Invisibili… a distanza. Cronache dal Corona virus. 3.

Fare il docente era diventato essenzialmente questo. Senza timore di diventare cinici, anche provocare nei ragazzi le più svariate battute di spirito era sintomo del successo di una lezione. Significava che erano stati colpiti, che erano stati presi in considerazione, e che qualche risultato lo si poteva attendere con sufficiente sicurezza. Questo era il tesoretto di un moderno docente. E io l’avrei sfruttato. Soprattutto con i ragazzi più giovani, più problematici, più assenti. Tre in particolare. Tre assenze differenti… Michael, Marcello, Ahmed. Tre presenze invisibili.

Oggi tre ragazzi, diversi, ma soltanto nei nomi, mi hanno messo per ore a dura prova… eppure facevamo lezione… a distanza, come si dice oggi. Mi hanno investito dei loro problemi esistenziali apparentemente irrisolvibili, delle ribellioni a muso duro, di ritrosie indecifrabili, e mi sono tornate alla mente quelle righe, concepite per un romanzo, nemmeno tanto lontano, scritto due anni fa. Così, ho capito che la realtà dell’aula non è molto diversa da quella filtrata dallo schermo di un pc.

Evidentemente ci voleva il Corona virus per costringere migliaia di insegnanti a votarsi al nuovo verbo della didattica digitale. Certo, mi ci metto pure io, sia ben chiaro, anche se qualche contenuto sulla piattaforma dell’Istituto, io, lo inserivo già da tempo, ma l’improvvisa assenza fisica, corporea quasi, della componente principale che dà un senso alla scuola, e cioè gli alunni, ha determinato senza più rinvii la vera rivoluzione copernicana. Improvvisamente, chat, notifiche, piattaforme multimediali hanno sostituito in toto la scuola, quella vera, e tutti hanno dovuto prendere atto che non poteva più sussistere alcuna alternativa alla didattica a distanza. Via, subito, a comprare tablet, spendere ogni euro del bonus che ancora era rimasto in giacenza dall’ultimo libro acquistato, scaricare applicazioni, memorizzare password improbabili, anche se i soldi non bastano per tutti… anche per noi.

Ci sarebbe il nostro, vecchio, pc fisso, ma quello non ha né microfono né telecamera, e da quando il Governo ha imposto il blocco sui beni non necessari è quasi impossibile reperirli… si prevedono tempi difficili, penso, e mi rendo conto che sono veramente i più complicati mai vissuti da noi insegnanti in fondo istintivi, empatici, quasi romantici. L’obbligo dell’uso di piattaforme e ambienti didattici sempre più sofisticati, dettato dalle necessità, ci ha portato a vestirci di un abito che in fondo ci sta stretto, ma certi limiti sono diventati irrinunciabili. E comunque è bello sentirsi coi ragazzi, anche così… anche solo per stabilire contatti, dettare scadenze, avvertire l’insicurezza che li avvolge, muta. Tranquilli, io sarò sempre con voi, viene voglia di sussurrargli, anche dietro il sottile muro dello screenshot di una piattaforma, io sono sempre presente, sempre uguale a me stesso. In attesa di abbracciarvi al rientro. Perché voi siete l’unica piacevole eccezione a un lavoro troppo spesso tristemente ignorato. Ecco. Solo così la scuola non perderà mai la sua sacralità originaria, la dote dell’empatia che sola potrà salvarla, ci diciamo, convinti di aver superato anche quest’ennesima, ardua prova per il nostro complesso mestiere. E forse è vero che questo virus sta tirando comunque fuori il meglio di noi, nella paura che ci attanaglia, giorno dopo giorno, caso dopo caso… una paura, un’insicurezza che s’insinua subdola, muta, specie tra i più giovani, ed è stato per questo, forse, che oggi, per la prima volta nella mia vita, ho dato la buonanotte a un mio alunno, e mi è sembrato normale.

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