Tous les Chemins mènent… Au pied de Cochon!

image

 

Durante l’ultimo anno che trascorsi a casa sua, mio padre faceva spesso capolino, di notte, nella mia camera.

Sapeva che a quell’ora, chiuse le tende e accesa la grande lampada della scrivania, mi immergevo nella lettura di uno dei tanti Simenon che ogni settimana, da qualche tempo, costituivano la mia insostituibile compagnia, in quelle ora d’obbligata solitudine, mentre l’adrenalina della lezione appena conclusa al Corso serale dei Geometri esauriva ancora il suo potente effetto.

La serialità raffinata dell’autore francese mi era parsa un toccasana in questo senso, nel cuore d’un cerimoniale che si rinnovava uguale a se stesso, ogni sera.

Quando gli occhi stavano per chiudersi, spiegavo un vecchio dépliant dell’hotel d’Albe, 1 rue de la Harpe, impregnato ancora del greve vapore del souvlàkia e del moussaka, tipico delle stradine di quel quartiere, e univo le atmosfere del romanzo con i ricordi più profondi.

Amavamo partire spesso, io e mio padre, per Parigi, una passione, quella per la capitale francese, che ci aveva sempre uniti, indissolubilmente.

St-Séverin.

Les vieilles brasseries.

Rue Galande.

La Cathédrale Notre Dame.

Tenue e potente come una cartolina, la chiesa madre, matrona, dal nome pleonastico, piatto e leggiadro come una vergine di Liala, ci appariva sempre maestosa oltre il fiume dei bouquinistes, il rosone che ci ruotava, tenace, tra i suoi raggi implacabili, ci stritolava tra i frammenti di marmo del suo trono regale.

Diable! Une bouteille de Bourgueil… Così implorava ogni volta mio padre all’ostessa, nella brasserie di fronte alla Senna.

Io ridevo, e gentilmente, nel mio francese maccheronico, tentavo di metter pace… Pardon!

Guardavo l’ostessa, ma pensavo alla città, a quella città che ci aveva rapito… Sii carina, continuavo in italiano, non vedi che papà deve divorare les six escargots, une demi-langouste grillé avec un bon Muscadet? Non avverti la douce France che dispensa lacrime ai nostri gioiosi rimpianti? Non ti accorgi della Madre Senna che ancheggia accanto a noi, sorridendo del grigio baffo impertinente del suo figlio più caro?

Lei rideva e così potevamo finalmente brindare a qualcosa che in realtà ci sfuggiva ma che ogni volta ci riappacificava con noi stessi… Attraversavamo i boulevards deserti con la stessa sfrontata andatura degli artisti e dimenticavamo ogni residuo pensiero.

Tous les Chemins mènent… Au pied de Cochon!

Io mi fermavo, e, rivolto a mio padre, declamavo scherzosamente, nel mio francese maccheronico, l’amore per la nostra città.

Finalmente respiriamo le curve rampanti di Saint-Eustache, rue Saint-Denis, scurrili covi du bon ton charme, papà… sogna pure cette noire très joie bébé coco… ici c’est Paris!

Tous les Chemins mènent… Tous les Chemins mènent…

Ora era la voce di mio padre che rompeva a fatica quell’impenetrabile incantesimo.

“Non riesco più a dormire”, faceva, spesso, vedendomi chino su quel vecchio dépliant.

“Già”, rispondevo io, scuotendo la testa.

“E come va con la scuola?”, mi chiedeva subito dopo, conscio delle difficoltà legate a quel lavoro che non avevo scelto e che forse non mi sarebbe mai veramente piaciuto…

“Bene, al Serale è così, un altro mondo… il ritmo lento delle lezioni, gli studenti attenti e affettuosi… le battute, le uscite… certo, c’è la difficoltà dell’orario, ma ci farò l’abitudine…”

Mio padre sorrideva, soddisfatto, e dopo avermi lasciato sul tavolo un piatto di spaghetti fumanti tornava a letto.

Era felice.

Ripeteva a se stesso quel mantra.

“Un altro mondo… ci farà l’abitudine…”

Spesso ci alzavamo, prima di coricarci, e ci fermavamo a osservare la chiesa pisana, sulla collina di Castello.

Dopo qualche minuto, all’orizzonte, entrambi eravamo certi di scorgere, oltre un fiume, un maestoso rosone che ci ruotava, tenace, tra i suoi raggi implacabili, ci stritolava tra i frammenti di marmo del suo trono regale.

Tous les Chemins mènent… Au pied de Cochon!

Annunci

One thought on “Tous les Chemins mènent… Au pied de Cochon!

  1. Parigi, Simenon, Padre. Una trinità oserei dire. Imperfetta e obliqua, terrena e reale.
    Il tuo post sembra un estratto molto breve di un libro dalle pagine ingiallite letto e riletto tante e tante volte.
    Vedo una scena davanti a me:

    Una mattina mi sveglio, sono corrucciato. È una giornata cupa che può essere smaltita solo da un giro in libreria.
    Salto i preliminari dello spostamento fisico (perchè mi annoia proprio uscire, non scrivere. Sia chiaro.) da casa al reparto romanzi e classici e vedo questo libro consunto, consumato. Porca miseria, non è in vendita, qualcuno deve averlo lasciato qui, o peggio dimenticato. Mi guardo intorno furtivo, nemmeno avessi davanti una valigetta stracolma di soldi, lo prendo e lo apro a caso. C’è un segnalibro fatto alla buona con uno strappo di cartone marrone e una breve dedica vi è incisa a caratteri corsivi, molto delicati: “Al mare ondoso che ha bagnato le spiagge aride e sepolte della mia vita”. Amore, amicizia, legame genitoriale o nulla? Sfoglio il libro, cominciando dall’inizio. Lo scrittore ci sa fare, il suo lessico è pieno, sa curvare i colori delle parole quando serve e riempie le frasi di una musica stranamente parigina, anche se non la si conosce. La nostalgia per me ha il colore dell’invecchiato, dell’antico. E il colore dell’antico hanno le strade descritte, le scene vissute, le emozioni provate. La nostalgia domina, dolce e non invadente. Ci sono tanti tipi di nostalgia, quella di ciò che ormai appartiene ad un passato irreversibile, quella legata alla lontananza di un luogo o di una persona, quella che riguarda noi stessi e che accarezza i confini molto sottili del rimpianto. Il libro dal titolo illeggibile (l’onere e l’onore chiaramente lo lascio all’autore) è pregno di nostalgia del passato. Non ha vergogna di mostrarsi, chi ne parla è pienamente in accordo con essa e appagato. Non sembra esserci l’irrisolto che genera contraddizione e contrasto. La nostalgia esiste perché esiste la fine, quale essa sia.

    Che strano, ero entrato in libreria per comprare un libro di Simenon. Mio padre ne ha la casa piena e ogni volta che me lo consiglia fa una strana smorfia con gli occhi. Quasi spaurita. C’è talmente tanto di irrisolto in Simenon che anche parlarne genera insicurezza, contraddizione. La consapevolezza che l’abisso è più profondo di quanto si pensi. Il primo di Georges che ho letto è “L’uomo che guardava passare i treni”. Kees Popinga, il protagonista, è tutta l’umanità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...