Il senso della terra.

 

chiaramonti-1899

Davanti a me, il cartello ormai indicava l’abitato di Montes, e, mentre ancora pensavo a mio padre e al terreno, invertii la marcia e scesi per una strada bianca che metteva paura. Il terreno stava giù, in una sorta di conca-anfiteatro ai piedi del paese. C’era anche una stradina e un agriturismo. Scavalcai il muretto di pietre a secco e salii per la ripida salita che portava a una specie di casupola dove erano presumibilmente conservati gli attrezzi da lavoro. Il terreno era vuoto di gente, e così mi divertii a indovinare i fantasmi del tempo che aleggiavano ancora tra i confini del podere. Sull’altro versante della collina c’erano i campi di grano.

Il padre di mio padre l’aveva odiato quel terreno, tra l’infanzia trascorsa a staccare covoni e l’adolescenza quasi del tutto rubata alla scuola, e l’aveva salutato con sdegno prima di partire per Torino ed entrare nel corpo delle Guardie Regie. Quando sei anni dopo, con lo scioglimento del corpo, era tornato a Montes con il figlio piccolo, nemmeno più ci passava, a dare un’occhiata al terreno, quando percorreva la strada che portava alla bottega che si era aperto in paese con i soldi del re. Quello ora era il regno di suo padre, mentre il terreno rimaneva al nonno, sempre più chino sulle zolle, senza mai fermarsi, per recuperare, con rabbia, anche il lavoro negatogli dal figlio.

Il padre del padre di mio padre era un contadino analfabeta. Marrare e trigu erano i suoi verbi più frequenti. Però a Nino era stato lui a insegnare la matematica. Alle medie, mentre marrava su trigu, nonno Giommaria lo stuzzicava con problemi di matematica finanziaria che nascevano dalla sua esperienza di lavoro…

«Se vendi 250 litri di vino a 50 lire l’uno quanto guadagni?», diceva, stuzzicando la naturale curiosità del nipote…

Scesi sul versante all’ombra. Eccole, le viti, non le avevano ancora sradicate. Attraversai il ruscello. Quando Nino portava le vacche all’abbeveraggio nonno Giommaria gli stava dietro interrogandogli le tabelline… Era un uomo previdente. Sapeva che il nipote sarebbe diventato Revisore. Poi Nino andò a Sassari, e quando tornava a casa nonno Giommaria lo mandava nuovamente a marrare o a evitare lo sconfinamento delle vacche. Lì Nino, tra un lavoretto e l’altro, si leggeva qualche pagina per il prossimo esame e nonno Giommaria sorrideva soddisfatto perché sentiva un po’ suo quel successo. Ai figli, ai nipoti, diceva sempre che non si regala mai niente… Aveva ragione. Io questo terreno l’ho regalato e ora mi sorgono devastanti sensi di colpa.

D’un tratto, da lontano, arrivò un uomo, che ora mi stringeva la mano…

«Giuseppe Piu… e tu chi sei?»

«Vincenzo», risposi, come se quel nome dovesse dirgli tutto…

Strinsi gli occhi. Immediatamente mi tornò alla memoria la giornata trascorsa l’anno prima in città, e per magia quel nome… Giuseppe Piu, l’allevatore che aveva comprato il terreno, mi stava davanti, e io ne riconoscevo i tratti da quando l’avevo visto per la prima volta nella casa in paese prendere nota degli incarichi affidatigli da mio padre…

«Come stai?», mi chiese, premuroso.

«Bene, ma perché non eri presente lo scorso anno dal notaio?»

«Dovevo lavorare, e poi…»

«E poi?»

«E poi, volevo che tu prendessi la decisione giusta per te…»

«Ma io credevo di aver preso la decisione sbagliata…»

«Come vedi, spesso bisogna lasciar fare alle cose…», soggiunse, sorridendo, e mi raccontò una storia…

Su quello stesso terreno, nel ‘48, mio padre aveva sfidato il latifondista del paese, capolista Dc, e pur perdendo le elezioni aveva ottenuto più voti di lui. Tra il lancio del guanto di sfida e il verdetto delle urne erano trascorsi accesi comizi, con la folla schierata sotto il palco, e mio padre che predicava la ripartizione delle terre, la privatizzazione dell’energia elettrica, l’aumento dei salari dei braccianti… e quando qualche anziana, incerta, gli chiedeva dove apporre la croce, lui le diceva di farlo sopra la falce e il martello, che così li avrebbe cancellati in un colpo solo… Poi erano arrivate le prediche dal pulpito, e la scomunica, ma quella era un’altra storia, anche perché mio padre, che cattolico lo era veramente, non aveva ceduto, e anzi ci era entrato spesso, in chiesa, che lui ci credeva davvero in quel miracolo dell’ostia che era fatta, diceva sempre, pure quella col grano dei braccianti… Così, il giorno dello spoglio, non era stata una sorpresa quel primato di voti di braccianti e piccoli proprietari che gli aveva permesso, comunque, di entrarci dalla porta principale, in Municipio…

Mi persi per un attimo in quei racconti, che erano stati i racconti che mio padre stesso mi rivolgeva per svelare il fascino del tempo, e mi accorsi che quell’uomo mi sorrideva ancora. Improvvisamente mi prometteva di mantenere il campo di grano e anche le viti. Mi chiamava figlio di mio padre, e finalmente capii. Lo abbracciai, e rivolsi la mia auto verso Cagliari, convinto finalmente di aver salvato, appena in tempo, forse senza volerlo, qualcosa di prezioso…

Oggi ho liquidato il saldo rimanente relativo alla pratica del terreno. Mi sono sentito improvvisamente più leggero, come se improvvisamente mio padre mi avesse dato una pacca sulle spalle, di quelle che sottolineavano l’orgoglio che sicuramente, anche lui, provava nei miei confronti… ho infilato tutti i fogli nella busta verde e l’ho chiusa nel cassetto.

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