Scuola 2.3.

È così. Ci si abitua spesso e presto anche alle cose peggiori. Col tempo si arriva addirittura a cercarne i lati positivi.
Così con la Dad. Ora che non esiste più una prospettiva di riapertura, dopo che il Primo Ministro ha affondato un uno-due che probabilmente ci terrà a casa sino a Natale, si dice che era ora che si usassero i dispositivi informatici e che forse non si tornerà più indietro, che questo lockdown in fondo ha fatto bene alla scuola.
Bene? Vorrei che quelle persone che ribadiscono meccanicamente queste deboli certezze guardassero lungo i layout che colorano gli schermi poggiati sui tavoli da cucina e sulle piccole scrivanie stipate di libri ormai inutili. Vedrebbero visi stanchi, privati di quella vitalità che soltanto un sano scontro di ormoni e saliva può dare.
Intanto io mi perdo nei visi e nelle ingenue curiosità dei miei ragazzi, e l’unica cosa che chiedo loro è di farsi vedere oltre le telecamere.
È tornata a girare, di nuovo, con insistenza, l’espressione Lockdown totale, erano mesi che non si avvertiva così minacciosa e io voglio tenerla lontana dai nostri discorsi, far finta gioiosamente di nulla.
Le scuole superiori sono già off limits e il cerchio dell’inattività coatta è chiuso.
La mattina è sempre dura, ma da quando è ripresa la Dad è pure peggio, non hai lo schiaffo procurato dall’aria fresca respirata appena uscito di casa, il profumo del caffè al bar, la battuta stupida ma confortante dei colleghi.
Ti svegli dal letto, ti lavi, al massimo butti giù un cattivo caffellatte e sei già pronto per far lezione davanti a un anonimo pc.
Talvolta fatichi a mettere a fuoco ciò che vedi dall’altra parte dello schermo e non sai se sei ancora nel mondo dei sogni o nella realtà, anche se virtuale.
Rispetto a quello di marzo e aprile, questo lockdown è più duro da digerire.
Ci si sta talmente abituando a rimaner nascosti nella propria tana, che quando si riesce a uscire si prova un senso di sconvolgente rinascita. Ieri mi sono fermato con alcuni pescatori ad ammirare le luci del porto e ci siamo sentiti per un attimo bambini… ma questo chi decide non può saperlo. Non può sapere che sta costringendo docenti e studenti a una nuova prigionia e che l’unica soluzione è far finta che i soldati che stanno venendo a prenderti ti portino in fondo in un luogo migliore. Scherzare, arrampicarsi affettuosamente sull’ultimo fronte rimasto, quello delle parole. E resistere in attesa di tempi migliori.

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