Pasquetta. Cronache dal Corona virus. 7.

Pasqua. Uno dei rischi che questo periodo di stasi forzata ha portato con sé è costituito dalla necessità di sostituire a qualsiasi forma di progetto, neutralizzato dalla quarantena, un pressante bisogno di fare, subito, e senza grandi obiettivi… ascoltare musica, vedere film, mangiare…

Ieri, a Pasqua, privato anche dell’uscita per la messa, ho ingaggiato un’estenuante gara culinaria con mio figlio che, soltanto grazie a un’interminabile fase di preparazione, ha imposto sul mio nostalgico vitel tonnè una sontuosa teglia di lasagne… E’ stata una dimostrazione affettiva inaspettata ma anche un’impietosa cartina di tornasole della povertà di scelte a cui siamo giunti grazie al virus… E oggi è Pasquetta. Il giorno tradizionalmente consacrato al rito del cibo, una ricorrenza ormai impoverita totalmente del suo tradizionale significato.

Stormi di elicotteri ronzano sulle nostre teste per impedire a chiunque di raggiungere luoghi di assembramento dove si possa celebrare questo rito e molti, tutti, ormai sono rassegnati a celebrarlo simbolicamente nei loro salotti, magari arrostendo un agnello o un maialetto di cui altrimenti avrebbero fatto volentieri a meno.

E’ l’esercizio dell’abbuffata, che maschera il dolore della privazione per una ricorrenza conviviale ma anche d’affetto… e così, paradossalmente, ci si rimpinza proprio quando si è tristi e inattivi.

C’è un dipinto di Pieter Bruegel, Il combattimento tra il Carnevale e la Quaresima, del 1559, dove si consuma una simbolica lotta, tipica della vita nel lungo Medioevo, che mi ha fatto pensare a questi giorni, quella tra i bagordi e il digiuno. Soddisfacimento del corpo contro penitenza. Il corpo oscillante tra l’umiliazione e la celebrazione. Nel dipinto il Carnevale è incarnato, è proprio il caso di dire, da un personaggio grasso, a cavallo di una botte, con un pasticcio sulla testa e uno spiedo brandito quasi fosse la sua spada. Nella parte opposta dell’opera appare una scheletrica Quaresima, recante in testa l’arnia (rimando al miele dei periodi di digiuno e, forse, anche alla laboriosità), che impugna una pala con due misere aringhe. Il seguito dei due personaggi rimanda poi alla baldoria carnevalesca da una parte e alla morigeratezza quaresimale dall’altra. Ecco, a parte l’ammirazione per questo capolavoro, anche stamattina, appena sveglio, ho pensato, chissà perché, al menu della giornata, l’ho progettato, definito nei dettagli, gustato con tutti i sensi. E subito dopo ho controllato che l’ampia scorta di Maalox non fosse intaccata. E’ stato un gesto spontaneo, quasi involontario, ma è stato sufficiente perché subito dopo tornassi a rileggere questo splendido dipinto. Ed esorcizzassi la sindrome da Pasquetta mancata.

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