Libri. Registro di classe, di Sandro Onofri.

 

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Parecchi miei alunni (ma credo che sia un fatto abbastanza generalizzato) considerano la scrittura come una galera seicentesca, e la lingua che convenzionalmente si usa è la classica palla al piede che fa muovere a fatica, impedisce salti e velocità. Le regole che si devono rispettare nello scrivere sono le sbarre, io sono il secondino che non li fa respirare, e la “parlata naturale”, quella del conversare quotidiano, è invece il cielo azzurro che splende lontano là fuori dalla cella. Le regole ortografiche soprattutto sono le meno digerite, da sempre, perché vengono avvertite come puri e semplici arbitri, visto che l’errore non arriva mai a condizionare la comprensione: se scrivo “Immaginazione”, oppure “immagginazione”, sempre quello è! Ma anche tutto il resto risulta impacciato, inadeguato come un vestito dalla taglia sbagliata: i periodi sono troppo lunghi, pieni di subordinate che si aggrovigliano e non se ne esce più, le scelte lessicali o sono sempre le stesse oppure sono fuori luogo. I ragazzi stanno nella lingua scritta come in un paio di scarpe troppo grosso: camminano in modo innaturale, smettono di usare il passato prossimo, che pure è frequente nel nostro parlato, e usano più passati remoti di quanti se ne trovino nei testi di Amedeo Minghi. Insomma, sono imbranati.

Così, per farli sentire di più a casa loro e non in cella, in definitiva per fargli scoprire che ci si può divertire anche con una penna in mano, ogni tanto decido di aprire i cancelli e li lascio liberi di scrivere senza regole, così come si sentono, con una traccia molto labile, e con una lingua il più possibile vicina a quella che usano parlando. Anche in dialetto, se ne hanno bisogno. I risultati, in questi casi, sono spesso interessanti, e qualche volta sorprendenti, perché accade che i più somari se ne escano con testi originali e pieni di invenzioni. Un paio di settimane fa, per esempio, una ragazza con la quale litigo tutti i giorni per questi motivi da due anni, mi ha presentato un racconto nel quale descriveva la sua vita familiare: una paratassi ossessiva, soffocante, quasi interamente giocata su frasi normali, calibrando la posizione delle parole per privilegiare il ritmo. Un pezzo davvero notevole. E non è stata l’unica. C’è qualcosa di prerazionale, nei testi concepiti in quel modo, li rende unici, e anche divertenti per me che mi trovo a leggerli. È lì che, oltretutto, mi aggiorno su certi modi di dire del gergo giovanile, sempre in evoluzione, anche se in modi diversi a seconda delle realtà geografiche. E così, in quegli elaborati, trovano cittadinanza espressioni come “M’hai flesciato” (“Mi hai colpito al primo sguardo”), “Se beccàmo” (“Ci incontriamo”), oppure “Hai imbruttito” (“Sei diventato brutto dalla rabbia”). Insomma, non so se riesco a farli uscire dalle celle, ma almeno concedo di ammobiliarsele a modo loro. E qualche volta, li vedo, ci si affezionano.

 

E’ all’alba del Terzo millennio che compare a scuola un concetto nuovo, l’empatia tra insegnante e studente, figlio di nuove misure compensative di disagi sempre più frequenti nella società postindustriale e postsessantottesca.

E’ Sandro Onofri a introdurla, dopo le ciniche, spesso autoreferenziali anche se divertenti sbornie letterarie dei romanzi di Starnone, e subito conquista la sensibilità di uno sconfinato stuolo di docenti di lettere, forse perché lo scrittore è insegnante di lettere anche lui in un liceo di periferia, oltre che sensibile romanziere e sfortunato uomo.

Proprio un anno prima della sua scomparsa, infatti, Sandro Onofri aveva iniziato la stesura di un diario scolastico, pubblicato poi nel 2000 dopo la sua morte.

In esso Onofri si arrovella in continuazione nel tentativo di comprendere i suoi studenti, di lanciare loro appropriati salvagenti culturali, e, come accade anche ai bene intenzionati, a volte è compreso e seguito, altre volte no. Ma i ragazzi hanno sempre salutari riserve di immaginazione, e in qualche modo alla fine riescono a stupirlo, nonostante assistano freddamente a una proiezione sulla quale l’insegnante aveva riversato molte aspettative, e invece si lascino contagiare dall’appiattimento degli shows televisivi. Magari entusiasmandosi nella scoperta del Pinocchio di Collodi, oppure apprezzando oltre le più rosee previsioni Se questo è un uomo di Primo Levi e Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami.

Registro di classe è il diario di un insegnante che s’interroga di continuo sul proprio compito di educatore, che si chiede cosa possa mai cambiare anche un solo professore dotato di buona volontà. Forse poco, ma sempre più di quanto possa fare un solo freddo libro di testo.

 

All’uscita del libro, Giulio Ferroni scrive sul Corriere della sera parole che restituiscono definitivamente alla figura dell’insegnante quella dignità che gli era sempre stata negata.

Il merito è tutto dello scrittore di questo libro esile ma intenso come pochi.

Leggere questo libro fa comprendere che stare dentro la scuola è forse oggi uno dei modi più essenziali e autentici di essere intellettuale, di collocarsi nelle pieghe più segrete del presente, di curarsi per il futuro, per ciò che i giovani diventeranno, per la qualità della vita che si troveranno ad affrontare. Onofri fa capire che la scuola, con tutte le sue falle, può essere ancora un luogo di contraddizione, di resistenza all’apatia, all’indifferenza e alla volgarità del consumismo diffuso: che le sue funzioni umili, la sua cultura spesso incongrua con gli obblighi dell’attualità possono rappresentare addirittura «un regno di libertà e di felicità». Si sente davvero la mancanza di scrittori e professori come lui.

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