La magia dei maccarruni.

 

Eravamo sazi. Ma c’era ancora l’ostacolo più grande da superare, un insormontabile Everest per superare il quale l’esperienza rischiava di non bastare.

Passarono altri mesi, in cui ci specializzammo in paste secche e arrosti perfetti, intere settimane sacrificate a brasati e soffritti, e studi e prove snervanti, prima dell’ultima sfida, quella più difficile, la sfida dei maccarruni al ragù… i maccarruni, sì, i maccarruni… quelli che mia madre serviva la domenica dopo che per tutto il sabato aveva preparato la pasta.

Ci eravamo studiati gli ingredienti come due scolaretti, fino a impararli a memoria… 500 g di farina di semola, 2 uova… e poi, per il ragù, 150 g di carne di maiale tritata, 150 g di spezzatino di carne di maiale, 1 dl di vino rosso, 2-3 cucchiai di concentrato di pomodoro, 2 cipolle, 1 foglia d’alloro, semi di finocchio, ricotta salata secca grattugiata, 1 dl circa di olio, sale e pepe.

Ricordo ancora quel sabato… Cadeva di Natale, appunto. Avevo dato da pochi giorni il primo esame all’Università e desideravo soltanto festeggiare.

Mentre su tutte le Stazioni Radio impazzava l’intero album degli Abba, noi preparavamo la pasta sul piano di lavoro, la farina a fontana, al centro le uova sgusciate e l’acqua necessaria per ottenere un impasto non troppo morbido. Con una sicurezza ormai collaudata, prendevamo piccole porzioni di pasta alla volta e ne ottenevamo dei sottili rotolini, li tagliavamo a pezzetti lunghi circa tre centimetri e, a uno a uno, li infilzavamo su un ferro da calza, assottigliandoli fino a raggiungere la lunghezza di sette-otto centimetri. Sfilavamo il ferro e adagiavamo il maccherone su un telo da cucina leggermente infarinato, e così di seguito fino all’ultimo… Quella notte andammo a dormire in uno stato di rapimento estatico.

La domenica ci alzammo presto e ci precipitammo in cucina. Io seguivo mio padre come un discepolo il suo nuovo maestro.

Preparavamo il ragù a occhi chiusi, in una casseruola, scaldavamo l’olio, insaporendo per 5 minuti sia la carne tritata sia lo spezzatino, aggiungevamo le cipolle tagliate a fettine sottili, l’alloro e i semi di finocchio, facevamo colorire il tutto, spruzzando il vino, lasciandolo evaporare e versando nel recipiente il concentrato diluito in poca acqua calda, e intanto non pensavamo ad altro. Salavamo, pepavamo e cuocevamo lentamente. Poi, quando vennero in superficie, lessammo i maccheroni in abbondante acqua salata, facendoli sgocciolare, condendoli con il ragù appena fatto e ricoprendoli con la ricotta grattugiata.

Ci sedemmo, esausti, ad ammirare quello spettacolo, quindi ci tuffammo nei maccarruni come Totò in Miseria e Nobiltà… eravamo felici, ridevamo come bambini, e, soddisfatti, uscimmo per andare da Delizia a strafogarci di babà. Ce lo meritavamo.

E così, mia madre era finalmente diventata una presenza serena, concreta, vicina. Era possibile pensare di essere nuovamente una famiglia. Un termine ora sussurrato, però, non corrotto dalla banalità del suo significato istituzionale. Improvvisamente, io e mio padre, eravamo come in simbiosi, senza accorgerci quasi delle necessità che ognuno costituiva per l’altro: eravamo un unico, curioso viaggiatore, un giocatore entusiasta, una ricca persona che aveva bisogno soltanto di uno sguardo veloce dell’altro per riconoscersi nelle sue più svariate richieste. Era accaduto quello che mai avremmo potuto immaginare: dal momento in cui eravamo rimasti soli, da quel momento che sembrava aver spento per sempre tutte le nostre gioie, proprio quando tutto ormai sembrava perduto, si era creata, lentamente, come per incanto, un’altra unione, ancora più forte, forse più disperata, di sicuro più tenace…

Spesso esternavamo i nostri sentimenti lungo interminabili passeggiate, che finivano, immancabilmente, tutte in Via Roma. Camminavamo in silenzio, io e lui, spesso a Natale, lungo gli imponenti argini del porto. A Capodanno, poi, attendevamo lo scoppio dei primi petardi, temerariamente, prima di rivolgerci verso casa, a passi lenti, come in un gesto di placida sfida nei confronti del mondo esterno. La notte. La notte della ragione. Diversa dal sonno della ragione, piuttosto uno stato di consapevole stupore… E nel buio di quella notte mio padre rivedeva, come in un film, tutto il suo passato, dagli anni del liceo a quelli dell’università, dalla guerra al suo arrivo nel 1950 a Cagliari… le ragazze del Varietà dell’Arena Giardini o le maschere del cinema Eden con cui soffocava la triste solitudine che regnava nella sua camera di eterno scapolo… Io ascoltavo sempre con rinnovato stupore, perché da quando ero bambino erano stati proprio quei racconti a saldare la distanza con la realtà che a volte sentivo infinita. Giunti a casa, anche quella notte volava via come le altre, nel sacrale perpetuarsi di quei riti a cui ormai non potevamo più sottrarci, quand’anche l’avessimo voluto… Io osservavo lui, entusiasta nei preparativi del cenone, felice di particolari che altri avrebbero detto normali, afferravo una bottiglia di spumante, e correvo nell’attico a farne saltare il tappo, quasi a cancellare il groppo alla gola che mi si stava formando per la felicità… Famiglia… questo eravamo diventati. E quel giorno i maccarruni al ragù avevano compiuto il miracolo. Forse, per sempre.

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