Un rassicurante rumore di fondo.

 

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Sul tavolino le birre erano allineate perfettamente, quasi si trattasse di un rito propiziatorio.

“Come stai, ora, Vittorio?”

“Meglio, Nino, meglio. Sai, stavo riflettendo. Ti ricordi quella sera di trent’anni fa in cui uscimmo insieme io, Sara, tu e quella ragazza francese che ti faceva il filo? Come si chiamava? Ah, sì, Michelle!”

“Sì”, rispose Nino, improvvisamente turbato per quei ricordi lontani che ancora lo coinvolgevano.

“Quella sera tu facesti di tutto per far colpo su Sara e lei se ne accorse. Beh, la mattina seguente lei mi disse che aveva trovato il tuo comportamento scorretto, soprattutto nei confronti di Michelle, e un minuto dopo mi diede il primo bacio; ci fidanzammo, ma io ho sempre creduto che lei fosse, in fondo al suo cuore, sempre stata innamorata di te, e non avesse mai voluto ammetterlo”.

“Come fai a pensare una cosa simile, Vittorio, dopo trent’anni di convivenza con una donna come Sara? Lei ti amava”.

“Proprio per questo, Nino. Queste cose si capiscono soltanto nel corso di un matrimonio”.

Nino abbassò involontariamente lo sguardo. Per un attimo ripensò alla sua, di donna, che aveva perso, e soltanto per colpa sua. Quasi un cliché, quello della moglie trascurata d’un giornalista, eppure lui non vi aveva dato il minimo peso, fino all’inevitabile finale.

Vittorio si riavviò nervosamente i capelli.

“Ti senti bene?”, disse Nino.

“Sì, c’è soltanto un po’ di caldo”.

“Beh, ora quindi sarà peggio”.

Il cameriere era appena arrivato con due piatti fumanti di fregola e arselle e sopra la loro testa si giocava una partita che era già stata definita decisiva per il Campionato. La gente attorno urlava apparentemente contro di loro.

Vittorio afferrò un bicchiere d’acqua e lo bevve tutto d’un sorso, avidamente.

“Cosa ti devo dire, Nino? Ormai è finita. Sopravvivo. Dopo la morte di Sara ho anche ricominciato a bere, e non passa giorno in cui non lotti con me stesso per evitare di riprendere un boccale in mano. Perdendo sempre, naturalmente”.

Nino sembrò sinceramente colpito.

“Mi dispiace, Vittorio, mi dispiace di non esserti stato veramente vicino… sai, a volte si creano situazioni nelle quali non sai come comportarti, come agire, come dire qualcosa. E allora finisci per non dirlo, per sospendere tutto, rimane il silenzio che ha un suo peso specifico, ma magari non aiuta. Ecco, ora vorrei colmare quella mancanza di comunicazione che c’è stata tra di noi, quella lunga parentesi senza parole. Potremmo ripartire da quello che ci sarebbe piaciuto dirci e che per pudore non abbiamo mai fatto. Il dolore ha un rumore di fondo che a volte gli altri non sentono. Ecco, ripartiamo da Sara…”

“Grazie Nino, ma per me è tutto in salita”.

“Capisco, bisogna riavvolgere il filo della vita e provare a ripartire”.

“Già. Lei era la tranquillità, Sara era la possibilità di esistere. Era il punto di partenza e quello di arrivo. Ormai era un amore condensato nelle piccole cose. La passione era finita, non era più un fiume travolgente, ma era diventata, nel tempo, acqua ferma e cristallina: un lago dove era bello specchiarsi ed era sicuro viaggiare. Ecco, di lei mi manca la sicurezza che era capace di comunicare”.

“Sarà difficile sostituire Sara e sarà difficile dimenticare ma, se può servire a qualcosa, sappi che io ci sono. Nel senso che puoi anche telefonarmi alle tre di notte per il semplice gusto di mandarmi a quel paese”.

Lo aveva detto con la speranza di consolare l’amico, con la segreta voglia di superare quel momento e riuscire a continuare a discutere d’altro. Capiva che era davvero difficile, riteneva però fosse l’unico modo per non acuire la tristezza di Vittorio.

La partita era finita, la gente sfollava, e loro si guardarono intorno, quasi mancasse, ora, quel rassicurante rumore di fondo.

Improvvisamente, non avevano più niente da dirsi, ma serenamente, come due vecchi amici, felici soltanto della loro ritrovata compagnia. La città brillava di luce riflessa in quella magnifica giornata di inizio autunno. Attorno, le nuvole del pomeriggio avevano già lasciato il posto a un tiepido calore. Dappertutto era soltanto luce che abbagliava. Acre, viola, quasi diafana: gli irriducibili frequentatori del centro storico parevano dei manichini in quel cielo sfuggente.

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