Libri. Come un film francese, di Roberto Saporito.

 

Mentre è appena uscito il nuovo romanzo di Roberto Saporito, Respira, riprendo in mano il precedente libro, “Come un film francese “, edito da Del Vecchio.

Divertissement spigliato o romanzo di critica sociale?
E’ una domanda che sorge spontanea dopo aver letto questa storia scorrevole e avvincente.
Il protagonista è uno scrittore fallito, rassegnato ormai alla nuova dimensione disimpegnata di docente di scrittura creativa che gli permette, grazie al suo fascino acquisito, di portarsi a letto le bellissime quanto ricche studentesse del suo corso.
Quando conosce, però, Lea, la figlia diciasettenne di una ricca ereditiera torinese, disillusa e sfrontata, la sua vita cambia. E anche la prospettiva del racconto, che passa nelle mani e nella testolina matta dell’ormai diciottenne ribelle in viaggio-formazione verso l’Inghilterra con la sua amica del cuore…
Tanga aderenti, camicie di Prada portate come uno straccetto, auto di lusso e provocazioni continue ci portano fino a Parigi, dove Lea incontra nuovamente lo scrittore, reo di averla tradita con la sorella…
Un finale inaspettato, ma soprattutto diverso, piacevolmente provocatorio…
Efficace, sia la descrizione della società vacua e benestante del capoluogo piemontese che l’analisi dell’apatia morale dello scrittore, significativamente abbinate…
Uno stile semplice ma originale. Un intreccio talmente coinvolgente da essere valido a ogni estate.

Libri. Il pranzo di nozze di Renzo e Lucia, di Marco Giacosa.

 

L’ennesimo adattamento dei Promessi Sposi, direte voi?
Ma nemmeno per idea.
Scordatevi la rilettura (soltanto) semanticamente aggiornata dal grande Umberto Eco. Qui il giornalista torinese Marco Giacosa, per i tipi di Miraggi, compie un’operazione più complessa eppure più agile e allo stesso tempo godibile.
Gli intenti sono sempre quelli di Eco: rendere il romanzo più vicino ai nostri ragazzi, sottraendolo in parte all’obbligo della lettura scolastica, eppure Giacosa, partendo da un pretesto (e qui il richiamo al capolavoro è evidente), quello di una wedding planner che spiega la riuscita del ricevimento finale offerto dai due sposi, crea un meltin pot moderno e spontaneo che ben si amalgama ai richiami dell’originale… e così scopriamo che le distanze tra i due testi non sono poi così abissali, come quando la narratrice spiega che il governatore si augurava che i bravi se ne andassero “foeura di bali”… e che i brani scelti sembrano quasi così appropriati alla nuova narrazione che acquistano anche nel lettore più colto una sorprendente freschezza, ribadendo allo stesso tempo la loro intramontabile classicità…
Conclude il libro un menù appositamente preparato per gli sposi dallo Chef in Valigia Fabio Mendolicchio, un gioiello gastronomico-letterario che attinge alle preziose conoscenze storiche dello scrittore e cuoco torinese.

Libri. Deledda, di Luciano Marrocu.

 

Il giudizio sulla Deledda è stato spesso associato a quello di una scrittrice seria, triste, quasi noiosa.

Giudizio banale, sul quale il lettore di questo agile saggio di Luciano Marrocu (Deledda, Donzelli Editore), però, non può più essere d’accordo. Pagina dopo pagina, infatti, quella che emerge dal libro è l’immagine di una donna in continuo movimento tra creazione letteraria, desiderio di autoaffermazione, amori (soprattutto epistolari, ma non per questo meno infelici), tentativi di distacco dalla città dove è nata, Nuoro, e da un ambiente che giudica raggelante e provinciale.

La vicenda inizia con un trasferimento a Cagliari. Si è appena interrotta drammaticamente una relazione e a Grazia Nuoro ormai appare come un luogo primitivo. La scrittrice, benché giovane, ha già pubblicato sei romanzi e diversi racconti, tutti con Case editrici del Continente. La Via del male ha avuto persino una positiva recensione da parte di Capuana. La sua è stata una vocazione curata, conquistata con il lavoro e la privazione degli affetti sociali.

Grazia è volubile, forse stanca, ma un che di barbaricino nel suo carattere non si può certo escluderlo. Eppure, quando a un ricevimento dalla sua padrona di casa, donna Maria Manca, conosce il suo amore di una vita, l’intendente di Finanza Palmiro Madesani, lei pare accendersi improvvisamente di incontenibile vitalità e affetto. Dopo un breve scambio di corrispondenze, i due si sposano.

