Nelson. Cronache dal Corona virus. 11.

La fine del lockdown si avvicina e su Fb le polemiche sui rischi che la curva del contagio torni a crescere si accendono. Scontate.

Ieri la piccola figlia di un’amica è uscita in carrozzina. La mia amica ha raccontato che guardava ogni cosa come per la prima volta. Attirava continuamente l’attenzione della madre, felice.

L’altro ieri un amico mi ha chiamato, scosso. “Ho chiesto a mio figlio di dieci anni di uscire, mi ha guardato e mi ha risposto che preferiva continuare a giocare alla Play…”

Tutti noi stiamo soffrendo. C’è chi lo mostra, chi no, magari ci prova anche un sottile, indecifrabile gusto, ma nessuno può avere ragione. Perché non può esistere polemica sulla sofferenza.

Sessanta giorni. Trascorsi dolorosamente a contare le ore che dividono un giorno dall’altro, senza la prospettiva di un’uscita definitiva da questo tunnel opaco fatto di ripetitività, stanchezze e allucinazioni. Trascorsi a correre nel lungo corridoio per ore, provocando le reazioni divertite di Marci, Giovanni e Matteo.

Dicono che nei primi diciotto anni di detenzione trascorsi a Robben Island, un’isoletta davanti a Cape Town, Nelson Mandela fu sottoposto a condizioni molto dure. Celle minuscole, visite rare e brevi, cibo scarso, pessimo, sempre uguale.
Il lavoro forzato era estenuante. Passò i primi cinque anni a spaccare pietre nel cortile. Poi, per 13 anni, a scavare in una cava di calce o a raccogliere alghe fra gli scogli. Ma Nelson era un uomo dal fisico straordinario. Nelle pause tra una sessione di lavoro e l’altra, lui ogni giorno correva un’ora, sul posto, in cella. Negli ultimi anni di carcere trasformò la corsa in camminata. E sopravvisse.

Io ho un fisico e una mente fragile. Somiglio più a Forrest Gump. Non per niente gli eroi nascono ogni cent’anni. Ma corro.

Me ne faccio una ragione. Penso a domani, quando potrò tornare a camminare, e sorrido.

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