felice.

L’altro ieri un amico mi ha chiamato, scosso. “Ho chiesto a mio figlio di dieci anni di uscire, mi ha guardato e mi ha risposto che preferiva continuare a giocare alla Play…”

Tutti noi stiamo soffrendo. C’è chi lo mostra, chi no, magari ci prova anche un sottile, indecifrabile gusto, ma nessuno può avere ragione. Perché non può esistere polemica sulla sofferenza.

Sessanta giorni. Trascorsi dolorosamente a contare le ore che dividono un giorno dall’altro, senza la prospettiva di un’uscita definitiva da questo tunnel opaco fatto di ripetitività, stanchezze e allucinazioni. Trascorsi a correre nel lungo corridoio per ore, provocando le reazioni divertite di Marci, Giovanni e Matteo.

Dicono che nei primi diciotto anni di detenzione trascorsi a Robben Island, un’isoletta davanti a Cape Town, Nelson Mandela fu sottoposto a condizioni molto dure. Celle minuscole, visite rare e brevi, cibo scarso, pessimo, sempre uguale.
Il lavoro forzato era estenuante. Passò i primi cinque anni a spaccare pietre nel cortile. Poi, per 13 anni, a scavare in una cava di calce o a raccogliere alghe fra gli scogli. Ma Nelson era un uomo dal fisico straordinario. Nelle pause tra una sessione di lavoro e l’altra, lui ogni giorno correva un’ora, sul posto, in cella. Negli ultimi anni di carcere trasformò la corsa in camminata. E sopravvisse.

Io ho un fisico e una mente fragile. Somiglio più a Forrest Gump. Non per niente gli eroi nascono ogni cent’anni. Ma corro.

Me ne faccio una ragione. Penso a domani, quando potrò tornare a camminare, e sorrido.

Dentro.

Tre racconti, in realtà. Un libro. Un percorso. Una storia al contrario, a ritroso nella vita di un individuo, dalla drammatica sorte della maturità alle prime esperienze dell’infanzia. Nella lettura non ci sono regole. Si può leggere diligentemente un libro dall’inizio alla fine, si può interromperne la lettura appena s’incontra una descrizione che si avvolge noiosamente su se stessa, si può leggerne per gusto un brano a caso, si può rileggerlo, se ti è piaciuto, per intero. Ecco. Dentro è il primo libro che ho letto da quando ho aperto il blog. È il primo libro che ho recensito. Ed è il libro che forse ha più cambiato i miei gusti di scrittore. Per la sua struttura originale, soprattutto. Tre racconti, legati flebilmente tra loro, alla vicenda di un uomo, a dichiarare un unico pensiero profondo: la prigionia dei sentimenti e il loro percorso verso il disvelamento. Dentro un carcere, una scuola, da cui si esce soltanto grazie all’alchimia stabilita con il compagno di banco, nelle pieghe del mistero del rapporto padre-figlio. L’ha scritto Sandro, Sandro Bonvissuto, che è un mio amico, prima ancora di essere un grande scrittore. Sandro finora ha scritto grandi racconti, dal sapore quasi filosofico, la maggior parte dei quali ispirati dalla sua infanzia, perché, come dice lui, il fine è dire il massimo col minimo delle parole. Tra questi fanno eccezione, appunto,  Il mio compagno di banco e Il giardino delle arance amare che, nell’edizione di Dentro del 2012, occupa quasi l’intero spazio del libro, 100 pagine, un romanzo da solo.

