Smart working e distanziamento sociale. Cronache dal Corona virus. 12.

Smart working. Letteralmente lavoro intelligente. In realtà lavoro svolto da casa, senza alcuna possibilità di uscire, di confrontarsi con la realtà viva, senza orari, con regole labili e strumenti spesso inaffidabili. Per noi insegnanti l’illusione di riprendere la vita normale si è infranta contro la necessità di continuare in questo regime lavorativo innaturale, dispendioso, logorante. Il lockdown è finito ma io in tre giorni non sono riuscito a metter piede fuori di casa, non sono stato in grado di vedere il colore del mare. La verità è che la necessità di fronteggiare lo stato d’emergenza spinge il governo a legittimare lo smart working senza accordo, senza regole. E nel futuro potrebbe diventare un comodo strumento di sottomissione delle masse lavorative più difficili da gestire. La verità è che non ricordo più i volti dei miei studenti, non sono più in grado di leggere tra le pieghe del viso i drammi tipici della loro età, non ho più gli strumenti, quelli antichi, per aiutarli. E mi aggrappo all’icona dei loro avatar per credere ancora in questo lavoro…

Oggi, dopo 64 giorni esatti di clausura, sono uscito. Ho preso il coraggio a due mani, anzi a quattro mani (a proposito, a quante mani si prende il coraggio?) e mi sono messo seduto. Ora o mai più mi sono detto. Stavo disteso sul divano da un’ora a pensare alle ultime lezioni finite, alle riunioni andate, a quelle da affrontare, ai libri ancora da leggere, e ho mollato tutto. Ho preso pantaloni, camicia e piumino e sono uscito. Fuori c’erano 25 gradi, ma a me sono sembrati francamente di più. Ricordavo ancora i primi di marzo e la brezzolina leggera che chiedeva di coprirsi da capo a piedi. Per un attimo avevo anche pensato che il piumino non bastasse. E invece mi sbagliavo.È stato lì che ho capito che il tempo per me s’era fermato per più di due mesi.Mentre scendevo le scale a piedi mi emozionavo ancora al pensiero che la primavera fosse in arrivo, e per un attimo ripensavo all’ultima sconfitta del Cagliari con la Roma, a quella maledetta doppietta di Kalinic, alla discussione che avevo appena avuto col collega sul fatto che questo cosiddetto Corona virus non sarebbe mai arrivato in Europa. Poi, mentre aprivo il portone e vedevo le strade parzialmente vuote, realizzavo che forse, quel virus, c’era arrivato e ci sarebbe rimasto per molto tempo ancora.Mi sono tolto il piumino. Sono rimasto con la mia ridicola camicia a palline, che al lavoro va messa sempre sotto il maglione d’ordinanza, e ho camminato. Diritto. Verso il Porto. Come ho sempre fatto. E mentre incontravo sempre più gente che s’affacciava timidamente agli incroci, mantenendo a fatica e in fondo controvoglia la distanza di sicurezza, formavo con loro una scia che procedeva sicura verso un punto, tra le caserme della Marina e il quartier generale di Luna rossa, dove ci aspettava un magnifico assembramento, proprio di fronte al primo lembo di mare da due mesi almeno, senz’alcun senso di colpa, per nessuno. È cosi che ho scoperto che siamo a maggio e che manca meno di un mese alla fine della scuola. Due mesi al mare. E per un attimo ho sorriso. Insieme a tutti i miei compagni di marcia.

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