Già. Le corrispondenze epistolari, quasi che Grazia riesca a vivere relazioni sentimentali più ampie nelle lettere che nella realtà, sintomo forse di un temperamento sognante più intenso di quanto ancora non si direbbe dai suoi romanzi, e Luciano Marrocu, da valente storico qual è, è bravo a leggerle lucidamente sin nell’intimo di un carattere introverso ma allo stesso tempo passionale.

Nell’epistolario con Angelo De Gubernatis, studioso del folklore e orientalista, Grazia per esempio descrive la sua come una famiglia borghese ma paesana, che però le permette di usare molte libertà, soprattutto nello scrivere e nel leggere ciò che vuole e ricevere a casa sua qualunque amico. E’ questo epistolario un carteggio intenso e intimo, dove Grazia si lascia andare, con affetto filiale, finché il vecchio studioso non le dichiara apertamente il suo amore e lei non vi si sottrae. Poi c’è anche Giovanni Battista De Nava. Calabrese. Pubblicista e poeta. Ma soprattutto insofferente della vita di provincia e per questo improvvisamente vicino a Grazia, che gli pare già di conoscere attraverso i suoi scritti. Grazia però è fredda, lo sottopone all’esame dello zio tutore e alla notizia che don Cambosu ha scritto a Reggio per avere informazioni su di lui, il rapporto si guasta irrimediabilmente.

Dunque Palmiro Madesani. Ma prima ancora Andrea Pirodda, maestro elementare di cui da subito lei avverte la distanza sociale, e Stanis Manca, brillante giornalista di cui invece lei s’innamora prima ancora di conoscerlo. A Stanis Manca, per esempio, lei confessa, ancora una volta in una lettera, l’invidia dei concittadini per la sua condizione di scrittrice. E invece, è proprio il suo aspetto fisico, non le sue doti, a raggelare l’amato e a decretare l’agonia del loro rapporto. E a riportarla tra le braccia del buon Andrea Pirodda, ma per poco, perché Grazia non è proprio disposta a passare sopra i suoi difetti fisici e soprattutto letterari. Il progetto del matrimonio è legato alla condizione che il Pirodda venga trasferito alla Scuola normale di Nuoro, ma stavolta è Andrea a rifiutarsi. Così finisce di fatto la sua relazione con lui e comincia, con il viaggio a Cagliari, quella con il Madesani.

Arrivati a Roma, passano dodici anni prima che la coppia arrivi alla dimora definitiva, un villino immerso nel verde in via Porto Maurizio, che la scrittrice fa arredare da un ebanista sassarese, Gavino Clemente. La cura della casa, unita alla scrittura ininterrotta per tutta la sera, però, la farà mancare totalmente, nel giro di poco tempo, a tutti i suoi cari e in particolare al marito.

Nelle estati tra il 1908 e il 1911 Grazia si reca a Nuoro senza il marito: ancora una volta dal suo epistolario ne risulta una moglie riconoscente per la bontà dimostrata dall’uomo nel lasciarle quell’autonomia che pur a tratti la fa sentire in colpa.

Difficile definire la poetica della Deledda: per lei l’arte e il desiderio di compiacere il più possibile il grande pubblico convivono sempre, ma è in particolare nei confronti degli incarichi giornalistici che è più insofferente e vi cede soltanto perché spesso sono pagati molto bene.

C’è stato un periodo in cui Grazia aveva pensato di dedicarsi totalmente a un genere, quello dell’etnografia, sarda in particolare, patrimonio fino ad allora dei non sardi. Vi rinunziò, ma rimase in lei la volontà di fondare su quest’anima selvaggia la sua ricerca della propria identità attraverso la narrazione d’invenzione, ispirandosi spesso a personaggi minori che lei rende universali. Il suo rapporto con Nuoro, i suoi abitanti, la sua famiglia, specie la parte debole, rappresentata dai due fratelli e dalla sorellina, è complesso, diviso tra il malessere causato dai pettegolezzi nei suoi confronti e un’attrazione quasi arcana per la sua terra. E infatti, tra tutte le critiche, quella che la irrita maggiormente è proprio quella di un nuorese, Leopoldo Carta, che l’accusa di riadattare nei suoi romanzi nient’altro che contos de foghile… non è vero, sostiene lei, il contenuto dei suoi romanzi è unicamente ispirato alla realtà!

