Il fuggevole e promettente incontro fra Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi.

palazzobuondelmonti

 

Se l’incontro tra Manzoni e Balzac fu ricco come pochi altri di umori e contrasti, l’altrettanto celebre incontro, avvenuto dieci anni prima, tra Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi, l’unico tra i nostri due massimi scrittori dell’Ottocento, non fu, in realtà, a ben vedere nemmeno un vero incontro.

Giocavano in questo senso l’enorme disparità nei caratteri dei due artisti, ma soprattutto le motivazioni che c’erano alla base della loro stessa presenza nel luogo che li vide stringersi la mano per la prima volta.

Vediamole.

Firenze. In una delle tre sale al primo piano di Palazzo Buondelmonti, prima sede dell’Accademia Vieusseux, la sera del 3 settembre 1827, lunedì, alle ore 19 in punto, Giacomo Leopardi, appartato e silenzioso come sempre, conobbe per la prima volta personalmente Alessandro Manzoni, ospite ufficiale della serata.

Leopardi era partito per Firenze il 20 giugno da Bologna, dove l’editore Stella gli aveva commissionato una prima Crestomazia, ossia un’antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento. Era attirato dal gruppo di letterati appartenenti al circolo Vieusseux e il 21 trovò sistemazione all’albergo della Fontana nei pressi del Mercato del grano e di Palazzo Vecchio su consiglio di Giordani e di Pietro Brighenti. A Firenze frequenta subito l’ambiente del Gabinetto Vieusseux, entrando in contatto con Gino Capponi, Niccolò Tommaseo, Pietro Colletta, Alessandro Poerio e dove conosce il giovane esule napoletano Antonio Ranieri, che una grande parte avrà nella sua vita. Ma le condizioni spirituali, determinate da una triste meditazione su quanto aveva raggiunto fino a quel momento, lo gettano in una disperazione un po’ sorda, tanto da fargli scrivere all’amico Francesco Puccinotti di Macerata il 16 agosto…

Sono stanco della vita, stanco della indifferenza filosofica, ch’è il solo rimedio de’ mali, e della noia, ma che in fine annoia essa medesima. Non ho altri disegni, altre speranze che di morire. Veramente non metteva conto il pigliarsi tante fatiche per questo fine.

Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

È in questo stato di estrema fragilità che il poeta di Recanati incontra e rimane profondamente colpito dal Manzoni.

Manzoni, dal canto suo, era invece arrivato a Firenze soprattutto per risciacquare i panni in Arno, cioè rivedere linguisticamente e fiorentinamente l’edizione dei Promessi Sposi uscita quell’anno, possibilmente con la preziosa consulenza degli affidabili letterati dell’Accademia, che erano stati subito pronti a invitarlo.

A proposito del suo soggiorno fiorentino, Manzoni scriveva in quel periodo al Grossi d’avere settantun lenzuoli da risciacquare, nientemeno che settantuno pagine da adattare alla lingua fiorentina.

E per risciacquare idealmente i suoi panni, oltre che dei fiorentini che in genere incontrava e ascoltava parlare con attenzione passeggiando per i lungarni e per le vie del centro, Manzoni si servì degli intellettuali del gabinetto letterario Vieusseux. Del resto in quell’estate non si parlava d’altro che dei Promessi sposi; lo stesso Gian Pietro Vieusseux non stava più nella pelle e attendeva trepidante il conte Manzoni, come si evince dalle lettere che inviava al marchese Gino Capponi che si trovava ad Abano per delle cure termali.

Fatto sta che il corteggiamento di Vieusseux a Manzoni dovette durare pochi giorni, visto che per la sera del 3 settembre fu organizzata, nella sede del Gabinetto letterario in palazzo Buondelmonti, la presentazione ufficiale dell’illustre ospite agli intellettuali fiorentini. Unico assente Gino Capponi. Ad attenderlo, alle 19 in punto, c’erano invece il Vieusseux, Giovan Battista Niccolini, il settantenne linguista Gaetano Cioni, Mario Pieri, Terenzio Mamiani, con il ben più noto cugino Giacomo Leopardi, e Pietro Giordani. La serata, al di là di qualche frecciatina del Giordani nei confronti della maggioranza di fede romantica dei convitati, dovette essere piacevole, visto che alle 21 Manzoni si ritirò in albergo con aria soddisfatta, come testimonia una lettera della figlia Giulietta indirizzata al cugino Giacomo Beccaria…

Il Lunedì c’è soirée priée dal direttore del Gabinetto letterario dove Papà va ogni giorno, ebbe l’invito in istampa e ieri vi passò la sera e siccome il biglietto vale per varii Lunedì conta andarci sempre vedi che è molto per lui.

