Vortice. Cronache dal Corona virus. 8.

Giorno 42.
Le parole cominciano a perdere di consistenza. Persino le polemiche stancano. Incrinano amicizie. Meglio la musica. I libri.
Oggi riprendono le lezioni e tutti siamo contenti. Le chat scottano, i ragazzi continuano a lamentarsi, e tu scopri di essere ancora utile, nonostante i tuoi quasi sessant’anni.
C’è poco da raccontare, o forse no. La scoperta del sorriso dei tuoi figli. Il tempo di ricucire amicizie importanti, che credevi perse.
Spengo la Tv, o comunque non l’ascolto.
Mi sforzo di trovare gli aspetti positivi.
Sono stanco dei grafici, dei numeri, degli eroi.
Eroi siamo tutti, anche chi è recluso in casa a cercare il senso di una vita nuova, diversa.

Giorno 44 (nella smorfia napoletana le carceri).
17 marzo, Venerdì.
È diventata quasi un’abitudine, ormai, quella di trascorrere tutti assieme i momenti di pausa più diversi di un periodo interminabile, eterno, nelle sue pause vuote, come quello che stiamo vivendo.
Sembra quasi che facendo così li si voglia esorcizzare, quei momenti. E mi piace.
La nostra camera comune è ormai il salotto, e come minimo c’è sempre Matteo che gioca ad alta voce a Rocket League e Giovanni che guarda le ultime puntate della Casa di Carta. Il problema è che spesso non c’è maniera di scambiare due parole (su cosa, mi chiedo, poi, ma due parole in fondo non hanno mai un argomento), e così cerco di isolarmi sentendo musica Jazz con le cuffiette del cellulare sul divano.
Il problema di ascoltare musica Jazz con le cuffiette del cellulare sul divano è che quando pensi di esserti rilassato al punto tale da sprofondare in un sonno piacevole e leggero, parte sempre una pubblicità a tutto volume che ti sveglia.
E allora non ti resta che leggere col Kindle sul divano.
Il problema di leggere col Kindle sul divano è che ti sottopone a un ritmo di lettura quasi ossessivo. Scorri le righe, strisci l’indice della mano destra sul dispositivo per cambiar pagina, scorri nuovamente le righe, strisci nuovamente l’indice, scorri le righe e improvvisamente, dopo sole tre pagine, vedi soltanto una macchia grigia e avvolgente che ti fa desiderare il sonno.
È allora che riprendi in mano le cuffiette del cellulare, sapendo che non uscirai più da quel vortice.
E torni a correggere compiti.

Giorno 47. Morto (che parla). Non ho ricette. Sento parlare alla Tv di sacrifici necessari, di migliore gestione della fase 2. Di nuove aperture politiche. Di un nuovo governo. Sono stato chiuso 47 giorni ad ascoltare le proposte degli altri. Cosa dovrei dire? Bravi? Non ho strumenti. Non ho visto i morti. Gli ospedali. Le terapie intensive. Ho avvertito solo una breve, intensa mancanza. Carlo ora sarà in cielo, giustamente nessuno più ne parla. Lì i lockdown non esistono. E nemmeno le soluzioni facili. Lì non si sprecano parole, illusioni. Non si cercano vie di fuga per giustificare errori, che sono soltanto umani.Giorno 47. Sono chiuso in casa e l’unica morte che vedo è quella del sorriso di mio figlio, che ha spento la sua naturale iperattività, è triste, fatalista, malinconico. Però ha imparato a obbedire. Alla Tv.

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