A me si offerse l’angelica tua forma…

Dopo “sedici mesi di notte orribile”, trascorsi a Recanati, Leopardi torna a Firenze, invitato dagli amici dell’Accademia della Crusca, che gli garantiscono pure un provvidenziale assegno.

Nel capoluogo toscano, Giacomo conosce Antonio Ranieri, l’energico amico degli ultimi anni, ma soprattutto, nel salotto che conduce con elegante disinvoltura nella sua elegante dimora di via Ghibellina, Fanny Targioni Tozzetti, la donna capace di accendere in lui la più accesa passione della sua esistenza… a Fanny, nonostante sia una donna sposata e con dei figli, gli ambienti letterari e mondani, molto pettegoli, attribuiscono una lunga serie di amanti. In una lettera di Alessandro Poerio ad Antonio Ranieri si legge che “Leopardi e Niccolini dicono essere ella non solo bellissima e cortese di modi, ma eccellente oltre al solito delle donne nella pittura, nelle lingue moderne ed in altri pregi. La Targioni […] è ormai fatta tutta letteratura e signoria. Dicesi che Carlo Torrigiani sia attualmente il suo favorito. Altri nominarono Luigi Mannelli. C’è pure chi pretende che Gherardo Lenzoni e il marchese Lucchesini di tempo in tempo facciano incursioni sull’antico dominio. Io non posso indurmi a credere di sì prudente donna così licenziose novelle e credo che de’ quattro amanti almeno due siano favolosi…”

Nonostante la prudenza mal dissimulata dal Poerio, la Targioni è donna disinibita, e non è da escludere che avesse effettivamente degli amanti, a partire dal focoso amico di Leopardi, quello stesso Antonio Ranieri all’epoca innamorato di un’attrice bolognese, ma che non disdegna le sue attenzioni, come si evince da una serie di lettere venute alla luce di recente.

Leopardi, al contrario, s’innamora, come è suo solito, senza freni inibitori, e comincia a frequentare la donna con i pretesti più vari. Essendo lei una nota collezionista d’autografi di personaggi illustri, si preoccupa di procurargliene un buon numero dai propri corrispondenti o editori, come quelli di Alfieri, Monti, Pindemonte e Cesarotti, cercando di guadagnarsi la benevolenza di Fanny.

L’attimo in cui, ogni volta, quella donna colta ed elegante gli appare nel salotto fiorentino, costituisce per lui un’esperienza profonda, che gli s’insinua lentamente in modo quasi ossessivo, ispirandogli più tardi versi appassionati, quasi morbosi, che fatalmente vireranno repentinamente dall’Amore all’odio:

E mai non sento
Mover profumo di fiorita piaggia,
Nè di fiori olezzar vie cittadine,
Ch’io non ti vegga ancor qual eri il giorno
Che ne’ vezzosi appartamenti accolta,
Tutti odorati de’ novelli fiori
Di primavera, del color vestita
Della bruna viola, a me si offerse
L’angelica tua forma, inchino il fianco
Sovra nitide pelli, e circonfusa
D’arcana voluttà; quando tu, dotta
Allettatrice, fervidi sonanti
Baci scoccavi nelle curve labbra
De’ tuoi bambini, il niveo collo intanto
Porgendo, e lor di tue cagioni ignari
Con la man leggiadrissima stringevi
Al seno ascoso e desiato. Apparve
Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
Divino al pensier mio

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