Il mio compagno di banco è un racconto sulla scuola, ma di una scuola vissuta dentro di noi, come una tappa della maturazione della coscienza che prima o poi dobbiamo esibire al mondo. Un racconto sul primo giorno  di scuola, e il primo giorno di scuola arriva proprio all’indomani della fine dell’epopea del cortile, segno di un ciclo che segna il superamento dell’infanzia e l’affacciarsi della maturità… il destino è scritto su un foglio attaccato col nastro adesivo al vetro della bacheca vicino all’entrata della scuola, perchè l’assegnazione della classe, a ben pensarci, è proprio una bella responsabilità che si prende il destino nei tuoi confronti, o il Ministero, o chi per lui… classe… banco… compagno di banco… ecco, quello in realtà è frutto del caso, alla fine di una corsa caotica, interrotta soltanto dall’ordine impartito da un professore, proprio quando stai per essere assalito dal panico per il fatto che non conosci nessuno… e d’incanto ti ritrovi con uno sconosciuto che probabilmente ti farà compagnia per cinque anni in un banco inspiegabilmente studiato per due… il caso, l’insondabilità di un mistero, dapprima opprimente, subito dopo piacevole, perchè l’intesa, tra due sconosciuti, può nascere anche dalla comune consapevolezza del non saper nulla… e il non saper nulla suggella, come in un patto d’acciaio, un’amicizia fatta di assolute condivisioni, come se il destino, fecendo sedere assieme due persone su uno stesso banco, poi debba giustificare la necessità di muoversi, giocare, cambiare classe, sempre e soltanto assieme… è la nascita di un noi, di un’amicizia che niente più può separare e che la scuola ha creato, a dispetto di quel principio di merito che ne è alla base e che minaccia continuamente la solidità di un rapporto che invece niente ha di razionale…

Il giardino delle arance amare è, invece, un poemetto sul mondo del carcere e il titolo del volume allude profondamente a esso… Un uomo viene accompagnato verso un carcere senza una parola, nonostante le sue pressanti domande. Appena dentro smette di parlare, come se improvvisamente tutto sia diventato inutile. La cella è una stanza buia di pochi metri quadri. Due letti a castello sui lati e un cesso-cucina maleodorante. I letti sul lato opposto sono occupati. Antonio. Babatunde. Nomi che si rivelano all’alba, dopo una notte insonne. Dentro è tutto chiuso, come in un gioco di scatole cinesi, e quando è aperto è aperto verso l’interno, dentro il nulla. Come il cortile, che assomiglia a una piscina con tanti pesci uno uguale all’altro, che non hanno dunque nulla da dirsi. Una sorta di capolavoro del male, circondato da mura che rasentano la perfezione, sempre e soltanto del male. Anche la morte, in carcere, arriva da dentro, e spesso ha il sapore definitivo del suicidio. Persino la Tv trasporta il detenuto in giro per il mondo lasciandolo però, in fondo, dentro, fermo nella sua impotenza. E la biblioteca non ha libri da offrirti perchè sono tutti dentro, le celle, a riempire un vuoto che soltanto i libri possono illudere di fare… Dentro c’è poco spazio e tanto tempo, un po’ il contrario dell’esterno, dove c’è poco tempo e tanto spazio… Bellissima è la parte dove un ragazzo viene trascinato in carcere e interrogato davanti a tutti gli altri detenuti… ha commesso un omicidio, è evidente, ma viene sostanzialmente condannato all’ergastolo per direttissima, sulla base di una legge, la ex Cirielli, firmata fuori da politici inquisiti… qual è il senso di una legge che condanna così impunemente all’ergastolo? L’ergastolo, dice Bonvissuto, “è una cosa orribile. Non ha nemmeno dalla sua quel principio in base al quale chi sconta una pena paga per quello che ha fatto. E una pena di morte con un’esecuzione differita. Affidata a un boia invisibile, impersonale, impunito: il tempo. Perché si può pure stare in carcere ugualmente per tutta la vita, ma è necessario che chiunque ci stia abbia la speranza di non doverci stare per sempre”. Sembra quasi che lo Stato ti abbia costruito un sistema dove ti abitui a vivere serenamente con il tuo parassita, il reato, e così, quando arriva il momento di uscire, fuori, ne hai paura e desideri quasi di tornare alle tue sicurezze, dentro… Un libro definitivo, dove la parola è davvero sacra, e che ti fa sperare soltanto che ne esca al più presto un altro altrettanto bello.

