Il lato oscuro della luna.

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La prima volta fu il 20 luglio del 1969. Non avevo ancora sette anni, il Remigino da qualche parte, il cestino di vimini con il gavettino dell’asilo da qualche altra, pochi ricordi, di volti di suore soprattutto, due, Suor Luigia e Suor Enrichetta, la prima solare, la seconda robusta, svogliata e poco altro… L’allunaggio… se ne parlava da tempo, almeno credo, e comunque quel dettaglio tecnico fu più importante di quello che fu poi il vero, unico momento poetico dell’impresa, e cioè la passeggiata lunare di Armstrong e Aldrin, quasi l’uomo sentisse la necessità di ribadire una superiorità più che un contatto. Era un mondo che lottava contro le incertezze dei cambiamenti sociali, dettati dalle tante rivolte sociali, e anelava, quasi, un nitido momento di prestigio, di celebrazione unitaria che cancellasse ogni disagio. La cura con cui mio padre aveva organizzato la serata me lo conferma ancora oggi. A quel tempo non avevamo ancora la Tv, per cui, all’ora stabilita, ci trovammo tutti e tre al bar di Paride, nei nostri tre posti prenotati da tempo, almeno credo, sicuri di assistere a qualcosa di rivoluzionario… in breve, però, fummo catapultati all’interno di un confuso baraccone, messo su da giorni attorno a quell’evento… Tito Stagno che giurava che Armstrong avesse già toccato, Ruggero Orlando che lo riprendeva, urlando che mancavano ancora dieci metri, e mentre i due ingaggiavano una storica rissa verbale già la luna aveva perso tutto il suo fascino poetico, lasciando il posto al prosaico primato del primo annuncio… la letteratura aveva abdicato alla cronaca.

La luna tornò alla ribalta sei settimane dopo, con una canzone di David Bowie che in America era uscita prima dello sbarco, a dimostrazione del fatto che anche da loro il nostro unico satellite aveva già creato un discreto business… ma questo l’ho scoperto, appunto, molto tempo dopo. In quei giorni era mia madre a suonare quella canzone tante volte da farmela entrare prepotentemente nella memoria… È il primo ricordo veramente nitido. Quarantotto anni fa. Avevo i calzoni corti dei Remigini e correvo dietro a mio padre sulla superficie dura dell’attico. L’umidità della sera ci costringeva a rientrare. Mia madre ascoltava questa canzone alla radio. Preparava la cena in anticipo, perché il giorno dopo sarei tornato a scuola, in seconda elementare… «…il pianeta Terra è triste, e non c’è niente che io possa fare…», faceva quella canzone, stranamente orecchiabile. La luna, quella vera, ci guardava, per niente preoccupata da quell’uomo che cantava frasi così belle, per niente svalutata dal fatto che l’uomo, un altro, anzi due, l’avessero violata per sempre…

 

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