Il profumo delle ascelle e degli asparagi.

Maggio è un mese imperfetto. Per la scuola, s’intende. Porta con sé il profumo degli asparagi e delle ascelle di Maurizio, lo struggimento per i peschi in fiore e per un mare ancora troppo lontano. Ma soprattutto vive nelle paure di un’interrogazione non più rinviabile o di un debito difficilmente recuperabile.

A maggio ci si gioca, in pochi giorni, la possibilità di un’estate da godere per intero insieme a ghiaccioli e creme solari.

Enrico, che da quando Marcello ha cambiato classe, ogni tanto sorprendo a seguirmi, si gioca tutto negli ultimi giorni. Non l’ho mai visto così determinato, e mi dico che dev’esserci qualcosa sotto. All’inizio dell’ultima settimana si presenta con una griglia scritta a penna su un foglio strappato maldestramente dall’unico quaderno che ogni giorno porta a lezione. Non so se l’interrogherò. Il tempo è poco e assegno la priorità a chi ancora ha una chiara speranza di farcela. Enrico deve ancora dimostrarmi di essere cambiato.

I progetti e l’alternanza scuola/lavoro, ormai lanciata a pieno regime nelle scuole, ha sottratto alle lezioni ogni spazio residuo, e l’elenco delle interrogazioni da chiudere è infinito. E fatalmente, l’ultimo mese, non rimane di certo la crema della classe da verificare. In ogni caso, dopo il confortante appello, comincio a introdurre gli argomenti, e individuo da subito quei pochi ragazzi in grado di recuperare.

“A chi dedicò, Foscolo, una celebre ode ispirata all’ideale di libertà? Alberto?”

“A Giuseppe Garibaldi, prof…”

Già, Alberto… non sarebbe lui se non si buttasse con la noncuranza di un veterano dei salvataggi in extremis. Ha dalla sua le presenze, che negli ultimi due anni gli hanno permesso di essere promosso per anzianità di carriera e non si cura dei dettagli.

Sospiro… siamo in Quinta, con i resti di quella classe che mi ha riempito la vita, e in fondo, ormai, a loro devo tutto.

Devo reagire.

“A Napoleone…”, sospiro, allora, clemente, e torno a immergermi nei profumi della natura che mi si offre oltre i vecchi infissi d’alluminio.

Anche se fuori la natura respira a grandi boccate, bisogna tener duro.

Insisto, e tra gli affanni di Foscolo e le visioni manzoniane vedo subito una mano alzata.

“Ma, prof, Napoleone non era considerato un tiranno?”

“Sì, Enrico, sì”, rispondo, secco, e continuo.

Enrico… ancora lui.

Spero per un attimo che continui, e poi gli restituisco la palla, deciso a concedergli quest’ultima possibilità.

“Allora, sai spiegarmi perché, nonostante le delusioni, Foscolo rimase a lungo fedele seguace di Napoleone?”

“Per soldi, prof, per soldi.”

Enrico… proprio quando ero pronto a farmi stupire da un improvviso, insperato impegno, ricado sulla sedia. Insomma, anche per un ragazzo del Terzo millennio, un’affermazione del genere non può essere accettabile, ma in fondo siamo alla fine dell’anno, e non c’è tempo per le sfumature.

“Passiamo a Manzoni. A quale genere di romanzo appartengono i Promessi Sposi, Simone?”

“Al genere fantastico, prof…”

“A quello fantastico? E perché, Simone?”

“Non so… a quello epistolare, prof?”

“Epistolare? Ci sono lettere nei Promessi Sposi?”

“Non so, prof…”

Ecco, anche Simone non cambierà mai. Sempre con la testa nelle nuvole, e candidato all’eterna comprensione dei colleghi. L’osservo con indulgenza, cercando di scorgere nei suoi occhi una reazione, ma subito, dietro di lui, vedo nuovamente la mano alzata di Enrico. Ci risiamo.

“Prego, Enrico.”

“Ma prof, secondo lei esiste un paese dove due persone innamorate si separano soltanto perché un prete non le sposa?”

“No, certo. Immagino sia un pretesto narrativo.”

“Appunto… quindi, vede che Simone ha in fondo ragione?”

A quel punto vedo Enrico sedersi finalmente soddisfatto, e mi viene in mente quella pagina del secondo diario minimo di Umberto Eco, in cui alla domanda “Come va?”, Manzoni risponde “Grazie a Dio, bene.”

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