L’intima espiazione di un vero scrittore.

Espiazioni collettive, terzo romanzo di Ilario Carta, dopo I giardini di Leverkusen e Lo scorpione nello stomaco, tutti editi da Arkadia, è un giallo antropologico, come lui stesso lo ha definito.
Protagonista è Marco Migali, un giovane ricercatore sardo che lavora a Roma e che s’imbatte nei frammenti di cronaca di un processo tenutosi negli anni Venti in Sardegna, a seguito di un plurimo, efferato omicidio avvenuto in un piccolo paese dell’Ogliastra, e sul quale il Regime aveva subito fatto calare la sua coltre di silenzio.
Raggiunta l’Isola, per approfondire i suoi studi, Marco trova il padre in fin di vita e tocca con mano gli effetti di una tragedia mai assimilata, anzi quasi ignorata, dagli abitanti del paese, sepolta nel tempo per una sorta di processo di rimozione collettiva rispetto all’atrocità di una violenza così efferata.
Il viaggio, il rapporto padre-figlio, sono due temi forti nei romanzi di Carta.
Essi si sublimano nel suo esordio, I giardini di Leverkusen, fortunato best seller edito cinque anni fa e insignito del prestigioso Premio letterario Osilo.
Antero ha 15 anni quando intraprende il viaggio che lo porterà verso il padre, emigrato in Germania, per sostenere la famiglia. Dopo un interminabile viaggio, prima in nave, poi in treno, arriva in quella che era per lui una Germania senza confini, un paradiso decantato volutamente nelle lettere del padre. A Leverkusen, però, Antero scopre la realtà del mondo ghettizzato degli emigrati, e l’amara esistenza del lavoro in fabbrica, fatto di fatica e di subordinazioni. E si ribella. Si ribella al caporeparto autoritario, ma anche al padre, a cui non perdona la privazione dell’affetto e, assieme, l’arrendevolezza al destino.
Anche in quest’ultimo romanzo, l’autore costruisce una fitta trama di sentimenti, animata da personaggi lirici, come il ribelle Lenin, che fornirà a Marco la chiave di lettura di una vicenda per altri versi amara e ingiusta.
E nel finale compirà il percorso della sua personale espiazione.
Un romanzo, un autore profondo e universale, nella sensibilità con cui tratta temi che in fondo toccano tutti.
E che merita, alla sua terza fatica, un’attenta lettura.

Lungo viaggio verso la notte. Cronache dal Corona virus. 10.

Giorno 53. Nella smorfia il vecchio.

Mai come in questi due mesi, che andranno a concludersi tra una settimana, mi sono sentito così vecchio. Sarà il divano sul quale ormai m’accascio ogni tanto, quasi come in un gesto di scontata abitudine. Sarà la dieta che sono costretto a fare per arrivare davvero a essere vecchio.

Vecchio lo sono diventato coi giorni di questo maledetto covid, dopo l’incoscienza iniziale. E fragile, perché la clausura forzata abbassa le difese e rende saggi. Come i vecchi.

Oggi Mattarella è salito da solo sull’Altare della Patria. Mi è sembrato vecchio come il Papa al centro di Piazza San Pietro il giorno di Pasqua. Vecchio era anche l’Anniversario che si festeggiava, ma per una volta ancora quello si è dimostrato fresco, nella memoria di tutti gli italiani, come le ferite dei partigiani. La metà dei morti per Covid in Europa sono vecchi ricoverati nelle Case di riposo. Nonostante questo, i numeri ci dicono che ci avviciniamo all’esaurimento del contagio.

Peccato che l’esaurimento, quello vero, ce lo dovremo portare dietro anche dopo. Presto. Prima che diventiamo troppo vecchi.

Strana settimana, quest’ultima che ci porterà alla liberazione dal lockdown.

