Oltre il Mandorleto. 3.

E ultima, arriva, la più gradita, la recensione di Marco Truzzi, a cui mi lega una speciale affinità letteraria, dai giorni in cui il suo Pesci rossi entrava nella mia scuola in punta di piedi…

Ci sono parecchie leggende legate a “Wish you were here” (l’album “dell’uomo che prende fuoco”, Pink Floyd, 1976). Una di queste è molto celebre e riguarda l’apparizione negli studi di registrazione di Syd Barrett, ma non staremo qui a ripeterla perché la conoscono più o meno tutti. Da quell’omonima canzone, citata in traduzione in esergo, prende spunto (a suo modo, cioè nel modo giusto) “Oltre il mandorleto”, romanzo di Vincenzo Soddu, che segue il suo “Invisibili” (2018), sempre pubblicato per #Arkadia (e che, con il predecessore, condivide una copertina davvero molto bella).
Siamo a Cagliari, sul finire degli anni Settanta, per seguire le vicende di un gruppo di amici – raccontate in prima persona da uno di loro, Sandro Fois – dalle scuole medie fino all’età adulta. Tutti i grandi temi di quegli anni – già presenti in un “numero X” di narrazioni, gli anni di piombo, la droga, la musica, la libertà – trovano qui un inedito richiamo, incarnandosi nella figura antagonista, drammatica e magnetica, di Mirko Melis e in un contesto di duplice periferia: periferia perché quasi tutto lo svolgimento del romanzo avviene in un quartiere (periferia numero 1), chiuso all’estremità da un mandorleto, appunto, in una città, Cagliari, che, per quanto importante nel contesto isolano, è essa stessa periferica (periferia numero 2) rispetto al “continente”.
Da tutto questo “altrove”, il romanzo trae una propria dinamica intimista, nel senso che non si preoccupa troppo di soffermarsi sui “grande temi”, quanto del come i singoli personaggi-ragazzini li affrontino nelle situazioni quotidiane, in cui, sono comunque chiamati a fare scelte, a capire da che parte stare, a sopravvivere, ad avere, di volta in volta, coraggio, timore, entusiasmo, timidezza, nel passaggio fondamentale di quella linea d’ombra, che è l’adolescenza.
Ho apprezzato molto la nota finale – che giunge al termine di 130 pagine che fanno del libro un romanzo tutto sommato “breve” – perché lì, in poche righe, si esplicita il contesto da cui la storia appena letta ha preso le mosse, in una sorta di introduzione al contrario, come se l’autore abbia volutamente lasciato libero il lettore di concentrarsi sulle singole storie dei personaggi, più che sul contesto generale.
Vincenzo Soddu è un insegnante e anche in questo romanzo – per quanto, in modo differente dal precedente “Invisibili”, dato che qui non è la scuola il tema al centro della narrazione – emerge chiaramente la sua particolare sensibilità verso quell’ambito specifico, nel tratteggio di varie figure di professori e nell’importanza che, comunque, il confronto con gli insegnanti ha per i ragazzi protagonisti della vicenda.

E poi? E poi, alla fine, in un modo o nell’altro si cresce e “improvvisamente, non avevamo più niente da dirci, ma serenamente, come accade tra vecchi amici, felici soltanto della nostra ritrovata compagnia”, con quel genere di rimpianto, che è di tutti noi, di chiunque di noi, per chi vorremmo che, in qualche modo e per qualche ragione e nonostante tutto, fosse ancora qui.

Grazie, Marco.

2 pensieri su “Oltre il Mandorleto. 3.

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