Poi, d’un tratto, arriva il romanzo di Pirandello, Suo marito, sulla vicenda di una giovane, rampante scrittrice, e del suo devoto, quasi insignificante marito, attento però al marketing dell’attività della consorte, e scorrono fiumi di pettegolezzi…

Nasce una bella amicizia da una breve visita di Marino Moretti a Viareggio per raccomandarle la pubblicazione del suo romanzo sulla Nuova Antologia, tentativo che poi andrà male, nonostante Grazia si senta per una volta a suo agio nel ruolo della buona tutrice. Allo scoppio della guerra Moretti si arruola volontario, ma è scartato e spedito negli ospedali da campo: lei tenta di consolarlo, ma non vi riesce del tutto; la guerra è per lei un misto di possibile eroismo, identificabile nei fanti della Brigata Sassari ma anche di fame, fatica, sofferenza.

L’incontro con la Duse è sul set di Cenere: l’attrice, ormai sul viale del tramonto, vuole fare del film una prova di recitazione più vicina alla sua anima, più di quanto gli avessero permesso le ultime performance teatrali e quanto invece le può permettere quella nascente arte muta. La Deledda è disponibile, davanti a un genere a lei estraneo, e arriva a dire che il romanzo deve diventare nel film suo, della Duse, ma non sapremo mai cosa la scrittrice sarda, oltre le parole di convenienza pensi veramente di questa prima originale trasposizione dalle sue opere.

Intanto, gli amici che vanno a trovarla a Roma, e che lei cerca sempre di tenere lontano dal marito, in questo caso goffamente invadente, sono tutti letterati, e a lei piace intrattenere rapporti con tutti. Con Salvator Ruju, già estroso poeta, ora malinconico insegnante cacciato dalla scuola in cui insegna dal comune amico, il preside Luigi Falchi. Con Matilde Serao, che si esibisce in divertenti parodie dei colleghi, con Mario Mossa De Murtas, che le regala un quadro a lei subito caro e le estorce confessioni sulla sua fanciullezza in Sardegna, dominata dalla paura della sua presunta bruttezza.

Quando l’esempio di Pirandello spinge a calcare le scene, Grazia si misura anche lei con il teatro e, dopo due sostanziali fiaschi, nel pieno della moda della cultura popolare sarda, mette in scena un’opera lirica, musicata da Michetti, con sufficienti riscontri; l’autrice però è fredda, sia cinema che teatro non la soddisfano, limitano troppo il peso dell’autore…

Quando, dopo diverse indiscrezioni, arriva la notizia del Nobel, la Deledda si appresta diligentemente a partire per Stoccolma, in treno e con non poche recriminazioni sui costi del viaggio. A Stoccolma, tra un appuntamento e l’altro del complesso protocollo, Grazia è ritratta soprattutto per la sua timidezza e la sua cura della famiglia, anche se lei si ribella a questa etichetta in nome della consapevolezza necessaria a un artista e della sua opera cita soprattutto i personaggi della sua terra e il romanzo Elias Portolu. L’incontro con Mussolini, al rientro dal viaggio, è improntato da parte della Deledda al massimo realismo, e quando il Duce le chiede cosa possa fare per lei, lei lo prega di liberare dal confino un suo concittadino.

La sua ultima intervista è del ’35 e lei vi ribadisce la sua distanza dalla critica e la vicinanza ai suoi lettori. In seguito a un intervento di rimozione di un cancro al seno, si tuffa ancora di più nel lavoro, e grazie a Gavino Gabriel registra la sua voce per la Discoteca di Stato. Quando, poco dopo, per le complicazioni del male morirà, resterà di lei soltanto questa registrazione e le poche immagini della cerimonia del Nobel insieme al marito…

In poco più di  cento pagine, Luciano Marrocu riesce a dare un’immagine della Deledda moderna, lucida, sorprendente. Lo stile è scorrevole, narrativo, spigliato, a tratti coinvolgente, ricco di scarti temporali che hanno il pregio di raccontare la vita della scrittrice senza annoiare mai, anzi facendola sembrare quasi un romanzo. Come nell’incontro della scrittrice con Puccini, incontro dominato dalla scarsa se non inesistente stima reciproca tra i due, e da imbarazzati silenzi, a mascherare l’umore malinconico del musicista…

Libri. Sui confini, di Marco Truzzi.

 

