Settantun lenzuoli da risciacquare…

Nel 1827, Manzoni è a Firenze per “risciacquare i panni in Arno”, rivedere cioè linguisticamente e fiorentinamente l’edizione dei Promessi Sposi uscita quell’anno, possibilmente con la preziosa consulenza degli affidabili letterati dell’Accademia Vieusseux, che erano stati subito pronti a invitarlo. Il 29 agosto aveva addirittura preso posto in un grande albergo, le 4 Nazioni, insieme alla madre, la moglie, i figli e quattro domestici, con i quali dimorava come un principe delle lettere, pronto a sfruttare ogni occasione utile a portare a termine il suo progetto.

A proposito del suo soggiorno fiorentino, Manzoni scriveva in quel periodo al Grossi d’avere “settantun lenzuoli da risciacquare, settantuno pagine nientemeno da adattare alla lingua fiorentina…”. Per risciacquare idealmente i suoi panni, oltre che dei fiorentini che in genere incontrava e ascoltava parlare con attenzione passeggiando per i lungarni e per le vie del centro, come abbiamo detto Manzoni si servì degli intellettuali del gabinetto letterario Vieusseux. Del resto in quell’estate non si parlava d’altro che dei Promessi sposi; lo stesso Gian Pietro Vieusseux non stava più nella pelle e attendeva trepidante il conte Manzoni, come si evince dalle lettere che inviava al marchese Gino Capponi che si trovava ad Abano per delle cure termali; non dello stesso avviso era un altro conte, Giacomo Leopardi, anch’egli a Firenze in quel periodo, che all’editore Stella confidava come il romanzo che faceva tanto scalpore fosse ritenuto dalle persone di gusto “molto inferiore all’aspettazione”.

Fatto sta che il corteggiamento di Vieusseux a Manzoni dovette durare pochi giorni, visto che per la sera del 3 settembre fu organizzata, nella sede del Gabinetto letterario, che all’epoca si trovava in palazzo Buondelmonti, la presentazione ufficiale dell’illustre ospite agli intellettuali fiorentini. Unico assente, Gino Capponi; ad attenderlo, alle 19 in punto, c’erano invece il Vieusseux, Giovan Battista Niccolini, il settantenne linguista Gaetano Cioni, Mario Pieri, Terenzio Mamiani, con il ben più noto cugino Giacomo Leopardi, e Pietro Giordani. La serata, al di là di qualche frecciatina del Giordani, dovette essere piacevole, visto che alle 21 Manzoni si ritirò in albergo con aria soddisfatta, come testimonia una lettera della figlia Giulietta indirizzata al cugino Giacomo Beccaria, dove confessa che “il Lunedì c’è soirée priée dal direttore del Gabinetto letterario dove Papà va ogni giorno, ebbe l’invito in istampa e ieri vi passò la sera e siccome il biglietto vale per varii Lunedì conta andarci sempre…”

Nel frattempo Manzoni stringeva una vera amicizia con il Cioni, del quale frequentò assiduamente la casa in via del Campuccio 64, nella zona di via de’ Serragli. Anche Niccolini però contribuì non poco alla revisione linguistica del romanzo, tanto che Manzoni scriveva a Tommaso Grossi che “un’acqua come l’Arno e lavandaie come Cioni e Niccolini, fuori di qui non le trovo in nessun luogo”. In una lettera al Grossi, del 17 settembre, Manzoni si diverte a raccontare uno scambio di battute con il Nicolini, che lo correggeva a proposito di quel passo del romanzo dove egli usava la frase con un’aria di me ne rido, come dicono i milanesi… potete levare quella giunta, proseguiva l’amico fiorentino, perché si direbbe benissimo anche qui. Manzoni, a quel punto, afferma che ciò gli fa piacere, tanto più che il me ne rido non è tanto milanese. “La nostra locuzione, soggiunsi, è la più strana del mondo: e sorridendo, appunto come chi dice una cosa pazza, noi diciamo, continuai, diciamo, e chi sa dove lo siamo andati a pigliare, diciamo: me ne impipo. – Eh! me n’impipo si dice anche noi. – Voi? – Noi. … Dunque, per continuare il dialogo, voi!, ripetei io, – io credeva che voi diceste piuttosto: io me n’indormo. – Che! me n’indormo non lo dice nessuno in Toscana. – E me n’impipo? –… Me n’impipo lo dicono tutti…”

E così, trascorrendo le giornate tra incontri come questi, e ricevimenti ufficiali, Manzoni si rende conto che esisteva un contatto diretto, inaspettato in realtà, tra la nobiltà fiorentina, e il popolo, testimoniato dalla somiglianza nella terminologia utilizzata dalle due classi. Tornato a Milano egli applica il frutto di tali osservazioni alla lingua quotidiana dei personaggi del suo romanzo, giunge a rivederlo integralmente, pubblicandolo definitivamente nel 1840, rinnovato nella lingua e nello spirito, e chissà quanti altri lenzuoli avrà dovuto lavare prima di allora…

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