Libri. Il Maestro di Vigevano, di Lucio Mastronardi.

Il maestro è un mi… E’ un mi…», il maestro chiama gli alunni a completare la frase. «Il maestro è un mi… E’ un mi…» . «E’ un missile!», rispondono i ragazzi in coro, con la loro ingenua sfrontatezza. E il maestro strabuzza gli occhi: «E’ un missionario! E’ un missionario!».

 

Con Il Maestro di Vigevano, di Lucio Mastronardi, la prospettiva punta improvvisamente sulla cattedra. E dalla parte di chi siede dietro, con sempre maggior imbarazzo, non soltanto per le evidenti difficoltà pedagogiche.

La scuola di massa, accanto all’esercito di ragazzi invisibili agli occhi della società, aveva prodotto, infatti, per la prima volta un altro esercito, più esiguo, ma non meno dilaniato dalla frustrazione, quello di migliaia di insegnanti, sottopagati, umiliati e invisibili anch’essi già da allora nella considerazione sociale dell’opinione pubblica.

Mastronardi, personaggio già di per sé irregolare, fu insegnante ribelle, e racconta molto bene in questo romanzo, giustamente definito i Malavoglia di Vigevano, gli inutili tentativi del protagonista di riscattarsi ottenendo un adeguamento stipendiale che ne elimini la frustrazione, e la scelta, in realtà voluta dalla moglie, di lasciare la scuola e darsi al commercio di scarpe proprio negli anni del boom economico. Sarà un fallimento, e la scuola al termine gli apparirà più che mai, oltre ogni possibile risarcimento, il vero nucleo della propria missione nella vita.

Un romanzo riuscito nella ricostruzione delle basse cattiverie di un’Italietta che vede nel progresso economico il vertice della propria esistenza, ben raffigurata nella moglie, ma anche nei colleghi del maestro, che con la loro invidia ne decretano definitivamente il fallimento. Un romanzo dove la scuola forse ha un ruolo marginale dal punto di vista strutturale, ma fondamentale da quello tematico, sottolineato dalla conclusione, dove appare l’unica ancora di salvezza.

Anche la trasposizione cinematografica diretta da Petri fu riuscita, grazie anche alla verve grottesca del protagonista, Alberto Sordi, tanto che all’uscita nelle sale il Provveditore agli Studi di Pavia ne vietò le riprese all’interno delle scuole. Segno che Mastronardi aveva per la prima volta toccato un nervo scoperto della società italiana, quello dell’emarginazione della classe docente.

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