D’in su i veroni del paterno ostello…

La confidenza che presto nacque tra la Teresa conosciuta a Pisa e Leopardi ha fatto pensare talvolta che fosse lei la musa ispiratrice di quei famosi versi. Ma così non è, e la discrezione di quella giovane premurosa costituì soltanto lo spunto per una ripresa della vena poetica tutta incentrata sulla poetica della rimembranza, del ricordo più intimo.

Insomma, una presenza piacevole, ma anche una figura idealizzata, una sorta di unione virtuale tra lei stessa, la Teresa pisana e Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi a Recanati… anche perché c’è un indizio certo a guidarci in questa direzione, e cioè la quasi perfetta identità tra il paesaggio descritto nella lettera iniziale alla sorella Paolina e quello di Recanati, già presente nei primi idilli.

Recanati, appunto. E a Recanati è stata da poco restaurata proprio la casa di Silvia, la dimora della famiglia Fattorini, posta al centro della Piazza dove si consumava il famoso Sabato del villaggio.

Tre piccole stanze, arredate da brocche, secchielli, pentole, fiaschi, un letto, e diverse lampade a olio… ma soprattutto una meritoria opera finanziata dalla famiglia del poeta, che offre uno splendido esempio di rinascita proprio all’indomani dell’ultimo sisma che ha colpito le Marche.

E la stanza di Silvia guarda diritta al balcone da cui Leopardi rubava al creato preziosi momenti di pausa nel corso delle sue lunghe ore di studio, riuscendo a nutrirsi della presenza pur lontana e impalpabile di Teresa Fattorini:

Io, gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Dunque, il telaio, sorta di colonna sonora di silenziosi e malinconici pomeriggi di studio… ma passeggiando per Recanati si scopre anche che dalla parte opposta rispetto alla casa di Silvia si trova la cosiddetta casa di Nerina, ossia la dimora di Maria Belardinelli, vero grande amore della fanciullezza leopardiana, tessitrice per professione e morta anch’essa di tisi prima che l’inverno ricoprisse la città con la sua coltre di muta indifferenza… insomma, più si leggono quei versi indimenticabili, più dietro il nome di Silvia si sovrappongono più figure, perse tra le nebbie spesse della poetica della rimembranza… e l’incanto ogni volta si rigenera più intenso…

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