Quali sono i confini di cui parla Marco Truzzi nel suo ultimo libro edito da Exorma e ben corredato dalle foto in bianco e nero dell’autore e di Ivano Di Maria?
Sono i confini di un’Europa risorta da troppi conflitti, simboli di una volontà nuova di riconoscere le differenze che l’Europa unita vuol definitivamente definire?
Marco, in realtà, dice di essere partito con l’amico fotografo Ivano Di Maria per scoprirlo, e il suo racconto davvero ci prende per mano in un percorso di conoscenza delle trasformazioni che l’Europa ha subito nel giro di pochi anni, subito dopo la caduta del muro, il suo confine più simbolico.
La prima tappa del suo viaggio, ai confini austriaci e sloveni, sembrerebbe negarlo, con l’immagine di abbandono e lassismo nei controlli che offrono i passaggi di Tarvisio e Gorizia, ma appena si scende più a sud le cose cambiano… è forse l’effetto dell’ondata di migranti succeduta alla guerra in Siria, ma come spiegare per esempio i 20 milioni spesi per chiudere i confini tra le due enclavi spagnole di Ceuta e Melilla e il flusso pressante di migranti nordafricani e mediorientali alle loro porte?
C’è, improvvisamente, in Europa come la volontà di ribadire confini che vengono messi a rischio soprattutto dall’esterno, ed ecco che il libro di Marco diventa, soprattutto in questi giorni, di forte attualità.
Eppure è proprio il concetto di confine, in Europa, che risulta incerto, e Marco lo sottolinea bene:《se Melilla non è “Europa” pur facendo formalmente parte dell’Unione Europea, Basilea è “Europa” pur essendone fuori》…
A Sud e a Nord. Nel Mediterraneo come nel mare del Nord. Tra muri e ponti, come quello sull’Oresund, tra Copenaghen e Malmoe, costruito per ribadire ricchezze ed escluderne gli altri. A Ventimiglia, sugli scogli che fanno da casa a chi dal mare è stato restituito a una libertà precaria e prega di potersi spostare soltanto di pochi chilometri, sino a Nizza… a Calais, nella Giungla che i fortunati si costruiscono in attesa di spostarsi in Inghilterra, perchè a loro dell’Italia o della Francia in fondo non importa nulla, se non fosse che nel frattempo, la Giungla, data la difficoltà di oltrepassare la Manica, sta diventando un posto stanziale, nella sua precarietà una vera e propria città…
Ma è a Est che appare più evidente questa volontà di tracciare confini per ribadire diversità che l’Europa Unita vorrebbe appianare. In Serbia, dove i migranti sono ammassati in un luogo inaccessibile, in Ungheria, oltre il muro di filo spinato, dove non ci sono proprio, e infine a Idomeni, nell’anticamera di un Continente che non accetta più chi è diverso dal pur scomodo fratello europeo…
Un libro, questo di Marco, che brilla spesso come un’infografica del Guardian, e che alla fine diventa quasi un intimo libro di viaggio, animato dalle persone che li abitano per davvero, quei confini. Un libro piacevole, lontano dal saggio sociopolitico, un diario che affascina, coinvolge e commuove.

Libri. Lo scorpione nello stomaco, di Ilario carta.

 

Mentre si è in procinto di celebrare la Prima giornata della Conciliazione, voluta dal neo eletto capo del governo Pier Francesco Baroncelli Dal Monte, Libero Colombelli, Marzio Aregoni e Arturo Milone vivono ognuno a proprio modo le attese di un evento che potrebbe ulteriormente cambiare i destini delle loro esistenze…
È l’inizio dell’intrigante romanzo, dal titolo “Lo scorpione nello stomaco”, che Ilario Carta ha da poco pubblicato per i tipi di Arkadia, giovane e promettente Casa editrice cagliaritana.
Quando Milone viene riconfermato nel ruolo di Segretario, molte delle speranze iniziali sembrano dissolversi di fronte alla granitica efficienza di un leader che non a caso sembra ricordare le figure dei nostri attuali politici, da Berlusconi a Renzi allo stesso Putin, un’efficienza fondata sulla ricerca maniacale di un consenso unito a una discutibile considerazione dell’universo femminile, quasi coreografica.
Tecnocraticismo. È questa è la parola che esplode nel pieno della prima conferenza stampa del nuovo capo del governo. E subito dopo arriva lo show, condito da battute fulminanti. E nel corso dei successivi interventi, la demolizione del linguaggio superato della vecchia politica e il ridimensionamento del ruolo della Stampa e dei Sindacati.
Il programma dell’epocale giornata si dipana nella sua meticolosa precisione, che uccide sul nascere ogni pur legittimo atto di ribellione, e intanto, al racconto della maratona politica, si alternano i ricordi di un uomo che complotta ai danni del nuovo leader. Pagina dopo pagina, questo diario entra nell’intreccio, acquistando i toni del memoriale destinato a chiudere i conti con il passato. Non importa da chi sia scritto, anche se alla fine lo capiremo, importa invece il duro atto d’accusa a una politica fatta di privilegi ed egoismi, anche nel partito che questi privilegi dovrebbe combatterli e invece li avvalla con una condotta vigliacca e conformista.
E qui l’autore tocca il punto più alto della sua narrazione, in un crescendo di rivendicazioni che, mentre la Giornata avanza con il suo lugubre ritmo, sembrano perdere gran parte del loro legittimo significato originario.
Un libro forte, diverso, attuale, che va letto e meditato, con un occhio al nostro personale percorso di demotivati cittadini moderni. Un pugno… uno scorpione nello stomaco più che salutare. Necessario.

