Una timida eroina.

Il 27 Settembre del 1871, centoquarantasei anni fa, nasceva Grazia Deledda (sarà registrata soltanto il giorno successivo al Tribunale dello Stato Civile di Nuoro), la maggiore scrittrice sarda, insignita addirittura, prima donna in Italia, del Premio Nobel.

Il padre, Giovanni Antonio Deledda, era laureato in legge, ma non esercitava la professione. Agiato imprenditore e possidente, si occupava di commercio e agricoltura; si interessava di poesia e lui stesso componeva versi in sardo, aveva fondato una tipografia e stampava una rivista. Fu sindaco di Nuoro nel 1863. La madre era Francesca Cambosu, donna di severi costumi e dedita alla casa; educherà lei Grazia, facendola seguire privatamente, guidandola in una preparazione da autodidatta e selezionando le persone utili alla sua formazione.

Grazia era una donna piccola, insicura, soprattutto della sua bellezza, che in verità le mancava proprio. Ma la determinazione, l’ambizione, tutte sarde, quelle sì, le possedeva, dalla più giovane età, sempre china sui libri, a leggere, a copiare modelli e caratteri di un mondo che lei, figlia di un ricco possidente autoritario, non conosceva per contatto diretto. Nell’epistolario con Angelo De Gubernatis, studioso del folklore e orientalista, Grazia descrive la sua come una famiglia borghese ma paesana, che però le permette di usare molte libertà, soprattutto nello scrivere e nel leggere ciò che vuole e ricevere a casa sua qualunque amico.

Qualche anno più tardi, la famiglia venne colpita da una serie di disgrazie: il fratello maggiore, Santus, abbandonò gli studi e divenne alcolizzato, e il più giovane, Andrea, fu arrestato per piccoli furti. Il padre morì per una crisi cardiaca il 5 novembre 1892 e la famiglia dovette affrontare difficoltà economiche.

Il 22 ottobre del 1899, dopo un breve viaggio a Cagliari, le si schiuse quel mondo fino ad allora soltanto sognato. Si era appena interrotta drammaticamente una relazione e a Grazia Nuoro ormai apparve come un luogo primitivo. La scrittrice, benché giovane, aveva già pubblicato sei romanzi e diversi racconti, tutti con Case editrici del Continente. La Via del male aveva avuto persino una positiva recensione da parte di Capuana. La sua era stata una vocazione curata, conquistata con il lavoro e la privazione degli affetti sociali. In quel periodo Grazia era volubile, forse stanca, ma un che di barbaricino nel suo carattere non si poteva certo escluderlo. Eppure, quando a un ricevimento dalla sua padrona di casa, donna Maria Manca, conobbe il suo amore di una vita, l’intendente di Finanza Palmiro Madesani, lei parve accendersi improvvisamente di incontenibile vitalità e affetto. Dopo un breve scambio di corrispondenza, i due si sposarono. Palmiro era un uomo bello, disinvolto, pacato, e lei di più non poteva desiderare.

Arrivati a Roma, passarono dodici anni prima che la coppia arrivasse alla dimora definitiva, un villino immerso nel verde in via Porto Maurizio, che la scrittrice fece arredare da un ebanista sassarese, Gavino Clemente. La cura della casa, unita alla scrittura ininterrotta per tutta la sera, però, la sottrasse totalmente, nel giro di poco tempo, a tutti i suoi cari e in particolare al marito. Nelle estati tra il 1908 e il 1911 Grazia si recò a Nuoro senza il marito: ancora una volta dal suo epistolario ne risulta una moglie riconoscente al marito per la bontà dimostrata nel lasciarle quell’autonomia che pur a tratti la fa sentire in colpa.

Difficile definire la poetica della Deledda: non fu né una Verista, né una Decadente, piuttosto fu molto attaccata alle tradizioni della propria terra, la Sardegna. Ci fu soprattutto in lei la volontà di fondare su queste tradizioni la sua ricerca della propria identità, in particolare attraverso la narrazione d’invenzione, e ispirandosi spesso a personaggi minori che lei rendeva universali. Il suo rapporto con Nuoro, i suoi abitanti, la sua famiglia, specie la parte debole, rappresentata dai due fratelli e dalla sorellina, è complesso, diviso tra il malessere causato dai pettegolezzi nei suoi confronti e un’attrazione quasi arcana per la sua terra. E infatti, tra tutte le critiche, quella che la irritò maggiormente fu proprio quella di un nuorese, Leopoldo Carta, che l’accusò di riadattare nei suoi romanzi nient’altro che contos de foghile… racconti del focolare. Non è vero, sostenne lei… il contenuto dei suoi romanzi era unicamente ispirato alla realtà!

C’è poi da dire che, per lei, l’arte e il desiderio di compiacere il più possibile il grande pubblico convissero sempre, anche se, in particolare nei confronti degli incarichi giornalistici, fu più insofferente e vi cedette soltanto perché spesso erano pagati molto bene.

La sua opera fu comunque apprezzata da Giovanni Verga, mentre con Luigi Pirandello regnò sempre una reciproca diffidenza: il romanzo Suo marito, che Pirandello scrisse nel 1911, ne fu un clamoroso esempio… la descrizione del marito della scrittrice, così premuroso e ironico, nacque forse proprio a causa dell’invidia che quel rapporto moderno suscitava in lui, che invece a casa sua ormai viveva l’inferno.

Il successo dei drammi di Pirandello la spinsero a calcare anche lei le scene, e Grazia si misurò con il teatro anche se poi, dopo due sostanziali fiaschi, nel pieno della moda della cultura popolare sarda, mise in scena addirittura un’opera lirica, La Grazia, musicata da Michetti, e che ebbe un discreto successo.

Quando, sul finire del ’27, dopo diverse indiscrezioni arrivò la notizia del Nobel, la Deledda si apprestò diligentemente a partire per Stoccolma, in treno e con non poche recriminazioni sui costi del viaggio. A Stoccolma, tra un appuntamento e l’altro del complesso protocollo, Grazia fu ritratta soprattutto per la sua timidezza e la sua cura della famiglia, anche se lei si ribellò a questa etichetta in nome della consapevolezza necessaria a un artista e della sua opera citò soprattutto i personaggi della sua terra e i romanzi che le erano più cari: Elias Portolu e Canne al vento.

Al rientro dal viaggio, incontrò Mussolini e lei si comportò con il massimo realismo: così, quando il Duce le chiese cosa potesse fare per lei, lei lo pregò di liberare dal confino un suo concittadino. La sua ultima intervista fu del ’35 e lei vi ribadì la sua distanza dalla critica e la vicinanza ai suoi lettori. In seguito a un intervento di rimozione di un cancro al seno, si tuffò ancora di più nel lavoro, e grazie a Gavino Gabriel registrò la sua voce per la Discoteca di Stato. Quando, poco dopo, per le complicazioni del male morirà, resterà di lei soltanto questa registrazione e le poche immagini della cerimonia del Nobel insieme al marito.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...