La gioia fa parecchio rumore.

Questo secondo, atteso romanzo di Sandro Bonvissuto, edito sempre da Einaudi nella collana Supercoralli, comincia con un breve trattato sull’amore. Sì, perché i libri di Sandro son così, non si limitano a raccontare una storia. La spiegano, e lo fanno con la leggerezza di un palpito che proviene dall’animo e che investe, inspiegabilmente, tutto ciò che scrive. Perché Sandro è così, vero, e non si metterebbe a scrivere ciò che non sente. Sia il dolore, il ricordo, l’amicizia, l’amore, la vita, il calcio, la squadra del cuore, non importa, perché tutto, la vita stessa, comincia quando comincia l’amore.
E così capita che l’acquisto di un divano dia il là alla storia che canta l’amore per Roma e la sua squadra.
In tutti i libri di Sandro c’è un oggetto che crea un legame tra tutti coloro che condividono un sentimento forte, siano le mura di un carcere o di una scuola, una bicicletta, un frigorifero… qui gli oggetti sono tanti, perché l’amore qui è assoluto, senza barriere, ma non può non avere un inizio da quel luogo dove un’intera famiglia spesso condivide la passione per la squadra del cuore. Perché, come ci dice l’autore, soprattutto tra padre e figlio non si possono tifare due squadre diverse. E il rischio che ciò avvenga è da scongiurare a tutti i costi. A costo di aggrapparsi alla teoria della trasmissione dei caratteri ereditari o ai piselli di Mendel. Poi capita che ogni timore sia superfluo, e il protagonista maturi una graduale adorazione per la squadra del destino, dalla collezione delle figurine dei calciatori ai riti della radio e della Tv seduti sul divano di casa, o al bar quando a casa arrivavano i parenti a rovinare la festa.
Adorazione che tocca il suo apice proprio nel momento più tragico di quella storia, a un passo dal baratro della B, quando si è pronti a far di tutto pur di scongiurare il fallimento, ed entrare così nella magica categoria de noantri. La sottile linea giallorossa che separa dalla nuova violenza contrapposta con l’altra squadra della città, a cui non si può essere pronti… soprattutto quando porta alla morte, anche se alla morte di un tuo avversario.
Il mondo che ci racconta Bonvissuto è un mondo mitico, che ha come confini il Fiume, la città e lo stadio, e ha al suo centro il bar, luogo simbolico per eccellenza perché raggruppa tutti gli altri.
Quando il tenore di questo mondo subisce delle variazioni, bisogna sempre andare a controllare, e si deve andare allo stadio, dove tutto ha origine. Come quando a Roma arriva lo straniero e ha un nome impronunciabile, come i fiumi che portano dal sud alla foresta amazzonica, ma un numero, il 5, considerato perfetto sin dalla notte dei tempi, e porta una gioia che fa parecchio rumore. Rumore quanto una parola che mai si era registrata prima, scudetto, una parola vietata in un ambiente destinato serenamente a identificare la propria passione nella sconfitta, conservatore, legato ai propri simboli, ma che si sublima solo e sempre allo stadio. Perché lo stadio, come ci dice Bonvissuto, è “l’unico luogo al mondo dove puoi vedere insieme gente che prega e gente che bestemmia, felice e triste, chi vuole vivere con chi vuole morire…”
Poi è soltanto una lunga e intima cavalcata verso quell’unica parola vietata a questo poema eroico d’altri tempi.
E così, come in un rito ciclico, perso nel silenzio del mito, si finisce nuovamente con l’amore, l’amore che mette d’accordo tutti e che vorresti non finisse mai.

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