Libri. Le coincidenze dell’estate, di Massimo Canuti.

 

Vincenzo è un ragazzo diverso, pieno di idee, ma perseguitato dai bulli e indurito dalla patetica separazione dei suoi, una madre superficiale e un padre totalmente privo di compassione.

La passione per lo skate, l’incontro con Delfina, il pensiero di Pietro che non corrisponde alla sua passione sono suggestioni che gli cadono addosso come macigni in un giugno solitario in cui la fine della scuola non lo aiuta certo a frenare la latente tentazione del suicidio.

Italo è un uomo solo, senza soldi, abbandonato da tutti, anche dalla memoria, ma non dai malori e da un’inestinguibile fame che lo porta a vagare in una città distratta e pericolosa. Conosce Giacomo, un ex assicuratore abbandonato dalla moglie che lo aiuta a ricordare, anche se troppo lentamente… poi una sbronza, nata per caso, lo porta a crollare nello scantinato che Vincenzo usa come laboratorio.

Il ragazzo lo trova e improvvisamente non pensa più al suicidio. Ora la sua preoccupazione è quella di far riprendere quel senza tetto che gli pare di conoscere, e così, miracolosamente, Vincenzo e Italo si incontrano per caso in una Milano già invasa dall’indifferenza di un’estate invadente, che non ha nessuna intenzione di perdere tempo con i loro guai.

Come se proprio quest’indifferenza li spingesse a far fronte comune, i due si costruiscono un’identità comune che favorisce la lenta coesione del loro rapporto.

A far da collante la Mercalli, una vedova che si prende cura delle uniche due persone che rimangono a farle compagnia in quell’estate in cui lo stabile si è svuotato quasi del del tutto.

 

Un romanzo tenero, poetico, sulla possibilità di sopravvivenza dei sentimenti in una società che corre troppo in fretta, senza lasciarci il tempo di conoscerci e conoscere il vicino che vive accanto a noi a volte per anni.

 

Massimo Canuti, dopo Contro i cattivi funziona, ci regala ancora una volta una storia dal ritmo leggero, piacevole e piena di infinita saggezza.

 

Una giostra di personaggi affascinanti perché veri ci faranno compagnia leggendo questo intenso romanzo in un’estate alle porte e che Massimo ci invita a considerare per una volta diversa. Potere dei bei libri.

 

Massimo Canuti.  Le coincidenze dell’estate. edizioni e/o

Buone vacanze.

 

Oggi si va in vacanza e il ricordo più nitido che mi porto dietro dei miei ragazzi, in queste meritate vacanze, è quello della paura, del panico improvviso che li ha attanagliati alla prima resa dei conti, scrutini o esami, del loro percorso annuale di studi e fatiche quotidiane. Ora, non è mia intenzione aprire un discorso sulle colpe o le responsabilità da addebitare loro. Sarebbe sin troppo facile sottolineare le pecche di una generazione eccessivamente abituata alle gratificazioni e poco ai sacrifici. No, non lo farò, anche perchè quel ricordo di cui parlavo è un ricordo casuale, chissà come depositatosi in qualche antro remoto del mio cervello, della mia coscienza. È il ricordo del dolore, dicevo. Il dolore di un giovane, quindi sempre un pò ingiusto. Il dolore di più giovani a cui mi ero, mi sono, particolarmente affezionato. Il dolore di Enrico, che dopo un severo verdetto, come è quello di una bocciatura, non ha trovato più la forza di rivolgermi la parola, quasi tradito da una persona che lo conosceva così bene da non poterlo mai ferire con una notizia simile. Il dolore di Roberto, che allo stesso annuncio ha visto la sua vita crollare, il suo amore allontanarsi, insieme a una ragazza che rispetto a lui era già laureata e prometteva di partire senza di lui. Il dolore di tutti gli altri compagni che di fronte all’Esame di Stato mi hanno rincorso per tacitare quell’ansia normale ma per loro eccessiva, come una nebbia fitta che toglie il respiro a chi deve giocarsi in poche parole un intero anno. Una nebbia urlante che impedisce, a tratti, di cogliere le sfumature che possono salvare un anno, a volte una vita. Insomma, l’ho scritto. Scappo, e non trovo di meglio che rifugiarmi nel bar della scuola. Qui c’è l’unico condizionatore della zona rossa e il caffè è molto buono, va riconosciuto. Sono lì da almeno un’ora, quando due alunni escono dalla prova. 《… ragazzi, vi avevo detto di sfruttare tutto il tempo a disposizione…》 《Tranquillo prof, abbiamo fatto il tema e il saggio… cinque colonne come ci aveva detto lei…》《Sì, prof… ma, ci tolga una curiosità. Chi era questo Caproni?》
Termino il caffè. Non mi aspettavo la domanda. Sono già in colpa per gli scrutini, e ora ci voleva anche l’Esame… 《Un grande poeta.》, rispondo.
《E allora perchè lei non ce l’ha spiegato?》《Per questioni di tempo, ragazzi, non perchè non meriti.》
Arriva Laura che in letteratura aveva un voto alto. Ha sentito le ultime battute e sente d’intervenire a mia difesa… 《Io ho fatto l’analisi della poesia di Caproni. Non era importante sapere chi fosse, i suoi versi erano bellissimi e lei ci ha dato gli strumenti per analizzarli.》
《Grazie Laura…》, faccio, improvvisamente sollevato. Pago e saluto, e intanto, aumentando il passo per scaramanzia, penso che anche per quest’anno è andata bene, nel difficile slalom tra rigidità del programma ed estemporanee scelte del Ministero… la maggior parte dei ragazzi si è salvata, anche bene, e gli altri li rivedrò a Settembre dopo lunghi silenzi e profondi riesami. Continuerò a scriverne, forse persino un romanzo, perchè questa classe, io, ce l’ho nel cuore… Il mestiere dell’insegnante si sconta giorno dopo giorno. È il mestiere del vivere senza certezze, e mi hanno appena riferito che la Terza del prossimo anno è una classe terribile… Ci penseremo a Settembre. Buone vacanze.

