Cronache dal Corona virus. 5.

Primo giorno di primavera. Sento ancora il bisogno di scrivere. So che è banale, ma scrivere è sempre stata per me come una molla per reagire, soprattutto nei momenti più difficili della vita. Perché scrivere unisce, e a me pare invece che negli ultimi giorni si stia riaffacciando quell’antico vizio del rinserrare le fila, del distinguere il diverso, runner o rompiscatole che sia, per affermare una posizione che è semplicemente nelle cose. Stiamo vivendo un momento orribile e non abbiamo i mezzi per affrontarlo, a meno che non pensiamo di essere degli unti dal Signore.
Dovremmo accettare soprattutto le posizioni sbagliate, gli sfoghi, anche ingenui ma mai ingiusti. Perché chi è in Ospedale è un eroe ma gli altri non sono necessariamente dei numeri inutili. E non guastando antiche amicizie, a meno che quelle amicizie non fossero tali. Avvicinandoci a tutti, in nome della nostra comune debolezza.

A ben pensarci, il pericolo, insito nella situazione anomala che stiamo vivendo, è proprio che ci si abitui, che ci si senta attratti da ritmi che non hanno nulla di naturale. Che l’imperativo categorico, la massima morale si coniughino all’atto contro natura. Che sia giusto stare chiusi in pochi metri quadri, andare a fare la spesa soltanto una volta alla settimana, far pisciare il cane sulla porta di casa, connettersi con tutti i colleghi, rispondere a tutti i loro messaggi, far lezione allo schermo di un pc.
È sempre più difficile distinguere la normalità. Un amico mi ha inviato la storia di un vecchio professore americano che si è rifiutato d’abituarsi all’anomalia e ha registrato le sue lezioni in un’aula vuota. Unico spettatore una bambola in legno di Pinocchio. L’ho invidiato.

Il dramma maggiore della lunga crisi in cui siamo piombati inconsapevolmente, senza nemmeno sospettarne la gravità, sta nel non avere più punti di riferimento, scadenze certe, obiettivi.
Quando finirà?
E se finirà che conseguenze lascerà in noi?
Queste sono le domande che ci tormentano quotidianamente, e allora, per cercare di sopravvivere ci inventiamo nuovi, falsi miti che ci permettano di andare avanti… il rispetto delle regole, il potere della scienza, il culto della forma.
Anche il Papa ha voluto dire la sua.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine, ha detto, ed ha aggiunto che è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
L’appartenenza come fratelli.
Ecco, forse in queste parole c’è veramente la chiave per interpretare questa difficile fase di transizione. Che siamo credenti o no.

Senza accorgermene ho perso il conto dei giorni. Sarà perché improvvisamente ho sentito un gran freddo. Dicono che il rallentamento dell’attività industriale favorisca un ritorno a climi più consoni alla nostra stagione. Dicono. Arrivano foto. L’acqua del Canal Grande è per la prima volta limpida e i pesci sono tornati a nuotare nella Fontana di Trevi. Le lepri si riappropriano dei loro spazi nei parchi vuoti di Milano.
L’uomo rimane rinchiuso nelle proprie case e la natura, fuori, rinasce.
C’è da riflettere.

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