Fuochi fatui.

L’Italia che esce dal Romanticismo e affronta per la prima volta la modernità, il progresso, la letteratura scientifica tanto di moda oltre le Alpi, è anche un’Italia per la prima volta sicura di sé dopo l’Unità, e tutta proiettata verso il richiamo del profitto e del cinismo nei rapporti interpersonali. È un processo talmente inarrestabile che persino un letterato provinciale come Verga, che pure accuserà quella società corrotta nei suoi primi romanzi milanesi, verrà condizionato da questo clima gretto e vanamente ambizioso. L’episodio rivelatore di quel clima e della stessa natura ambigua dello scrittore siciliano, ebbe inizio nella primavera del 1869, in un noto salotto fiorentino, dove egli conobbe la diciottenne Giselda Fojanesi, figlia di un proprietario terriero della Valdichiana trasferitosi a Firenze.

Verga all’epoca era un dongiovanni impenitente, dall’innamoramento facile. Dalle sue lettere ancora oggi traspare la passione tanto ardente quanto volubile per un’infinità di donne nubili e sposate, nobildonne e popolane, attrici e intellettuali, e così, immancabilmente, s’innamorò presto anche della giovane ragazza. Giselda, da parte sua, aveva appena conseguito l’abilitazione all’insegnamento, e per intercessione di Maria Dall’Ongaro, moglie dell’anfitrione fiorentino, e di Mario Rapisardi, amico e compare di Verga, aveva ottenuto un incarico presso il convitto nazionale di Catania. Verga, invaghitosi della bella giovane, aveva rimandato la partenza imminente da Firenze per poterla accompagnare personalmente, offrendosi di ospitarla nella villetta di famiglia a Santagata Li Battiati.

Il viaggio in nave verso Catania e la successiva tormentata relazione clandestina con la Fojanesi li si può ancora leggere in una delle Novelle Rusticane dal titolo Di là del mare, dove il protagonista va a trovare la sua giovane amante in una piccola casa sperduta nella campagna siciliana. I due, ritrovatisi soli, in quel contesto idillico, vengono finalmente travolti dalla passione e si giurano amore eterno. Non così nella realtà, perché Verga, dopo essere stato coinvolto brevemente in questa relazione, torna presto a Firenze, da dove intrattiene con Giselda soltanto un fitto rapporto epistolare, chiedendole di descrivergli la sua esperienza di lavoro nel convitto catanese. Una richiesta insistente, che porterà subito dopo alla pubblicazione di Storia di una capinera, vicenda a tinte forti di una monacazione forzata e vero e proprio best seller dell’epoca. Un atto egoista e vanitoso, che rivela un Verga più interessato alla sua carriera letteraria che alle persone.

Giselda intanto è lì, nel convitto catanese, quasi protetta dagli amici letterati, che la vanno a trovare spesso, come una loro creatura privata, tanto che il poeta Mario Rapisardi, amico di vecchia data del Verga, a sua volta innamorato di Giselda, irrompe un giorno nel convitto dove lavora la ragazza, al punto da dichiararsi platealmente, gettandola nell’imbarazzo, se non proprio nel disonore, e costringendola di fatto a sposarlo, avendo lei per questo perduto il posto di lavoro presso il convitto. La ragazza è costretta a proteggersi dal disonore entrando nel disonore: è il tema che Pirandello descrisse nel suo primo romanzo, L’esclusa, proprio prendendo spunto dall’amara vicenda di Giselda. Era il 12 febbraio del 1872: Verga era ancora a Firenze e di lì a poco si sarebbe spostato a Milano, rinunciando temporaneamente a uno dei suoi amori. Ma la relazione tra Giselda e Mario fu tutt’altro che rose e fiori: Rapisardi, geloso e possessivo, non riservava alla giovane e bella moglie grandi gioie coniugali e in più Giselda, oltre ai diversi usi e costumi isolani, doveva patire pure le angherie della suocera, che le era sempre stata apertamente avversa. A sostenerla in questa dura esperienza era l’amicizia sincera con Matilde Serao, e con Ferdinando Martini, fondatore nel 1879 del Fanfulla della domenica, che permise a Giselda di pubblicare sul suo giornale tutte le sue novelle, oltre al segreto amore per Verga, con il quale riallacciò uno stretto legame epistolare. E proprio una lettera tra i due fu all’origine della separazione con il Rapisardi nel 1883. Un vero e proprio scandalo. La lettera, piena di tumultuose passioni, mandata dal quarantatreenne Verga alla trentaduenne maestrina toscana, che era finita chissà come nelle mani del marito, spinse lo sposo tradito a coprire di insulti il rivale (suo migliore amico, fino ad allora) e licenziare in tronco l’adultera. Verga restò ancora con lei in rapporti di amorosi sensi anche quando la ex signora Rapisardi, cacciata dal marito catanese, si trasferì a Firenze. Si scrissero, si incontrarono, si amarono, mentre lui però continuava a scrivere infuocate parole d’amore anche a Paolina Greppi, affascinante contessa milanese. Smisero di amarsi quando lei, libera di risposarsi dopo l’annullamento del matrimonio con Rapisardi da parte della Sacra Rota, parlò a Verga di matrimonio. Il grande innamorato non soltanto rispose di no, in maniera secca e indiscutibile, ma da quel giorno apparve più distaccato. Era fatto così, il siciliano Verga: di legami, lui, non voleva sentir parlare, e continuò a comportarsi da Giano bifronte, con la semplice sostituzione della maestrina Giselda e della contessa Paolina con la contessa Dina Castellazzi, molto più giovane delle due precedenti amanti.

Dopo il rifiuto dello scrittore siciliano, la Fojanesi e Verga continuarono a frequentarsi per un po’, ma alla fine anche la loro relazione naufragò. Per Giselda, però, il nuovo fallimento sentimentale costituì una vera e propria fortuna… così Giselda ebbe modo di riscattarsi dalle delusioni amorose divenendo un’importante interprete del movimento per l’emancipazione femminile e, in ambito pedagogico, un’anticipatrice del metodo montessoriano. Le ambiguità della società fin de siècle avevano prodotto, in fondo, almeno in lei, un provvidenziale risultato.

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