Libri. Gli ultimi sognano a colori, di Giampaolo Cassitta e Padre Salvatore Morittu.

 

Gianfranco parla di colori. Colori che sono la chiave di tutto. Colori che illuminano la vita. Improvvisamente, quando c’è la luce. E la luce è un piccolo francescano che appare per Gianfranco e per tanti altri quando ormai le altre braccia li respingono. Braccia mosse dall’indifferenza, dalla malattia, dalla morte. E in mezzo all’indifferenza, alla malattia, alla morte, c’è lui, il piccolo francescano, Salvatore Morittu, la luce pronta, improvvisamente, ad accogliere tutti e farli «partecipare con dignità al cammino della vita.»

È l’inizio di un bel libro, scritto da Giampaolo Cassitta insieme a Padre Salvatore Morittu, un libro difficile da raccontare perché rappresenta la sintesi poetica di un’esistenza ricchissima di spunti e illuminazioni.

Grazie alla brillante penna di Giampaolo Cassitta, riviviamo la storia del piccolo frate dalla prima infanzia, a contatto con la madre amorevole e protettiva, alla visita della tomba del Santo, di cui portava il nome, a Cagliari, nel santuario di Santa Rosalia, alla scuola dove la maestra socialista e pacifista inconsapevolmente lo porta a rafforzare la sua fede, fino al padre, colto pastore che lo obbliga a fare la sua scelta definitiva: pastore di pecore o pastore di anime.

È un racconto che affonda le basi nella storia, del nostro Paese, l’Italia, ma anche della Sardegna, pur se come non mai nella vita di questo piccolo grande uomo la Sardegna ci è parsa così vicina all’intero mondo.

Come pastore di anime, frate, francescano, Salvatore entra nel convento del suo paese, a cinquanta metri da casa sua, ancora pieno di dubbi, insieme ai repentini entusiasmi per figure eccezionali, come Padre Dario, suo primo mentore a Sassari, focoso e sincero sognatore che lo forma all’amore per la Libertà negli anni del Vietnam e dei grandi sogni americani, quelli veri.

Così, anche quando il racconto si fa più rigoroso, legato come è al cammino spirituale del giovane frate, il messaggio è uno: modestia ed entusiasmo; questi sono i carismi di un religioso dal carattere forte come Salvatore, sempre dalla parte dei deboli per sostenerli ad aver coraggio. Dubbi. Quasi la colonna sonora di un cammino accidentato, dal duro noviziato, all’ingresso nel convento di Pescia, passando per l’entusiasmo nei confronti della rivoluzione liturgica e culturale del Concilio, all’arrivo a Fiesole accanto allo studentato di Teologia.

Un cammino che lo spinge, alle soglie del ’68, a impegnarsi nella lettura di Sartre e Camus e all’ascolto di De André e della sua Buona novella, fino all’esposizione di posizioni liberamente antiimperialiste e allo scomodo ruolo di frate di sinistra.