Una settimana infarcita ancora di feste e ponti, proclami repressi e un’enormità di dubbi. Domenica, per la prima volta, persino Giovanni ha seguito la Conferenza di Conte… credo che lui abbia capito molte più cose della maggior parte delle persone, perché è andato subito a letto senza salutare. Non è cambiato niente, ha blaterato. Forse sperava di poter subito uscire a farsi una passeggiata romantica all’imbrunire. Che follia.

Lunedì ha aperto l’imponente cantiere che abbiamo a pochi metri da casa… mettono su un Centro universitario, o giù di lì, ma subito abbiamo apprezzato il silenzio della quarantena. E io, subito, mi sono chiesto cosa ci abbiano lasciato questi cinquanta giorni di restrizioni forzate. È ora di bilanci, d’altronde. Ci ho pensato a lungo… ho letto, ho scritto, ho ridato linfa al mio blog, alla fine ho pure suonato e persino fatto ginnastica. Non ho messo in ordine i cassetti e i francobolli. Ho avvertito nuovi mali, soprattutto alla schiena e al basso ventre. Meno perfezionista ma più ipocondriaco. Forse ha ragione chi dice che questa reclusione ci ha cambiato. Oggi Giovanni andrà a consegnare i pacchi della Caritas.

Non sono ancora riuscito a fargli leggere un libro, ma in compenso ha imparato a preparare una lasagna e un tiramisù da urlo.Matteo ha accettato queste regole ferree con stoicimo, ma spesso combattendole con interminabili sessioni di videogiochi, di videolezioni, di esercizi fisici in videoconferenza, tanto che già lunedì prossimo è pronto a festeggiare per l’appuntamento in presenza con il suo fisiatra. Scuola, basket, pizzerie, parchi e passeggiate possono aspettare. Poi, in fondo, non sono così importanti.

Come una barca sul cemento.

Mai cercare di resuscitare dal passato storie sentimentali ormai sepolte, soprattutto se queste storie all’epoca non sono mai state veramente tali.
Potrebbe essere questo il sottotitolo da apporre al decimo romanzo di Roberto Saporito, edito da Arkadia nella collana Sidekar nel novembre dello scorso anno.
Cosa succede quando vuoi dare a tutti i costi una risposta al passato, sembra chiedersi l’autore? Recuperare un lontano amore adolescenziale, sopito dal rimpianto, con un blitz stile Facebook? Se sei fortunato, che quella ragazza ormai cresciuta, praticamente cinquantenne, ti risponda, al massimo ti inviti a uscire, forse addirittura a far l’amore, come volevi tu. Ma dopo? È possibile che trent’anni possano essere trascorsi senza cambiare le cose, anzi, addirittura rimettendo a posto tutte le tessere dei desideri più profondi e inespressi?

La risposta è tutta nelle pieghe di quest’agile e incalzante storia, in cui un professore universitario, costretto alle dimissioni da uno scandalo di natura sessuale e tormentato da un’infanzia precaria, cerca di dare un senso al fallimento della sua vita presente tentando di recuperare gli amori inespressi del passato. Così contatta le ex ragazze con cui, per un motivo o per l’altro, non era mai riuscito a contraccambiare una simpatia che da parte loro era parsa evidente. Ci va a letto, entra nella loro nuova vita, finché non incontra gli ostacoli che il tempo ha frapposto alla sua infantile ansia di giovinezza.

Saporito crea una trama mozzafiato che non permette di staccarsi più dalla sua scrittura elegante, esperta, a tratti divertente, quasi ironica, e dove il lettore rimane invischiato, insieme al protagonista, in una trappola dai contorni nemmeno lontanamente immaginabili. Un romanzo, un perfetto noir sul tempo, in cui “il nostro vero io è unicamente un io variabile, che cambia con le stagioni della vita, di chi ci sta accanto e di chi ci ha abbandonato negli anni che passano inesorabili e sempre più velocemente…” Il libro è ricco di citazioni musicali e letterarie, come se l’autore volesse mettere in mano al lettori gli strumenti per decifrare una storia che soltanto all’apparenza è semplice e scorrevole… sì, ragazzi, sembra dire Saporito, metto tanta carne al fuoco, ma in realtà attenti, perché i romanzi più interessanti sono quelli dei quali è difficile spiegare esattamente di cosa parlano. Roberto Saporito in questo è una garanzia. Anche quando la trama parte adagio, enigmatica, tu sai che è soltanto un trucco per abbassare le tue difese e risucchiarti nel vortice della sua inesauribile capacità di creare storie sempre diverse, mai scontate, tutte da decifrare.