Nel suo libro, dal titolo «Leopardi», Citati racconta così quell’episodio… Manzoni era giunto a Firenze con la madre, la moglie, i figli e quattro domestici, scendendo in un grande albergo, le 4 Nazioni, come un potente della terra. La sera del 3 settembre fu invitato al Gabinetto Vieusseux. C’era anche Leopardi, dapprima nel suo cantuccio abituale. I due si parlarono a lungo. Non sappiamo cosa si dissero, ma Leopardi amò quell’uomo dolce, modesto e amabile, che parlava balbettando e arrossendo, e a tratti si animava e diventava eloquente. Forse pensò di assomigliargli, almeno nella nevrosi e nella timidezza. Avevano la stessa grazia del cuore: un dono rarissimo, che incanta tutti coloro che lo conoscono.

Qualche giorno dopo, infatti, Leopardi così descrisse al padre Monaldo l’avvenimento…

Firenze, 8 settembre 1827.

… Del rimanente, grazie a Dio, sto bene, eccetto incomodi leggeri di flussioni e di stomaco. Ella indovina assai bene che io non posso curarmi molto di certe alte conoscenze, dalle quali anche non potrei sperar nulla. Me la passo con questi letterati, che sono tutti molto sociali, e generalmente pensano e valgono assai più de’ bolognesi. Tra’ forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l’Italia parla, e che ora è qui colla sua famiglia.

Sembrano in realtà parole di circostanza, visto soprattutto il particolare, freddo rapporto che legava il poeta recanatese al padre, ma subito dopo, in una lettera scritta lo stesso giorno all’amico Pietro Brighenti, si possono cogliere, in una situazione di maggiore libertà, le sfumature che erano alla base del resoconto precedente…

Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama.

Un incontro breve, dunque, ma che ebbe il potere di correggere anche alcune idee preconcette sul valore dell’opera del letterato milanese, esposte sempre dal Leopardi al Brighenti il 30 Agosto…

Qui si aspetta Manzoni a momenti. Hai tu veduto il suo romanzo, che fa tanto rumore, e val tanto poco?

Il fatto è che Leopardi, prima di rimanere commosso dai modi della persona Manzoni, fino a quel momento non aveva neanche visto né aveva sentito leggere che qualche pagina del romanzo in una delle serate alle quali partecipava a Firenze, tanto da fargli confidare all’editore Stella come il romanzo che faceva tanto scalpore fosse ritenuto dalle persone di gusto molto inferiore all’aspettazione.

Dunque, quali furono gli effetti di questo breve incontro? Profondi, e ricchi di predisposizione alla lettura reciproca, soprattutto per Leopardi, che, come è ormai chiaro, subì l’enorme influenza della prosa manzoniana nei più narrativi Canti composti subito dopo a Pisa e a Recanati.

E mentre Leopardi, a Pisa, viveva gli effetti di una rinascita poetica ed esistenziale a cui sicuramente non era estraneo l’incontro con il romanziere lombardo, Manzoni, finché non dovette ripartire per Milano, lavorò a pieno ritmo alla revisione del suo romanzo, in particolar modo stringendo una vera amicizia con il Cioni e frequentando assiduamente anche il Niccolini, tanto da riferire all’amico Tommaso Grossi Un’acqua come l’Arno e lavandaie come Cioni e Niccolini, fuori di qui non le trovo in nessun luogo…

E il ricordo dell’incontro con il Leopardi? Pare che fosse rimasto vivo anche in lui, nonostante le note ritrosie a fornire dichiarazioni pubbliche.

L’unico giudizio del romanziere milanese sul poeta marchigiano, infatti, è soltanto un giudizio di terza mano, trascritto dal Chiarini nella sua Vita di Giacomo Leopardi, e tratto dal racconto del critico letterario francese Charles Augustin de Sainte-Beuve, che l’aveva ascoltato dalla viva voce del filologo svizzero De Sinner, sceso in Italia per studiare i manoscritti filologici leopardiani.

Quando, nel 1830, lasciando l’Italia, il bibliografo elvetico passò per Milano, e chiese al Manzoni se conoscesse Leopardi e le sue Operette morali, lo scrittore lombardo rispose entusiasta, superando il suo naturale riserbo nei confronti dei suoi illustri colleghi… Voi conoscete Leopardi… avete letto i suoi saggi di prosa? Noi l’abbiamo fatto… basta prestare attenzione a questo piccolo volume; in quanto a stile, non si poteva scrivere niente di meglio nella prosa italiana dei nostri giorni…

Tant’è. E a noi basta e avanza per credere che proprio da quell’incontro fosse nata, giustamente e definitivamente, una reciproca, intensa frequentazione letteraria e sentimentale tra i nostri due massimi scrittori nazionali.

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