Ninnu, un racconto naturalista di Germano Orrù*.

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*Ruolo: Professore Associato

Area scientifico disciplinare: Scienze mediche

Settore scientifico disciplinare: MED/50 SCIENZE TECNICHE MEDICHE APPLICATE

Dipartimento di afferenza: Dipartimento di Scienze Chirurgiche

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Ninnu e il vino selvatico.

 

Ex labruxis esprimunt vina1(Andrea Bacci, De Naturali Vinorum Historia, 1596)

The wild grapes grows profusely, it is widely dispersed and a tollerable light vine is made from it2(William Henry Smith, Sketch of the present state of the Island of Sardinia, 1828)

Ninnu3 camminava lento lungo il fiume. Era la sera della domenica, il vento portava i rumori lontani dei razzi usati nella processione di Capoterra, i guettus. Pensava alla gente festosa, ma soprattutto alla ragazza che non poteva incontrare e che d’altra parte, in quella situazione, poteva incontrare un altro al posto suo. Il mestiere di capraro è privo di poesia per chi lo fa, porta in quelle montagne ad una solitudine immensa e senza scampo. Ninnu faceva il servo pastore con ziu Allixandru Tiri4, uomo ottocentesco, duro e inflessibile. Ninnu aveva avuto poche chance nella sua vita: “o pastori o acquadori o, a su prusu… minadori5”, gli diceva zia Alicca6 a 8 anni. Cosi’ Ninnu, bambino orfano di madre, era stato avviato al lavoro; dopo 17 anni non era cambiato nulla, a parte la parentesi da soldato. Sempre affamato, scarsamente calzato e vestito, sottoposto pure alle intemperie. Nessuna donna ufficiale, a parte qualche sguardo furtivo, durante le poche feste paesane, nessuna sorella e nessun padre, quest’ ultimo oramai risposatosi a Siliqua e sparito nel nulla, trascinato da altri impegni familiari. Pochi amici, tutti servi pastori sparsi nei diversi monti, alcuni in galera. Ninnu passava il giorno senza fine a comporre in limba poesie e canzoni, per ammazzare il tempo lento e feroce, ma soprattutto per rabbia, disconoscendo in rima chi non gli stava simpatico. Per questo aveva avuto qualche guaio, avendo colpito con la poesia padroni, preti e vedove.

In autunno, con mano svelta, mentre le capre belavano irriverenti lungo il monte, Ninnu tagliava l’uva selvatica che cresceva rigogliosa lungo il rio Gutturedu7, e la poggiava dolcemente nello zaino che utilizzava normalmente per raccogliere i capretti appena nati, “su tascapani3”. In quel fine Ottobre del ‘48, il fiume era una vigna naturale, rigogliosa, piena di quell’uva tardiva, i grappoli piccoli e bruni come i sardi, e come i sardi mostrava un carattere aspro e tannico. Era talmente abbondante che nemmeno i passeri riuscivano a produrre danni evidenti, i tronchi enormi si arrampicavano alti, sostenendosi prepotentemente su altre piante, a volte soffocandole.

E così, più volte al giorno, con le capre, il pastore seguiva “la via del fiume” per vendemmiare a dispetto del volere di ziu Alixandru Tiri. Arrivato in ovile, poggiava il prodotto in una tinozza di rame, utilizzata normalmente per scaldare il latte, e in questa cantina improvvisata pigiava l’uva a mano, spesso canticchiando in ottave…

“In di de Dominigu mi toccara a trumentai

e mancu unu pogheddu ti pozzu biri

cussu sgalubbiu, de Dominigu mi fairi traballai

mulli, pasci cun pagu paga e mi deppu finzas citiri

assumancu custu binu gagliardu appu a buffai

po mi scaresci is penas de ziu Tiri,

mi imbriagu cun biu de Ispurra

a ziu Alixandru unu corpu e turra”9

Ninnu canticchiava e ricordava quando anni prima da bambino aiutava Marieddu, altro servo pastore, morto nel fiume “allupau11”, a cogliere le uve selvatiche per poi vinificarle, “su binu de ispurra”10, tipico dei pastori indigenti, i servi, quelli che non si potevano permettere un vino normale tutti i giorni, a meno di un padrone generoso che però al massimo gli passava su piricciou12, il vinello acquoso e spesso spunto.

Tenuto in vecchie brocche per olive, marigas, recuperate da su muntronaxiu13 del padrone e riparate a fil di ferro e argilla, il vino selvatico era pronto a fine Novembre. La produzione, cinquanta litri, veniva consumata in fretta, spesso di sera dopo il duro lavoro, in compagnia di un pezzo di pane raffermo, noci, e su soru14 da dividere con il cane scheletrico “zigarru15”.

In quelle ore, la solitudine lo attaccava e di fronte alla luna che sorgeva a est, dietro Cagliari, Ninnu cantava per rabbia in quarta rima, tra un sorso tannico e l’altro…

“Arriba sa luna appabas de Casteddu, bella e luminosa.

