Libri. Ex cattedra, di Domenico Starnone.

E’ nelle opere di Domenico Starnone che si tocca definitivamente con mano la consapevolezza della precarietà dei modelli della scuola tradizionale. Un processo che comprende, al tempo stesso, sia gli alunni che gli insegnanti. In questo diario dell’anno scolastico 1985-86, assistiamo, infatti (insieme alle consuete stramberie adolescenziali e alle crisi di coscienza di docenti arrivati al capolinea della propria onorata carriera professionale), soprattutto alla celebrazione ironica del funerale dell’istruzione di massa, finita, tra riti collettivi e parole d’ordine, in un calderone che a fatica la distingue dalla caotica società di cui ormai è intrisa.

 

Ora vago per i corridoi, in una scuola che sta tra la sezione staccata del tribunale dell’Inquisizione e un lazzaretto nel pieno della pestilenza. Nelle classi c’è poca gente. La gran parte degli studenti o si sta appiccicando nozioni nei cessi o si sta facendo interrogare fuori orario, una domandina veloce in un’altra classe, in sala professori, in biblioteca. Molti invece si aggirano con gli occhi rossi lanciando bestemmie e non c’è giorno che non si veda qualche studentessa distesa su due banchi priva di sensi, mentre l’amica del cuore strilla: “aria, aria!” E il preside arriva gridando: “chiamate l’insegnante di educazione fisica”, una categoria che lui considera piena di medici e taumaturghi, visto che sa un po’ d’anatomia.

 

Grazie alla penna grottesca di Starnone, si viene catapultati in un caotico girone dove la generale perdita di autostima professionale crea, come in un gioco di folle sopravvivenza, un curioso processo empatico che accomuna docenti e studenti.

In corridoio mi sono imbattuto negli allievi Di Marco, Cardinale e Timballo, che appena mi hanno visto hanno gridato agli altri della 4 E, fermi in capannelli davanti all’ingresso dell’aula: “Arriva! Ha il registro” e hanno cominciato un oooooh gutturale arretrando e intanto barcollando tra orribili lamenti, come se ogni spirito vitale stesse per abbandonarli.  Allora io ho teso nella loro direzione il registro al modo di un crocifisso e ho seguitato ad avanzare con decisione, mentre Di Marco si proteggeva il viso con un braccio e Cardinale faceva no no e Timballo si copriva gli occhi col lembo della giacca, tremando in tutto il corpo e vibrando orribili suoni; fino a che non li ho ricacciati tutt’e tre nel fondo dell’aula, maledetti vampiri e morti viventi, sibilando, mentre Timballo si torceva in agonia supplicando: il crocifisso no, il martello no, il paletto acuminato no: pietà!

Solo con gli ultimi della classe si può giocare così. Con i primi no.

 

A partire dal diario scolastico di Ex cattedra, proseguendo con la raccolta di racconti in Fuori registro, e con il campionario di appunti in Solo se interrogato, Starnone costruisce un poema della scuola contemporanea in cui, sotto gli occhi del lettore, sfila una galleria di personaggi ostinatamente disponibili a ripetere tic e manie, a manifestare peculiari e spersonalizzanti forme di nevrosi, e che l’autore provvede a far interagire componendo quadri di varia umanità sui quali si appunta ora un riso caustico e corrosivo, ora un’ironia leggera e compassionevole.

E’ la scuola stessa che, magicamente, diventa letteratura.

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