Il più bel racconto sulla scuola. Dentro, di Sandro Bonvissuto.

Un capolavoro che contiene il più bel racconto sulla scuola che abbia mai letto.

Tre racconti, in realtà. Un libro. Un percorso. Una storia al contrario, a ritroso nella vita di un individuo, dalla drammatica sorte della maturità alle prime esperienze dell’infanzia. Nella lettura non ci sono regole. Si può leggere diligentemente un libro dall’inizio alla fine, si può interromperne la lettura appena s’incontra una descrizione che si avvolge noiosamente su se stessa, si può leggerne per gusto un brano a caso, si può rileggerlo, se ti è piaciuto, per intero. Ecco. Dentro è il primo libro che ho letto da quando ho aperto il blog. È il primo libro che ho recensito. Ed è il libro che forse ha più cambiato i miei gusti di scrittore. Per la sua struttura originale, soprattutto. Tre racconti, legati flebilmente tra loro, alla vicenda di un uomo, a dichiarare un unico pensiero profondo: la prigionia dei sentimenti e il loro percorso verso il disvelamento. Dentro un carcere, una scuola, da cui si esce soltanto grazie all’alchimia stabilita con il compagno di banco, nelle pieghe del mistero del rapporto padre-figlio. L’ha scritto Sandro, Sandro Bonvissuto, che è un mio amico, prima ancora di essere un grande scrittore. Sandro finora ha scritto grandi racconti, dal sapore quasi filosofico, la maggior parte dei quali ispirati dalla sua infanzia, perché, come dice lui, il fine è dire il massimo col minimo delle parole. Tra questi fanno eccezione, appunto,  Il mio compagno di banco e Il giardino delle arance amare che, nell’edizione di Dentro del 2012, occupa quasi l’intero spazio del libro, 100 pagine, un romanzo da solo.

Il mio compagno di banco è, invece, come dicevamo, un racconto sulla scuola, ma di una scuola vissuta dentro di noi, come una tappa della maturazione della coscienza che prima o poi dobbiamo esibire al mondo. Un racconto sul primo giorno  di scuola. Un racconto attorno a cui ruotano altri tre racconti. Fuori, dentro e fuori la scuola, dentro il carcere.

Il primo giorno di scuola arriva proprio all’indomani della fine dell’epopea del cortile, segno di un ciclo che segna il superamento dell’infanzia e l’affacciarsi della maturità.
E il destino è scritto su un foglio attaccato col nastro adesivo al vetro della bacheca vicino all’entrata della scuola, perchè l’assegnazione della classe, a ben pensarci, è proprio una bella responsabilità che si prende il destino nei tuoi confronti, o il Ministero, o chi per lui…
Classe… banco… compagno di banco… ecco, quello in realtà è frutto del caso, alla fine di una corsa caotica, interrotta soltanto dall’ordine impartito da un professore, proprio quando stai per essere assalito dal panico per il fatto che non conosci nessuno… e d’incanto ti ritrovi con uno sconosciuto che probabilmente ti farà compagnia per cinque anni in un banco inspiegabilmente studiato per due… il caso, l’insondabilità di un mistero, dapprima opprimente, subito dopo piacevole, perchè l’intesa, tra due sconosciuti, può nascere anche dalla comune consapevolezza del non saper nulla… e il non saper nulla suggella, come in un patto d’acciaio, un’amicizia fatta di assolute condivisioni, come se il destino, fecendo sedere assieme due persone su uno stesso banco, poi debba giustificare la necessità di muoversi, giocare, cambiare classe, sempre e soltanto assieme.
È la nascita di un noi, di un’amicizia che niente più può separare e che la scuola ha creato, a dispetto di quel principio di merito che ne è alla base e che minaccia continuamente la solidità di un rapporto che invece niente ha di razionale…

 

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