Lo strano incontro tra Alessandro Manzoni e Honoré de Balzac.

 

356369_0_0

Immaginate di mettere l’uno di fronte all’altro, anche soltanto per poche ore, un paludato borghese milanese, per di più immalinconito dalla recente perdita delle sue due persone più care, e un inopportuno quanto talentuoso avventuriero francese, desideroso soltanto di far sfoggio, davanti a quell’istituzione della Cultura italiana, della propria irriverente quanto incontenibile verve, e avrete l’immagine viva e reale di quello che fu lo storico incontro tra Alessandro Manzoni e Honoré de Balzac avvenuto a casa dell’autore dei Promessi Sposi il 1° marzo del 1837.

Una casa, quella di via Morone, 1, acquistata più di vent’anni prima per la considerevole somma di 107.000 lire e di gradimento di tutta la famiglia per il suo essere centrale e a due passi dai più stretti amici, dalla Biblioteca Ambrosiana e dalle principali librerie della città.

Raccontare l’unico incontro registrato tra i due maggiori scrittori europei del Primo Ottocento è impresa facile e impervia allo stesso tempo. Facile, perché si consumò nel giro di poche ore, impervia perché i pochi testimoni presenti hanno riferito variamente, secondo le proprie intime convinzioni, a volte contrastanti, gli sviluppi accidentati di un colloquio che in breve era diventato un tumultuoso quanto invadente monologo dell’intellettuale francese.

Ma iniziamo dai numeri.

Una, la stanza, che guarda al giardino, appartata, dove lo scrittore si ritirava a leggere, meditare e scrivere, luogo perfetto dove ricevere gli amici intimi e gli ospiti illustri…

Due, i convitati che hanno riferito le loro impressioni, per iscritto, e un terzo, che le ha liberate dalla sua memoria molti anni dopo, consegnandole a un intimo amico, dopo averle taciute quella sera, Alessandro Manzoni. Ma ci torneremo dopo.

E ora veniamo ai fatti.

Lo scrittore milanese, dopo i primi lutti familiari, dell’adorata Enrichetta Blondel, a quarantadue anni nel Natale del 1833, e quella, ancor più prematura, della primogenita Giulietta, a soli ventisei anni, si era già chiuso nella casa di via Morone, assieme a Teresa Borri, vedova del conte Stampa, sposata da soli due mesi, e al figlio Stefano, al quale rimase sempre molto legato. Usciva soltanto per recarsi a messa nella vicina chiesa di San Fedele.

Nonostante il secondo matrimonio, con la morte di Enrichetta, l’atmosfera si fa inevitabilmente più mesta, le voci diventano bisbigli per trattenere quel dolore inesprimibile. Alessandro vorrebbe rimanere chiuso nello studio, fatica a trovare parole da imprimere sulla carta e sente la mente inoperosa. Balzac, giunto a Milano da meno di un mese, come inviato dell’amico Conte Guidoboni-Visconti per trattare una questione patrimoniale relativa a un’eredità, viene ben presto scovato dalla stampa e introdotto nella buona società milanese. E’ a quel punto che, dopo aver trascorso diverse futili serate tra salotti e teatri, attirando su di sé ogni sorta di pettegolezzo, decide di chiedere un incontro con il famoso scrittore italiano, e, grazie all’intercessione del marchese de Saint-Thomas, la sera del 1° marzo 1837 viene accolto dal Manzoni nel suo studio, alla presenza di alcuni altri invitati, tra i quali il figlio, la moglie, la madre dell’intellettuale lombardo, e il suo miglior amico, Cesare Cantù, oltre probabilmente all’ex genero Massimo D’Azeglio (è questa soltanto un’ipotesi, ma la sua presenza sarebbe giustificata da uno degli argomenti trattati durante il colloquio, e cioè la traduzione francese dell’Ettore Fieramosca e le spese incontrate dall’editore per il suo lancio pubblicitario).

Le premesse per un agevole quanto piacevole colloquio, dunque, erano già poche: Manzoni non aveva sentito il bisogno di incontrare Balzac, il famoso scrittore francese aveva osato farlo, l’autore dei Promessi Sposi conosceva perfettamente il francese e leggeva il collega in edizione originale, l’autore di Papà Goriot no, e per di più aveva letto i Promessi Sposi in una mediocre traduzione francese…

L’incontro, se così lo si vuol chiamare, partiva sbilanciato, e il Manzoni, senza dubbio, lo intuì subito.