Sogni, ribellioni, ma anche tanta speranza, particolarmente presente nelle citazioni dai Testi Sacri che gli autori affiancano al racconto. Come quando alla figura anomala di don Mazzi viene accostato il brano tratto dal Vangelo di Luca e imperniato sull’amore per i propri nemici, coincidente con il messaggio di Francesco, ma anche del Che e dei preti operai.

È ancora il ’69 e Salvatore viene assalito nuovamente dai dubbi. Nel ’70 gli viene offerta l’opportunità di completare gli studi al Biblico di Gerusalemme, e l’estate successiva l’esperienza in Libano e in Siria lo porta nel deserto di Palmira, dove la notte trascorsa in una capanna a contatto con il silenzio che avvicina a Dio lo conduce al superamento dei suoi tormenti.

È tanta la cura dei dettagli in questa prima parte del libro, che non si arriva di certo impreparati al resoconto della maturazione in Padre Salvatore dei carismi che lo hanno reso famoso: dalla vicinanza ai cosiddetti matti scartati dalle famiglie negli anni che svoltarono verso la legge Basaglia al definitivo approdo alla comunità S’Aspru a Siligo, e poi a Campu ‘e luas. È il padre Morittu che conosciamo e che però senza il racconto della preparazione paziente e travagliata a questa piccola rivoluzione non ci sarebbe mai stato.

E due parole si aggiungono nel finale, amore e progetto, insieme all’animazione gioiosa che rende piacevole il cammino: i successi con Paolo e Annibale, ma anche i fallimenti, la droga che cambia insieme all’AIDS che avanza e alla morte di Gianfranco, a chiudere un ciclo che come nella bella morte di Francesco apre gli occhi al Cielo.

Un libro scorrevole e appassionante, aiutato dalla prosa poetica di Giampaolo Cassitta, ma anche alto e ricco di spunti per studiare e imitare la vita unica di un piccolo grande uomo che ha camminato e cammina ancora insieme a noi, Salvatore Morittu.

Un libro necessario per tutti i lettori di ogni fede, perché innanzitutto ricco della fede più laica tra tutte: l’amore per la Vita.

Il Poetto.

 

Il Poetto, in sardo “su Poettu” (forse, non ne sono sicuro), è una striscia di sabbia di colore grigio chiaro (più di dieci anni fa era bianca), lunga più di sette chilometri. Perché ora sia grigio chiaro se prima era bianca non si è ancora capito, ma tutto è cominciato sempre più di dieci anni fa, e il motivo è che la sabbia stava scomparendo, anche se da allora è cambiato il colore ma la sabbia sta scomparendo ancora. E’ chiamata anche la spiaggia dei centomila, che poi oggi sono gli abitanti di Cagliari, così che dovete immaginarvi tutta la città in spiaggia, che poi è ciò che accade puntualmente appena a Cagliari c’è un raggio di sole.
Toni è impeccabile, come sempre.
“Com’è andato il viaggio? “
“Bene. Pensa che sono riuscito persino a vedere i fenicotteri… una cifra… “
“Dall’aereo?”
“Certo, dall’aereo… “
“Se fossi passato dall’asse mediano li avresti visti anche dall’auto… “
“Sì, insomma, sai che a me queste menate dell’isola pittoresca piacciono poco… è roba da sfigati… ma dall’aereo è un’altra cosa… è molto smart… “
L’avevo dimenticato…Toni non è cambiato molto. Forse ha messo su un po’ di pancetta, ma giubbotto e pantaloni sono sempre firmati, e il linguaggio è quello di uno che sta a Milano da vent’anni.
Cerco di cambiare argomento, ma è come cercare di afferrare un’anguilla a mani nude.
“Ho sentito che il tuo studio ha avuto un ruolo di primo piano nella progettazione di gran parte dell’area dell’Expo 2015. “
“ Sì, è un po’ di tempo che sto in fissa con quel progetto, e anche se è uno sbatti colossale, comunque, ti permette di tenere botta, smazzartela, capisci?”
Capisco, almeno credo… comunque, a forza di parlare mi è venuta una gran sete, e chiamo il cameriere.
Toni assume l’iniziativa.
“ Cosa prendi? “
“ Non indovini? “
“ Cosa dovrei indovinare? “
“ Ma un bicchiere di Moscato, no? “
Toni sembra non capire.
“ Cameriere… un bicchiere di Moscato e uno Spritz… “
“ Uno Spritz? “, faccio io, senza riflettere, a voce alta.
“ Uno Spritz, sì!”
Il cameriere indugia perplesso. Questi due sono matti, starà pensando…
“ Allora, uno Spritz per il signore e… mi dispiace, ma non abbiamo del Moscato. Se vuole posso portarle un Prosecco“.
“ Un Prosecco? “, ripeto, piuttosto deluso.
“ Sì, signore. “
“ Come vuole lei. “, sussurro, e mi viene voglia di sferrargli un pugno.
“ Facciamo così, lo porti anche a me “, mi salva Toni, appena in tempo.
“ Due Prosecchi per i signori… “
Sì, sono deluso, lo confesso. Avevo aspettato quel momento, pronto a ordinare due Moscati come l’ultima volta, più di vent’anni fa, anche se ora, forse, Toni nemmeno se lo ricorda.
In realtà allora il locale era ben diverso. Aveva un lungo bancone in legno e quando era sera un vecchio seuese ti lasciava in serbo una preziosa bottiglia di Moscato come premio per la fedeltà dimostrata a suon di birre lungo tutta la giornata.
Ma allora erano chioschetti, ora sono beach-bar.

