Oltre il Mandorleto.

Oggi su “Quelli che… Letto, riletto, recensito!” uscirà la mia prima presentazione di Oltre il Mandorleto, il mio terzo romanzo, quello a cui tengo di più.
Cercherò di spiegarlo qui, con l’aiuto delle preziose osservazioni già pubblicate da Gianfranco Cefalì, Palmira Caschili e Ilario Carta.

Oltre il Mandorleto è ambientato tra i quartieri cagliaritani di Pirri e San Benedetto, confinato in questi luoghi e allo stesso tempo oltre.
Oltre in italiano è un termine più che indefinito, essendo, indifferentemente, preposizione o avverbio.
All’epoca del libro, tra la Piazza e il Mandorleto, si stendeva un manto di palazzine popolari e nuovi palazzoni che attribuivano al quartiere il record di residenti in città… dai campi di carciofi, violati dallo scheletro della Sip, all’Oratorio Salesiano pulsava un microcosmo di gioventù straripante che a fatica riusciva a dir di no alle novità, anche alle più pericolose.
In mezzo, o forse ai limiti, c’era il Mandorleto, luogo neutro dove i ragazzi del quartiere materializzavano i loro sogni, fossero gli ingenui giochi propri dei ragazzi o lo spettro della droga.
Il libro nasce da queste suggestioni, a metà tra la libera invenzione d’immagini e il filo ininterrotto della memoria.
Il prof. Arvinio Piras, per esempio, è forse tra i personaggi del libro l’unico, con il prof. Bulla, a essere stato preso di peso dalla realtà, gli altri sono solo collage, personalità composte da tante storie diverse. E forse per questo Arvinio è il personaggio più tragico, un uomo travolto dal destino quotidiano, con i figli specchio impietoso del suo fallimento.
Mirko è il personaggio più simbolico, in lui ho cercato di riversare ogni possibile rappresentazione del male, lui è un personaggio consueto per quell’epoca, considerate le opportunità che dava allora il traffico di droga, non ancora strutturato come adesso.
Con la storia e i personaggi che ho creato, ho cercato soprattutto di fotografare un’epoca, un luogo, una società e una periferia. Col fermo immagine, ho cercato di fissare l’obiettivo in un  microcosmo: piccole storie e grandi ferite, emblema di una società più ampia, raccontata dal “coro greco” rappresentato dalle scelte musicali che, non a margine, ma a tutto tondo hanno espresso a gran voce  le speranze, le aspirazioni, le storture, i danni, le  lacerazioni di un’epoca  privata da scelte politiche che accompagnassero i singoli, i disperati. Una società alla ricerca di una libertà che è diventata evasione dalla realtà, attraverso l’uso e l’abuso di sostanze che dessero l’illusione di poter uscire “dalla boccia in cui nuotavano i pesci rossi”. E i luoghi della cura si sono rivelati devastanti, inadeguati a dare risposte a chi nella società poneva domande, rimaste inesorabilmente senza risposte, purtroppo.
Ho cercato soprattutto di descrivere la vita nel corso di dieci anni di un gruppo di ragazzi, dalle scuole medie fino all’università, in un periodo a cavallo tra gli anni settanta e gli Ottanta, a Cagliari, in una zona periferica che subisce e che ha subito i grandi sconvolgimenti sociali, culturali ed economici che hanno interessato gran parte dell’Italia dal dopoguerra in poi. Nuovi ceti sociali che si affacciano, nuove zone urbane in espansione e altre in regressione, soldi investiti e progetti abbandonati, la mutata sensibilità degli uomini che si affacciano al cambiamento.
La scuola, poi, è un punto centrale della vicenda, da cui tutto parte e dove tutto finisce, ma è riduttivo parlare solo di romanzo di formazione, in una storia in cui un altro vero protagonista è la droga, l’eroina in particolare, che proprio in quegli anni stava facendo la sua comparsa in Italia e stava mietendo copiosamente le sue vittime. Morti che ancora venivano percepite, viste e intraviste solo sui giornali o in quelle poche televisioni presenti nelle case, dove questo fenomeno era un tabù, e le notizie erano sussurrate e non gridate, celate. Oltre il Mandorleto.

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