Libri. Le parrocchie di Regalpetra, di Leonardo Sciascia.

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Può esistere una scuola di massa che sia allo stesso tempo di qualità? A ben vedere l’ossimoro è soltanto apparente, e la risposta è ovviamente sì, a patto naturalmente che i finanziamenti elargiti dallo Stato siano proporzionali al numero di alunni che formano la base di un sistema, quello scolastico, che ha loro come unico riferimento. Altrimenti si trasforma in una scuola ghetto. Ce lo dimostra un capolavoro letterario di oltre sessant’anni fa ma che, a rileggerlo, mostra tutti i segni di un’allarmante attualità.

Nel 1954, per la prima volta, un maestro, uno scrittore si chiede quanto peso possa avere il diario di un anno scolastico nella costruzione dell’analisi della comunità in cui insegnante e alunni vivono.

Nasce così Le parrocchie di Regalpetra, primo libro importante di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1956, e primo nucleo della storia del paese natio di Sciascia, Racalmuto, nel quale sono ravvisabili le condizioni di qualsiasi altro paese dell’isola, il peso della storia passata e le carenze del presente, ma che tanti spunti offrirà alla produzione posteriore dell’artista.

Non amo la scuola; e mi disgustano coloro che, standone fuori, esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro. Non nego però che in altri luoghi e in diverse condizioni un pò di soddisfazione potrei cavarla da questo mestiere d’insegnare. Qui, in un remoto paese della Sicilia, entro nell’aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie. Trenta ragazzi che non possono star fermi, che chiedono la correzion manuale che i regolamenti proibiscono; e mi portano allegri il bastoncino di mandorlo perché me ne serva sulle loro spalle; e vengono anche le mamme a raccomandarmi che li raddrizzi a botte, i loro figli – son legni storti, il timore ci vuole. Il timore sarebbe l’uso incondizionato del bastone. Qui dicono – benedette le mani – di un maestro che spezzava il pane della scienza con l’ausilio di una verga a nodi e aveva un particolare modo, alto e robusto com’era, di prendere i ragazzi per le orecchie e sollevarli – e ad uno è venuta l’orecchia destra quanto una pala di ficodindia, si è fatto uomo con quell’orecchia, è andato poi in America a far fortuna. Trenta ragazzi che si annoiano, spezzano le lamette da barba per lungo, le piantano nel legno del banco per mezzo centimetro e le pizzicano come chitarre; si scambiano oscenità che ormai mi tocca far finta di non sentire – tua sorella, tua madre; bestemmiano sputano fanno conigli dai fogli del quaderno, conigli che muovono le lunghe orecchie, un tremito che finisce in una pallottola di carta al mio improvviso richiamo. E barche fanno, cappellucci, o colorano le vignette dei libri adoperando il rosso e il giallo selvaggiamente, fino a strappare la pagina. Si annoiano, poveretti. Altro che favole grammatica le città del mondo e quel che produce la Sicilia: alla refezione pensano, appena il bidello suonerà il campanello scapperanno fuori a prendere la ciotola di alluminio, fagioli brodosi con rari occhi di margarina, la scaglia del corned beef, il listello di marmellata che involtano nel foglio degli esercizi e poi vanno leccando per strada, marmellata e inchiostro.

Nella registrazione della vita di questi trenta ragazzi irrequieti, demotivati e distratti Sciascia vede già allora la registrazione del fallimento di una scuola di massa che non può attirare le masse, proprio perché popolata da ragazzi vestiti con stracci che sgomitano a mensa soltanto per assicurarsi un pasto. Come possono questi bambini vedere nella scuola una via di riscatto e di emancipazione? Lui stesso confessa di non crederci, ed è costretto ad ammettere che quegli stessi bambini non hanno più fiducia nella società e tanto meno nella scuola, e ormai hanno perso anche la speranza.

Certo, si parla di un’Italia ancora in procinto di essere investita dal boom economico, e soprattutto relegata nelle pieghe più povere di uno stivale già di per sé logoro, ma quello indicato da Sciascia è il campanello d’allarme di un modello di scuola già in crisi per la mancanza d’investimenti, materiali e morali, da parte di uno Stato nella sostanza assente.

 

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