Uno strano incontro.

L’Ottocento fu più di ogni altro il secolo del romanzo, il genere per eccellenza della narrativa, quello che più di ogni altro avvicinava l’ispirato autore a un pubblico borghese sempre più numeroso e potenzialmente in grado di acquistare il prodotto letterario.

Il primo scrittore a intuirne veramente le potenzialità economiche fu Honoré de Balzac, sicuro che tutto si risolvesse nella magica parola delle Illusioni perdute, quel denaro per il quale lo stesso Balzac consuma la sua vita nella scrittura di quasi novanta romanzi, convinto che il libro sia diventato una merce che parla di merci, come mai è accaduto in passato.

A differenza di Balzac, invece, l’altro grande romanziere europeo del primo Ottocento, il nostro Alessandro Manzoni, scrive, riscrive e lima incessantemente i suoi Promessi sposi con aristocratica pazienza e nevrotica insoddisfazione. Balzac sforna a getto continuo opere che dovrebbero salvarlo dai debiti, e lui punta tutto su quell’unico prodotto della sua solida poetica.

I due grandi narratori si conoscevano di fama e ben chiara avevano pure la coscienza del solco che li divideva.

Quando, il 19 febbraio del 1837 Honorè de Balzac, trentottennne e ormai famosissimo, giunge a Milano e prende alloggio in un albergo a due passi dal Duomo, la Bella Venezia, nella centralissima piazzetta San Fedele, è spinto nella città lombarda da alcuni affari importanti, tra cui la procura per vendere ciò che rimaneva dei beni immobiliari dell’amico Emilio Guidoboni Visconti, trasferitosi a Parigi, e l’autorizzazione a riscuotere una ragguardevole somma attualmente nelle mani di un amico milanese dei Guidoboni, tal conte Somaglia.

Di lui, romanziere alla moda, la stampa cittadina parla con commenti maliziosi ed eccessivamente coloriti, in particolare della sua fluente e incolta capigliatura, e nota subito la cravatta che ei porta in toeletta di gala col controsenso dei guanti neri. Il mondo culturale lombardo appare molto incuriosito dall’autore di Papà Goriot.

Non è bello, non è brutto: ma fra i due, piuttosto brutto che bello; ha sotto il naso una specie di chiaroscuro che dà qualche idea di mustacchi. Chiome nere ed incolte, naso savoiardo e due occhi nerissimi, nei quali si può leggere compendiato il fuoco, il brio di questo grande scrittore, scrive in vivace stile prescapigliato Antonio Piazza sulla Gazzetta privilegiata di Milano del 23 febbraio del 1837. E i festeggiamenti, le gentilezze dei milanesi dureranno fino a quando qualcuno non metterà in giro la voce che Balzac ha espresso giudizi poco lusinghieri sui Promessi Sposi.

Manzoni e Balzac si incontrano il 1° marzo, nell’abitazione dello scrittore milanese, in contrada Morone, alla presenza del marchese Felice Carron de Saint-Thomas, di Cesare Cantù e del figliastro di don Lisander Stefano Stampa.

Il loro non si preannuncia come un incontro facile.

Manzoni conosce perfettamente il francese e legge il collega in originale. Balzac invece ha letto i Promessi sposi nella mediocre traduzione francese senza ricavarne una grande impressione. Parla sempre lui, dice parecchie cose insulse, vuole dare di sé un gran concetto, racconta in seguito Manzoni all’amico Ruggero Bonghi. Cesare Cantù, presente al colloquio, è più drastico e sostiene che Balzac «parla come un mulino a vento», loda Rabelais, opponendo il suo materialismo allo spiritualismo così in voga all’epoca e cita anche degli esempi di romanzi persino suoi che fallirono in questo tentativo di rappresentare l’ideale, come Il medico di campagna. Forse vuole usarlo come argomento per scardinare la reticenza del padrone di casa, ma Manzoni rimane taciturno e distaccato. In particolare si appassiona al tema, tutto monetario, dei diritti d’autore. «Si lamentò senza fine della contraffazione libraria, ed è persuaso che fra le potenze si farà una convenzione per impedirla», riporta sempre Cantù.

Anche Manzoni in passato si era occupato di proprietà o meglio, come preferiva già all’epoca definirlo lui, di diritto d’autore nella causa contro l’editore Le Monnier che aveva stampato in vacatio legis migliaia di copie del romanzo, nell’edizione Passigli del 1832, senza l’autorizzazione dello scrittore lombardo[1], e forse Balzac sperava di scuoterlo, definitivamente, con quello spinoso argomento. Ma Manzoni sembra ancora più infastidito e sta zitto. La pragmatica ci insegna che anche il silenzio è un atto linguistico… l’ironia manzoniana è proprio nelle assenze, nei vuoti, nelle omissioni. Apre spazi che l’economia non ha argomenti per colmare, se non con il suono ripetitivo della chiacchiera.

Il figliastro Stefano Stampa rimarcherà in seguito come Balzac soprattutto parlasse con quel tono di suffisence che, davanti ad un Manzoni, poteva essere battezzato di presuntuoso e di ciarlatanesco, e così probabilmente fu avvertito dall’illustre destinatario. In particolare lo Stampa cita il tentativo di Balzac di dimostrare al suo interlocutore l’inevitabile fallimento del progetto di un romanzo religioso come il suo Medico di campagna, che non aveva ottenuto il successo economico da lui sperato.

Manzoni, non appena Balzac andò via, sussurrò laconicamente al figliastro che per avere successo nel genere religioso «non bisogna tentarlo come una speculazione letteraria qualunque, ma esserne profondamente persuasi. E così, con una sentenza di vago sapore morale, pronunziata in assenza del contendente, si chiuse un incontro senza vie d’uscita tra due giganti della letteratura, agli antipodi, oltre che per le scelte ideologiche, anche per carattere e contegno sociale.


[1] Nel Granducato di Toscana vigeva sì una disciplina che tutelava il diritto d’autore, perché il Granduca aveva aderito, unico Stato italiano, alla Convenzione sulla protezione del diritto d’autore conclusa tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco: si trattava di una novità, sia per il tipo di tutela (diritto di proprietà intellettuale) sia per l’oggetto della disciplina (una proprietà non tangibile derivante dall’ingegno). Solo successivamente, con la Convenzione internazionale di Berna del 1886 – ispirata, si dice, da Victor Hugo – la materia avrebbe ricevuto una più sistematica regolamentazione. Tuttavia l’adesione del Granducato era avvenuta nel 1840, e l’edizione di Passigli era anteriore a quella data. Di qui il dilemma: la protezione del diritto d’autore si poteva estendere retroattivamente anche alle opere pubblicate anteriormente all’adesione o doveva valere solo per il futuro? Le Monnier e i suoi avvocati propendevano per quest’ultima interpretazione, Manzoni e i suoi per la tesi opposta. Ne nasce una controversia, che, instaurata nel 1845 dinanzi al Tribunale di Firenze (luogo della pubblicazione ritenuta illegale), si trascina per anni, vedendo tuttavia Manzoni vittorioso in tutti i gradi, Guido Alpa, Manzoni esperto di legge, in 24 Cultura, 5 agosto 2017.

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