Or quell’Aspasia è morta che tanto amai…

Holiday, Henry; Aspasia on the Pnyx; Camden Local Studies and Archives Centre.

Qual è il processo che trasforma, agli occhi del Leopardi, quella donna apparsa a lui come un angelo, tra i lussi del salotto fiorentino, in una perfida cortigiana, capace di usare gli uomini per i suoi bassi scopi e tradire, tra tutti, l’uomo che le aveva dimostrato l’amore più sincero?

I versi finali della poesia a lei dedicata qualche tempo dopo il primo incontro sono chiari, e ancor più il senso di quell’epiteto esplicito, Aspasia, come l’etera prediletta di Pericle:

Or quell’Aspasia è morta
Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
Della mia vita un dì: se non se quanto,
Pur come cara larva, ad ora ad ora
Tornar costuma e disparir. Tu vivi,
Bella non solo ancor, ma bella tanto,
Al parer mio, che tutte l’altre avanzi.
Pur quell’ardor che da te nacque è spento:
Perch’io te non amai, ma quella Diva
Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.
Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
Sua celeste beltà, ch’io, per insino
Già dal principio conoscente e chiaro
Dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi,
Pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi,
Cupido ti seguii finch’ella visse,
Ingannato non già, ma dal piacere
Di quella dolce somiglianza, un lungo
Servaggio ed aspro a tollerar condotto

In realtà, dopo la partenza da Firenze, prima per Roma, dove Ranieri insegue l’amore impossibile per una ballerina conosciuta a Bologna, e poi, definitivamente, per Napoli, lei dimostrò il suo interesse, anche se soltanto epistolare, unicamente per Ranieri, relegando Leopardi a un fugace saluto nelle ultime righe di ogni sua lettera.

Un’indifferenza che contrastava con l’affetto immutato che il poeta le dimostrava invece nelle sue lettere, di cui significativamente ne rimangono soltanto due, spedite da Roma, in quanto le altre furono evidentemente distrutte dalla indifferente destinaria.

È molto probabile proprio che Leopardi si accorse, probabilmente a Napoli, del regolare carteggio tra il suo migliore amico e la nobildonna fiorentina e dell’imbarazzante ruolo che lui aveva rivestito, soprattutto nel secondo soggiorno fiorentino, come inconsapevole intermediario tra i due, e sia esploso di collera repressa.

Dunque la gelosia, l’amore non corrisposto, l’imbarazzo, sarebbero state le cause del grande dolore del trentenne Giacomo che soffrì profondamente per il grande amore di Fanny verso Ranieri, un amore probabilmente non corrisposto ma egualmente fatale per le speranze leopardiane, come si evince anche nella bellissima A se stesso:

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto. 

E le parole che la Targioni rivolge al Ranieri dopo la morte di Leopardi sono altrettanto significativamente lapidarie:

La disgrazia della morte del povero nostro Leopardi mi ha annientata; sì pel bene che gli volevo, sì pella perdita fatta; sì pell’interesse che io prendo, a tutto ciò che vi riguarda. Io partecipo grandemente al vostro dolore, io sento il vuoto che proverete nelle vostre abitudini, e quel male che cagiona la perdita d’un’amico che si amava, e stimava, male che le parole non valgono ad esprimere, male che il tempo non basta a dissipare.(…) Se non vi conoscessi così propenso al farmi arrabbiare, e canzonare direi che siete stato cattivo nel tentare di darmi un dispiacere colla risposta sull’Aspasia. Voi più d’ogni altro sapete se mai diedi la menoma lusinga a quel pover’uomo del Leo…, e se il mio carattere è tale da prendersi gioco d’un infelice, e d’un brav’uomo come lui. Quando me ne parlava, in certi tempi, io m’inquietavo, e non volevo, manco credere vere certe cose, come non le credo ancora, ed il bene che io gli volevo glie lo voglio ancora tal quale, abbenché ei più non esista. Siate dunque buono per me, vi prego, non mi dite più delle simili sciocchezze, e risparmiate una pena al mio cuore, nel togliermi l’idea che senza volerlo potei dar trista idea di me stessa a persona così disgraziata…”

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