Fu forse per questo che scelse di chiudersi nel suo proverbiale silenzio diplomatico? È probabile, e lo intuiamo dalle frasi che riportò, appunto, seppur molti anni dopo, all’amico Ruggero Bonghi… Balzac disse parecchie cose insulse… forse per dare di sé un gran concetto

Secondo il figlioccio Stefano Stampa, pare si sia trattato di un colloquio freddo, per niente cordiale… parlò sempre lui su molti e svariati soggetti, e con quel tono di Suffisence [sic] che, davanti ad un Manzoni, poteva essere battezzato di presuntuoso e di ciarlatanescoparlò sempre lui, dunque, afferma Stefano, in sintonia con l’amato patrigno.

In quanto all’altro ospite che ci ha lasciato ben due revisioni delle sue impressioni di quella sera, e cioè Cesare Cantù, illustre storico lombardo e grande amico del Manzoni, egli annotò subito che Balzac parla come un mulino a vento

In realtà Balzac, come racconta Cantù, per quasi tutta la sera portò avanti la tesi secondo cui i personaggi di un romanzo sono personificazioni di idee come il Figaro che pur non fu inteso, e che è derivazione del Panurgo di Rabelais, di cui soltanto lui, a forza di studiarlo intuiva la grandezza. Rabelais, aggiungeva, che volle dimostrare la nullità delle istituzioni umane e che tutto va a finire nella bottiglia, e che alle maniere esagerate e spirituali d’allora oppose la materialità.

Molteni_Giuseppe,_Alessandro_Manzoni

Nel bel mezzo di questo panegirico del Realismo possiamo facilmente immaginare Manzoni fermo, scettico e soprattutto irremovibile sulla sua idea di Realismo, ben lontana da quella del collega francese, un realismo paradossalmente ben più legato a un concetto di realtà concreta, quella che stava portando gli Italiani a morire per la loro Patria.

Invece, anziché sbandierarlo opportunamente al collega francese, Don Lisander tace e Balzac continua… si lamentò senza fine della contraffazione libraria, ed è persuaso che fra le potenze si farà una convenzione per impedirla, dice sempre Cantù, e qui effettivamente possiamo supporre che Manzoni riaprisse gli occhi, per ascoltare almeno l’esposizione di quell’argomento al quale lui stesso era particolarmente sensibile, quello appunto della contraffazione editoriale, visto che fino a quel momento almeno i tre quarti delle ristampe del suo capolavoro erano uscite non autorizzate dall’autore, e che di lì a qualche anno sarebbe stato lui stesso addirittura protagonista del più clamoroso processo dell’epoca sui diritti d’autore contro l’editore Le Monnier, che aveva pubblicato il suo romanzo senza consenso.

Ma l’intesa dura poco, e, da quanto si evince dall’approfondimento del racconto della serata che il Cantù curò molti anni dopo, Balzac riprese a parlare, meglio recitare, come un fiume in piena, dei ricavi dei suoi libri, dell’importanza degli annunci pubblicitari per il loro successo editoriale, dei suoi nuovi progetti letterari…

Manzoni richiude gli occhi.

Forse si prosegue così a lungo, se si vuol dar credito al potere dell’energia torrentizia del Balzac quando aveva l’occasione di parlare di se stesso, ma è al termine della serata che si pone una sorta di rendez-vous, piacevole, se vogliamo, e sicuramente degno di nota.

Lo racconta ancora una volta il figlioccio di Manzoni.

Continuando sul solco del discorso poetico che lo riallacciava a un grande del passato come Rabelais, Balzac a un certo punto avrebbe affermato di aver trattato, ispirandosi all’idea di Rabelais, anch’egli il tema religioso nel Louis Lambert e nel romanzo Il Medico di campagna, ma di non aver avuto il successo atteso.

Anche per il diplomatico Manzoni questo è troppo.

Pare che, secondo la testimonianza dello Stampa, il Manzoni aspettasse addirittura l’uscita dell’ospite per affermare stizzito che per avere successo nel genere religioso non bisogna farne l’oggetto di una speculazione letteraria qualunque, ma è necessario, per trattare quel genere, avere delle profonde convinzioni religiose in se stessi.

Coup de feu!

E così, al di là dei pochi documenti attendibili sull’episodio, quello che ci rimane di quell’incontro, a suo modo storico, è soltanto l’imbarazzo reciproco di due personaggi esattamente agli antipodi e dunque difficilmente amalgamabili: da una parte il silenzioso e misurato Manzoni, dall’altra l’eccessivo e imprudente Balzac, tanto che, come afferma Federico Chabod in un suo famoso articolo sull’argomento, messi l’uno di fronte all’altro, entrambi non riuscirono a fornire che soltanto la caricatura di se stessi…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...