Uno strano incontro.

L’Ottocento fu più di ogni altro il secolo del romanzo, il genere per eccellenza della narrativa, quello che più di ogni altro avvicinava l’ispirato autore a un pubblico borghese sempre più numeroso e potenzialmente in grado di acquistare il prodotto letterario.

Il primo scrittore a intuirne veramente le potenzialità economiche fu Honoré de Balzac, sicuro che tutto si risolvesse nella magica parola delle Illusioni perdute, quel denaro per il quale lo stesso Balzac consuma la sua vita nella scrittura di quasi novanta romanzi, convinto che il libro sia diventato una merce che parla di merci, come mai è accaduto in passato.

A differenza di Balzac, invece, l’altro grande romanziere europeo del primo Ottocento, il nostro Alessandro Manzoni, scrive, riscrive e lima incessantemente i suoi Promessi sposi con aristocratica pazienza e nevrotica insoddisfazione. Balzac sforna a getto continuo opere che dovrebbero salvarlo dai debiti, e lui punta tutto su quell’unico prodotto della sua solida poetica.

I due grandi narratori si conoscevano di fama e ben chiara avevano pure la coscienza del solco che li divideva.

Quando, il 19 febbraio del 1837 Honorè de Balzac, trentottennne e ormai famosissimo, giunge a Milano e prende alloggio in un albergo a due passi dal Duomo, la Bella Venezia, nella centralissima piazzetta San Fedele, è spinto nella città lombarda da alcuni affari importanti, tra cui la procura per vendere ciò che rimaneva dei beni immobiliari dell’amico Emilio Guidoboni Visconti, trasferitosi a Parigi, e l’autorizzazione a riscuotere una ragguardevole somma attualmente nelle mani di un amico milanese dei Guidoboni, tal conte Somaglia.

Di lui, romanziere alla moda, la stampa cittadina parla con commenti maliziosi ed eccessivamente coloriti, in particolare della sua fluente e incolta capigliatura, e nota subito la cravatta che ei porta in toeletta di gala col controsenso dei guanti neri. Il mondo culturale lombardo appare molto incuriosito dall’autore di Papà Goriot.

Non è bello, non è brutto: ma fra i due, piuttosto brutto che bello; ha sotto il naso una specie di chiaroscuro che dà qualche idea di mustacchi. Chiome nere ed incolte, naso savoiardo e due occhi nerissimi, nei quali si può leggere compendiato il fuoco, il brio di questo grande scrittore, scrive in vivace stile prescapigliato Antonio Piazza sulla Gazzetta privilegiata di Milano del 23 febbraio del 1837. E i festeggiamenti, le gentilezze dei milanesi dureranno fino a quando qualcuno non metterà in giro la voce che Balzac ha espresso giudizi poco lusinghieri sui Promessi Sposi.

Manzoni e Balzac si incontrano il 1° marzo, nell’abitazione dello scrittore milanese, in contrada Morone, alla presenza del marchese Felice Carron de Saint-Thomas, di Cesare Cantù e del figliastro di don Lisander Stefano Stampa.

Il loro non si preannuncia come un incontro facile.