Chi bivasta praxiara. cundu n’antru ti ses fatta a is sposa,

zigarru agrummiasa, ma non ti pozzu donai ne nuxi e mancu arrosu.

Aici ziu Alixandru bivavara disgraziau e priogosu”16

Così, il vino era torbido e aspro, ma non sappiamo se il carattere della Ispurra fosse dovuto ai Saccharomyces17 presenti nell’uva o alla rabbia dell’atipico vinificatore, rivolta alla società che l’aveva respinto e al suo stesso padrone, che vinificava con il più nobile vino di vigna, una rabbia passata tramite un magico “trait d’union” dall’ uomo al vino.

 

Note.

 

1Ottengono vino dalle uve selvatiche.

2L’ uva selvatica cresce rigogliosa ed è diffusa in ogni luogo, da essa può essere fatto un vino leggero e accettabile.

3Antonio.

4Alessandro, il pastore padrone, proprietario del gregge e dei terreni, status sociale a cui ambivano tutti i servi.

5“ o pastore o portatore d’acqua nei campi o, al massimo, minatore”, spesso nelle miniere del Sulcis.

6Francesca.

7Torrente da cui prende il nome l’omonima valle nelle montagne di Monte Arcosu, una regione montuosa del sud-ovest della Sardegna.

8 Zaino in tela di derivazione militare, veniva spesso trafugato dopo il servizio militare, più raramente comprato nei diversi negozi “coloniali” sparsi per la Sardegna degli anni ‘50.

9La Domenica devo per forza tribolare

e non posso nemmeno vederti

perchè quell’ingordo mi fa lavorare

mungere, pascolare per una paga misera e devo stare pure zitto.

Almeno berrò questo vino energico

per dimenticare le pene dovute a zio Tiri,

mi ubriacherò con il vino de Ispurra

e a zio Alessandro un colpo di mazza

10Binu de Ispurra, vino di uva sevatica, Vitis vinifera L. subsp. silvestris e’ una specie comune nei corsi d’acqua dei paesi mediterranei. Da questa deriva la vite coltivata Vitis vinifera L. subsp. vinifera. L’aspetto interessante è che la specie selvatica è dioica, ovvero presenta il maschio con fiori maschili e femminili su piante separate, mentre la vite moderna, utilizzata nella vinificazione comune, presenta perlopiù solo fiori ermafroditi. Quindi, nel suo peregrinare, Ninnu si imbatteva in piante femmine e maschi.

11annegato.

12il classico vinello, ottenuto rifermentando per un giorno le vinacce residue della prima fermentazione con acqua di pozzo. Era un vino debole, veniva spesso utilizzato nel pasto che, per contratto, i padroni dovevano fornire ai mietitori nel mese di Giugno.

13immondezzaio, in quei tempi totalmente biologico, composto da letame di origine animale e anche umano, nessuno scarto alimentare, totale assenza di materiale plastico, norme igieniche assenti.

14Siero del latte che si separa, durante il processo di caseificazione, dalla cagliata, scarto spesso riservato agli animali ma anche ai pastori affamati che spesso lo univano, se potevano, con i pomodori, “soru cun tamatigas”.

15Sigaro, soprannome dato al cane per la forma dovuta alla notevole magrezza.

16Sorge la luna dietro Cagliari, bella e luminosa.

Sii felice, ormai sei fidanzata con un altro,

Sigaro ti lamenti per fame ma non posso darti le noci e nemmeno il riso.

Così zio Alessandro ”il padrone” viva nella disgrazia e pidocchioso.

17 Come i Saccharomyces cerevisiae e altri, lieviti della fermentazione alcolica. Anticamente si faceva merito solo ai lieviti indigeni presenti nell’uva, i quali pilotavano buone o cattive fermentazioni, con tutte le conseguenze per il prodotto.

 

Riepilogo.

 

A sua insaputa Ninnu, ripercorrendo i sardi nella notte dei tempi, utilizzava dunque un alimento altamente funzionale e ricco di antiossidanti quali tannini e polifenoli, come il Resveratrolo, comune ad altri vini, ma soprattutto altri composti peculiari delle cultivar selvatiche non presenti nella frutta commerciale attuale. L’uva selvatica era per lui un sostentamento di base, forniva zuccheri allo stato di frutta, ma i componenti funzionali della “ispurra” davano al consumatore ancestrale uno scudo protettivo naturale per le particolari proprietà antibatteriche e antitumorali, nonché effetti benefici per il sistema cardiocircolatorio. Infatti, a parte la povertà e il vizio di fumare sigarette fatte in casa con le foglie di rovo (muriarru), avvolte nella carta dell’Unione Sarda, Ninnu morì anziano e in salute.

resveratrolo

Resveratrolo

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