La marea degli invisibili.

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Giovanni Verga, pensando al suo progetto narrativo, diceva di avere in mente un lavoro che gli pareva bello e grande, una specie di metafora della lotta della vita che si estendeva a tutte le classi sociali e ne rappresentava tutte le forme d’ambizione, o semplicemente di ricerca del profitto, quale esso fosse.

Già… chissà perché ieri mi sono tornate alla mente queste parole…

Era appena passata a trovare i suoi vecchi prof Laura, taglio fresco di parrucchiere, sguardo sfrontato e dopo soli tre mesi di non scuola tante, tante esperienze da raccontare… così almeno mi hanno riferito i colleghi… fidanzamento, lavoro, superamento della selezione per medicina…

Insomma, ho pensato, Laura ce l’ha fatta, e forse non avevo mai avuto dubbi su questo, però…

Però, d’un tratto, chissà perché, mi sono venuti nuovamente alla mente tutti i miei invisibili, quasi come appunto in un’invisibile appello che me li faceva sfilare magicamente uno per uno davanti ai miei occhi in un’immaginaria passerella, e mi sono accorto che non c’erano più…

 

Il brano s’intitola La marea, e richiama alla mente quel movimento naturale delle onde che sospinge avanti, quasi oltrepassando la volontà dei singoli, i disegni a volte avventati degli uomini… un brano volutamente allegorico, ma chissà perché (e sono tre…) perfetto per rappresentare l’energia a volte confusa dei ragazzi che spesso produce piccoli fallimenti, ma che, a volte, sorprende, come nel caso di Laura…

Laura, proprio lei, che pareva la più dimessa delle mie alunne, e non solo delle femmine… L’ho ricordata, quasi con un leggero senso di rimpianto, e mi sono girato… lei non c’era, era già andata via senza nemmeno salutarmi, e non c’era nessun altro a confermare le mie teorie, perché nessun altro mi era più venuto a trovare (insomma, è normale, mi sono detto, questo è il destino di noi docenti), e allora mi sono ricordato dell’altro passo di quel brano di Verga che ormai conosco quasi a memoria… quando lo scrittore siciliano ammette… sì, insomma, addirittura lui, il più pessimista e inetto dei nostri scrittori, che in fondo il suo desiderio più grande sarebbe stato quello di fornire un repertorio di figure dove il lettore potesse cogliere il lato più drammatico di ogni carattere, colto magari proprio nello sforzo di puntare a quel successo a cui in fondo ogni uomo punta per naturale predisposizione… e allora sono sceso in aula professori, ho aperto il mio cassetto, ho sfogliato il mio libro e l’ho subito chiuso.

Avevo trovato la risposta, e questa risposta aveva un nome, anzi tre… Michael… Marcello… Gloria… tre, tutti presenti, una classe dietro, e tutti ancora bisognosi della mia presenza, ora, e forse non più, una volta che si fossero diplomati…

Ma questo era ormai un altro discorso.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. EnzoRasi ha detto:

    Hai scritto qualcosa di formidabile è vero. Capita raramente che l’anima pur confusa trabocchi nel nero su bianco senza nessuna sbavatura.

    1. vincenzosoddu ha detto:

      Grazie, caro Enzo. Mi è costato, è vero, ma è necessario registrare anche le ferite.

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