Manzoni conosce perfettamente il francese e legge il collega in originale. Balzac invece ha letto i Promessi sposi nella mediocre traduzione francese senza ricavarne una grande impressione. Parla sempre lui, dice parecchie cose insulse, vuole dare di sé un gran concetto, racconta in seguito Manzoni all’amico Ruggero Bonghi. Cesare Cantù, presente al colloquio, è più drastico e sostiene che Balzac «parla come un mulino a vento», loda Rabelais, opponendo il suo materialismo allo spiritualismo così in voga all’epoca e cita anche degli esempi di romanzi persino suoi che fallirono in questo tentativo di rappresentare l’ideale, come Il medico di campagna. Forse vuole usarlo come argomento per scardinare la reticenza del padrone di casa, ma Manzoni rimane taciturno e distaccato. In particolare si appassiona al tema, tutto monetario, dei diritti d’autore. «Si lamentò senza fine della contraffazione libraria, ed è persuaso che fra le potenze si farà una convenzione per impedirla», riporta sempre Cantù.

Anche Manzoni in passato si era occupato di proprietà o meglio, come preferiva già all’epoca definirlo lui, di diritto d’autore nella causa contro l’editore Le Monnier che aveva stampato in vacatio legis migliaia di copie del romanzo, nell’edizione Passigli del 1832, senza l’autorizzazione dello scrittore lombardo[1], e forse Balzac sperava di scuoterlo, definitivamente, con quello spinoso argomento. Ma Manzoni sembra ancora più infastidito e sta zitto. La pragmatica ci insegna che anche il silenzio è un atto linguistico… l’ironia manzoniana è proprio nelle assenze, nei vuoti, nelle omissioni. Apre spazi che l’economia non ha argomenti per colmare, se non con il suono ripetitivo della chiacchiera.

Il figliastro Stefano Stampa rimarcherà in seguito come Balzac soprattutto parlasse con quel tono di suffisence che, davanti ad un Manzoni, poteva essere battezzato di presuntuoso e di ciarlatanesco, e così probabilmente fu avvertito dall’illustre destinatario. In particolare lo Stampa cita il tentativo di Balzac di dimostrare al suo interlocutore l’inevitabile fallimento del progetto di un romanzo religioso come il suo Medico di campagna, che non aveva ottenuto il successo economico da lui sperato.

Manzoni, non appena Balzac andò via, sussurrò laconicamente al figliastro che per avere successo nel genere religioso «non bisogna tentarlo come una speculazione letteraria qualunque, ma esserne profondamente persuasi. E così, con una sentenza di vago sapore morale, pronunziata in assenza del contendente, si chiuse un incontro senza vie d’uscita tra due giganti della letteratura, agli antipodi, oltre che per le scelte ideologiche, anche per carattere e contegno sociale.


[1] Nel Granducato di Toscana vigeva sì una disciplina che tutelava il diritto d’autore, perché il Granduca aveva aderito, unico Stato italiano, alla Convenzione sulla protezione del diritto d’autore conclusa tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco: si trattava di una novità, sia per il tipo di tutela (diritto di proprietà intellettuale) sia per l’oggetto della disciplina (una proprietà non tangibile derivante dall’ingegno). Solo successivamente, con la Convenzione internazionale di Berna del 1886 – ispirata, si dice, da Victor Hugo – la materia avrebbe ricevuto una più sistematica regolamentazione. Tuttavia l’adesione del Granducato era avvenuta nel 1840, e l’edizione di Passigli era anteriore a quella data. Di qui il dilemma: la protezione del diritto d’autore si poteva estendere retroattivamente anche alle opere pubblicate anteriormente all’adesione o doveva valere solo per il futuro? Le Monnier e i suoi avvocati propendevano per quest’ultima interpretazione, Manzoni e i suoi per la tesi opposta. Ne nasce una controversia, che, instaurata nel 1845 dinanzi al Tribunale di Firenze (luogo della pubblicazione ritenuta illegale), si trascina per anni, vedendo tuttavia Manzoni vittorioso in tutti i gradi, Guido Alpa, Manzoni esperto di legge, in 24 Cultura, 5 agosto 2017.