Amicizia. Cronache dal Corona virus. 13.

Oggi, dopo 64 giorni esatti di clausura, sono uscito. Ho preso il coraggio a due mani, anzi a quattro mani (a proposito, a quante mani si prende il coraggio?) e mi sono messo seduto. Ora o mai più mi sono detto. Stavo disteso sul divano da un’ora a pensare alle ultime lezioni finite, alle riunioni andate, a quelle da affrontare, ai libri ancora da leggere, e ho mollato tutto. Ho scosso Matteo dalla sua rete di clausura domestica e dai suoi giochi subdoli, di cui è prigioniero come migliaia di altri bambini che da mesi non hanno più una vita sociale, scolastica, ludica, sportiva, e l’ho convinto a seguirmi. Ho preso pantaloni, camicia e piumino e siamo usciti. Fuori c’erano 25 gradi, ma a me sono sembrati francamente di più. Ricordavo ancora i primi di marzo e la brezzolina leggera che chiedeva di coprirsi da capo a piedi. Per un attimo avevo anche pensato che il piumino non bastasse. E invece mi sbagliavo. È stato lì che ho capito che il tempo per me s’era fermato per più di due mesi. Mentre scendevo le scale a piedi mi emozionavo ancora al pensiero che la primavera fosse in arrivo, e per un attimo ripensavo all’ultima sconfitta del Cagliari con la Roma, a quella maledetta doppietta di Kalinic, alla discussione che avevo appena avuto col collega sul fatto che questo cosiddetto Corona virus non sarebbe mai arrivato in Europa. Poi, mentre aprivo il portone e vedevo le strade parzialmente vuote, realizzavo che forse, quel virus, c’era arrivato e ci sarebbe rimasto per molto tempo ancora. Mi sono tolto il piumino. Sono rimasto con la mia ridicola camicia a palline, che al lavoro va messa sempre sotto il maglione d’ordinanza, e ho camminato. Diritto. Verso il Porto. Come ho sempre fatto. E mentre incontravo sempre più gente che s’affacciava timidamente agli incroci, mantenendo a fatica e in fondo controvoglia la distanza di sicurezza, formavo con loro una scia che procedeva sicura verso un punto, tra le caserme della Marina e il quartier generale di Luna rossa, dove ci aspettava un magnifico assembramento, proprio di fronte al primo lembo di mare da due mesi almeno, senz’alcun senso di colpa, per nessuno. È cosi che ho scoperto che siamo a maggio e che manca meno di un mese alla fine della scuola. Due mesi al mare. E per un attimo ho sorriso. Insieme a tutti i miei compagni di marcia.

Finalmente. Da lunedì, dopo due mesi e mezzo di imposizioni regolate da precise norme, anche se non sempre di concerto, tra governo, comuni e regioni, si potrà per tutti finalmente riprendere a frequentare gli amici. Già due settimane fa il termine congiunti aveva suscitato non poche reazioni ironiche sull’interpretazione da attribuire alla parola, ma se possibile il termine amici è ancora più ambiguo. Certo, non bisognerà esibire alcuna autocertificazione, ma cosa testimonierà effettivamente la volontà di frequentare proprio gli amici? Il sorriso. Io credo che quando finalmente sul viso delle persone, fiaccate da questi tre mesi, che alla fine saranno tali, di prigionia, comparirà stabilmente il sorriso, saremo sicuri di essere finalmente sicuri di esser riusciti a riveder la luce, e ciò grazie soprattutto agli amici.Ognuno sceglierà questa forma di libertà dell’animo, nelle forme in cui lo potrà rendere felice, già da domani, o dopodomani, magari partecipando a un seminario online di una classe di scrittura della Holden oppure entrando in chiesa, ma con l’arrivo dell’estate sarà sicuro già d’aver ricostruito la sua libertà. Incontrare gli amici, credo, significhi questo, e in questo senso rappresenta veramente tutto.

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