Scuola 3.1.

Con il nuovo anno le scuole si sono riaperte. 25, 50, 60% I numeri tengono prigioniere ancora le persone. E la Dad entra nelle aule, trasformandole a volta in enormi box virtuali da cui si comunica con le case degli alunni. Così la settimana scorsa, uno degli ultimi giorni prima delle vacanze pasquali. Il Dante’ day. Rigorosamente on line, naturalmente.
“Gli alunni X, Y e Z seguono da casa a causa della quarantena imposta sul Comune di Sarroch.
L’alunno N segue da casa per via di un grave infortunio di cui ha fornito preventivamente informativa.
L’alunno W si collega da casa; afferma di essere in quarantena preventiva e di aver già informato la scuola.”
5 alunni a destra sullo schermo, 10, in presenza, di fronte, tutti da catturare nella narrazione delle conseguenze della Grande Guerra.
– Ma quando parliamo di Hitler, prof?
Ecco, corsi e ricorsi. Anche con la Dad la scuola è rimasta la stessa…
Quella è stata l’ennesima giornata strana, di certo non l’ultima di quelle che a scuola, nelle superiori almeno, ci sta regalando la pandemia, e che ti fanno desiderare fortemente di essere altrove. Cinque ore di lezione, divise tra due in presenza e tre in Dad da scuola alle case dei ragazzi. Collegamenti balbettanti (i tecnici sono in quarantena), corridoi vuoti, dove anche un caffè rappresenta un’occasione di fraternizzazione più che di socializzazione. Situazioni sfumate, in cui le due ore in presenza si dividono tra ragazzi stancamente appoggiati alle pareti e altri rappresentati da fantasiosi avatar sui video, e sei felice perché riesci a concludere comunque un discorso. Casi umani, tragici che si affollano davanti ai tuoi occhi e non ti danno nemmeno il tempo di capire, forse appena di comprendere.
Chi non è entrato a scuola nell’ultimo anno non può sapere quanta disperazione ci sia in quelle aule. Negli ospedali c’è la morte fisica, ma qui c’è quella interiore. Ormai l’unica cosa bella è essere ancora vivi, mi ha detto un collega, oggi, e io mi sono vergognato d’avergli dato ragione.
Ma c’è una scena che ogni mattina, al termine delle lezioni, mi regala un sorriso.
Cinque ragazzi di Quinta, appena usciti dall’aula, rubano ogni volta un pallone dalla palestra e si mettono a palleggiare, felici, davanti alle auto parcheggiate. Io non so per quanto tempo ogni giorno rimangano lì, ma mi piace immaginarli ormai stanchi, malfermi sulle gambe, soddisfatti, essere cacciati di malo modo dal custode quando ormai è sera, e ridere della loro leggera giovinezza.

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