Da allora, dalla scomparsa dei casotti, colorate costruzioni in legno a metà strada tra la cabina spogliatoio e la casetta in riva al mare rimossi interamente per motivi di natura igienico-sanitaria, e dalla trasformazione dei baretti in legno, che ne costituivano i necessari terminali di rifornimento alimentare, in pochi anni sono sorti, appunto, decine di stabilimenti privati, e locali patinati stile Riccione.
La verità è che il Poetto non è altro che un’articolata proiezione delle differenze sociali della città che cambia: liberatici dagli anni dell’infanzia dove tutto è ingenuità e gioco, il Poetto, come la nostra vita, è tornato a essere quello che era sempre stato, soltanto con un volto più moderno, un luogo dove le famiglie della borghesia medio alta stanno ancora nei primi stabilimenti balneari, il “Lido“ e il “D’Aquila“, che ci sono ancora, la piccola borghesia nelle fermate centrali, liberate dai casotti, ma sempre accanto ai villini liberty, e il popolo in quelle periferiche, con i loro panini al salame e pomodoro al posto dei piatti di gnocchetti sardi.
Toni assaggia il suo Prosecco scrutandomi perplesso.
“Allora, zio, che fai di bello ancora qui nell’isola? “
“Insegno, italiano e storia in un liceo…”

Toni butta giù il Prosecco tutto d’un fiato, come per evitare una reazione spiacevole…
“E la sera? “, tenta di svicolare con grande abilità.

“ Vado a presentazioni, incontri con associazioni… ho appena scritto una rivista sul vino, lo sai? C’è una parte sul vino rosso, un’altra sulle cantine, un’altra ancora sul filu ‘e ferru… “

“ Filu ‘e ferru? Cantine? Ahahah, ma l’alcool? Che cazzo fai? Non sbocci lo spumante? Non ti fumi le paglie? Io mi scimmio troppo a fare serate e se vieni a Milano mi puoi trovare con i pass del privè pronto per il devasto. Non me la meno, ma oggi bisogna essere fighi, è una questione di vision, di mission… “
Rimango senza parole.
“ E a figa come stiamo? “, fa lui, tutt’a un tratto.
“ Sono sposato, ho due figli…”
“Sai qual è il tuo problema? Che non ti sei mai lasciato andare. Se avessi abbassato quel tuo maledetto freno a mano sempre tirato! “, mi dice Toni, senza riflettere.
Butto giù il Prosecco anch’io. Ne ho bisogno.
Il Prosecco. Credo che ormai lo producano anche in Sardegna, ma io non l’ho inserito volutamente nella rivista.
L’unico bel ricordo legato al Prosecco, è quello di una trattoria in cima a un calle veneziano, abbondantemente accompagnato da un vassoio di fritole alla crema.
Quello, sì, giusto.
Apro gli occhi e guardo lungo l’infinita linea grigia che porta agli stagni.
Quando eravamo ragazzini, i nostri casotti erano pochi metri più avanti, alla vecchia fermata dei ferrovieri; lì andavamo ogni mattina rigorosamente in tram, e ogni volta mia mamma cucinava gli gnocchetti con le verdure e il ragù -leggera variazione dovuta al fatto che mia mamma era di origini napoletane- mentre mio padre portava il vino rosso spillato la sera prima alla Cantina Sociale.
Era dalle sue mani che, dopo l’ultimo bagno, prendevamo entrambi, io e Toni, due bicchierini colmi di quel liquido proibito, insieme alla cotoletta e alla prospettiva della “ siesta “: se andava bene, e non ci facevamo più il bagno, alla fine della giornata, poi, ci guadagnavamo anche l’onore del caffè.
Fermo lo sguardo su Toni, e penso come il passato non possa più tornare. A meno che…
“ Cameriere… due caffè! “, grido, inseguendoli entrambi.

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