Lo stufato della Luna piena…

Fallito il matrimonio a sorpresa e abbandonato il paese natale, in fuga dai bravi di don Rodrigo, muta lo spazio del racconto, ma non lo spirito che anima l’autore… è sempre la carestia a dominare, ed entrambi i personaggi ne sono diversamente influenzati, sia nelle drammatiche vicende che li coinvolgono che nei piatti che vengono loro serviti.

A Milano, Renzo arringa la folla in tumulto con un discorso appassionato, attirando l’attenzione di un poliziotto travestito che poi lo conduce all’osteria della Luna Piena. Su indicazione e in compagnia della guida sconosciuta, attraversa un piccolo cortile, e poi entra in un ampio locale illuminato dalla debole luce di due lumi che pendono dal soffitto e con al centro una lunga tavola con due panche ai lati, piatti, fiaschi, carte e dadi dappertutto. Molti avventori sono intenti a giocare e a bere, facendo un gran chiasso, mentre sulla tavola ci sono molte monete che, probabilmente, sono il frutto dei saccheggi di quella giornata tumultuosa.

La descrizione pare mettere in luce una certa avversione del Manzoni per le osterie, e l’oste, che prima siede accanto al camino, e poi si alza pigramente ad accogliere i due strani clienti, pare confermare questo giudizio dell’autore, che gli attribuisce quasi una sinistra funzione di regista delle vite altrui…

Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia,al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l’oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S’alzò, al rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. Vista ch’ebbe la guida, — maledetto! — disse tra sè: — che tu m’abbia a venir sempre tra’ piedi, quando meno ti vorrei! — Data poi un’occhiata in fretta a Renzo, disse, ancora tra sè: — non ti conosco; ma venendo con un tal cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti conoscerò…

Con lui, l’osteria appare definitivamente come un luogo di insidie, e non è un caso che qui più che il cibo sia il vino a diventare protagonista, tutto attorno, nei brindisi e sopra i tavoli, il vino visto come metafora di perdizione, come carburante dei peggiori istinti…

– Cosa comandan questi signori? – disse ad alta voce.

– Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero, – disse Renzo: – e poi un boccone -. Così dicendo, si buttò a sedere sur una panca,verso la cima della tavola, e mandò un – ah! – sonoro, come se volesse dire: fa bene un po’ di panca, dopo essere stato, tanto tempo, ritto e in faccende. Magli venne subito in mente quella panca e quella tavola, a cui era stato seduto l’ultima volta, con Lucia e con Agnese: e mise un sospiro. Scosse poi la testa,come per iscacciar quel pensiero: e vide venir l’oste col vino. Il compagno s’era messo a sedere in faccia a Renzo. Questo gli mescé subito da bere,dicendo: per bagnar le labbra -. E riempito l’altro bicchiere, lo tracannò in un sorso.

– Cosa mi darete da mangiare? – disse poi all’oste.

– Ho dello stufato: vi piace? – disse questo.

– Sì, bravo; dello stufato.

– Sarete servito, – disse l’oste a Renzo; e al garzone: – servite questo forestiero -. E s’avviò verso il cammino. – Ma… – riprese poi, tornando verso Renzo: – ma pane, non ce n’ho in questa giornata.

– Al pane, – disse Renzo, ad alta voce e ridendo, – ci ha pensato la provvidenza -. E tirato fuori il terzo e ultimo di que’ pani raccolti sotto la croce di san Dionigi, l’alzò per aria, gridando: – ecco il pane della provvidenza!

Dunque lo stufato è il piatto che viene proposto a Renzo, lo stufato, insieme alle polpette, il piatto più frequente nel menu delle osterie… costituito da pezzi di carne in umido, cotti, in un intingolo, a fuoco lento in un tegame di terracotta ben chiuso, aveva il vantaggio di essere un piatto sempre pronto, l’ideale per un’osteria, da consumarsi con il pane, e facile da tenere in caldo tra le braci, a cui la prolungata cottura giovava perché rendeva morbida e saporita la carne poco pregiata che ne era l’ingrediente principale… ma mentre Renzo mangia lo stufato che gli ha portato il garzone, col pane raccolto il mattino sotto la Croce di San Dionigi, è grazie al vino che avvia il discorso con l’oste, sotto lo sguardo interessato della guida sconosciuta, e poi con gli avventori che giocano al tavolo vicino, mentre il vino gli annebbia il cervello e gli fa formulare le frasi sempre più a fatica e fioriscono le parole e le immagini, ilari, comiche, in un fitto e appassionato discorso, che va dall’amarezza del giovane contadino per le angherie e i soprusi patiti al suo paese, all’entusiasmo per una sommossa, che, ai suoi occhi di montanaro inurbato, è stata nient’altro che un atto di giustizia…

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