Il breve viaggio di Balzac in Sardegna.

 

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Nonostante le svariate difficoltà che si presentano da subito, l’obiettivo di Balzac è sempre chiaro; si tratta, come abbiamo detto, di esplorare le miniere dell’Argentiera, nella sperduta Nurra, per cercare tesori di piombo e soprattutto d’argento.

Il suo è un ottimo piano, almeno nelle intenzioni… […] Ecco il mio ragionamento. I Romani e i metallurgisti del medio evo erano così ignoranti in docimasia che necessariamente tali scorie debbono contenere ancora una grande quantità d’argento. Ora, un amico di Borget, grande chimico, possiede un segreto per estrarre oro e argento qualunque sia il modo e la proporzione in cui è mescolato ad altri materiali. E a poco prezzo […].

Arrivato all’Argentiera, però, Balzac può soltanto constatare l’amara beffa: lo scrittore è stato tradito proprio dal suo socio in affari, il Pezzi, che l’aveva invitato con la promessa di fargli avere i campioni di minerale da analizzare. Il luogo è deserto, quasi abbandonato, il tempo di fare qualche domanda agli indigeni, e Balzac scopre che il commerciante genovese ha fiutato l’affare in tutt’altra parte dell’Isola e da parecchi giorni ormai.

Il Maestro vaga per due giorni, intenzionato a prendere il battello a vapore per Genova, ma poi, complice un ritardo di due giorni a causa del maltempo, decide di non arrendersi. Capisce di essere stato preceduto dall’abile truffatore e l’insegue in una folle corsa verso il Sud dell’Isola, alla volta di Domusnovas.

Non si arresta, crede nella validità della sua intuizione. In cinque giorni percorre oltre duecento chilometri in diligenza e molti altri a cavallo. Rimane, nella lettera spedita da Cagliari, l’immagine della fretta con cui egli ha attraversato rabbiosamente l’isola, senza avere il tempo e neppure la voglia, probabilmente, di coglierne i pur limitati aspetti positivi…

[17 aprile, Cagliari] Ho girato tutta la Sardegna e ho visto cose come se ne raccontano degli Huroni e della Polinesia. Un regno interamente deserto, veri selvaggi, nessuna coltivazione, savane di palme selvatiche; dappertutto capre che brucano tutte le gemme ed hanno gli altri vegetali a portata di mano…

Nel corso del viaggio Balzac racconta un panorama di primitività, miseria, malattie, e tanto pane, fatto con ghiande e argilla, unico cibo concesso al prostrato viaggiatore…

[…] Ho attraversato foreste vergini, abbarbicato al collo del cavallo rischiando la vita, perché per attraversarla bisognava avanzare in un corso d’acqua, coperto da un groviglio di liane e di rami che t’avrebbero accecato, strappato i denti, spaccato la testa. Sono gigantesche querce verdi, piante di sughero, d’alloro, ed eriche alte trenta piedi. Niente da mangiare […].

La Sardegna, per lui, è dappertutto la stessa. C’è un borgo in cui gli abitanti fanno un orribile pane riducendo a farina le ghiande di quercia che mescolano con argilla, e questo a due passi dalla bella Italia. Uomini e donne stanno nudi, con un pezzo di tela, uno straccio attorcigliato, per coprire le parti intime. Il giorno di Pasqua, ho visto creature ammassate come gregge, al sole, lungo i muri di terra dei loro tuguri. Nessuna abitazione ha il camino, accendono il fuoco al centro dell’alloggio che è tappezzato di sego. Le donne passano la giornata a macinare, impastare il pane, e gli uomini badano alle capre e alle greggi, e il paese più fertile del mondo è una sodaglia, è tutto una sodaglia. Al centro di una così profonda e incurabile miseria, ci sono villaggi con costumi di stupefacente ricchezza…

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Arrivato a Domusnovas, scopre a malincuore che anche lì ormai è troppo tardi, anche per uno come lui. L’esito dell’ennesimo, faticoso viaggio è ancora fallimentare; il Pezzi, infatti, si è già accordato per un’acquisizione delle scorie da parte di una nuova società di Marsiglia…

L’affare tanto cullato da Balzac per raddrizzare i destini del suo vacillante patrimonio, sembra sfumato nel piccolo paese del Sulcis, ma la bontà dell’intuizione dell’intellettuale francese, quella di rifondere con metodologie moderne gli enormi cumuli di scorie di fusione lasciate dai romani, va oltre il contratto strappato dal furbo socio genovese, e ci vorranno altri anni perché un geniale patriota-imprenditore italiano, Enrico Serpieri, costruendo una fonderia sul sito, riesca a recuperare grandi quantitativi di piombo d’opera, e a dare ragione, in fondo, seppur indirettamente, al grande scrittore…

Cinque giorni dopo, a freddo, Balzac ammetterà la sua condotta ingenua… Ho avuto la disgrazia di non agire tempestivamente…

Parole pesanti, ma non è ancora svanito il sogno di portarsi in Francia quello che lui già chiamava il campione della cosa, quel minerale che avrebbe dovuto risolvere ogni sua preoccupazione: c’è ancora, nuovamente, l’Argentiera, da lui stesso definita una miniera abbandonata, situata nella parte più selvaggia dell’isola, dunque vergine e nella quale aveva già prelevato dei campioni…

Li farà analizzare a Cagliari, e intanto, in una successiva lettera all’ennesima amante parigina, Berny Laure, propone addirittura nuovi progetti per coinvolgerla, insieme al marito, l’Ingegner Surville…

Trascorrono giornate di presumibili, grandi illusioni, ma quando i laboratori chimici di Cagliari accertano che la presenza di argento nelle scorie prelevate nelle gallerie sino a quel momento operative è del tutto insignificante, ogni possibile entusiasmo è annichilito dalla realtà…

Balzac è a terra.

Dopo quasi due mesi di diete feroci e cocenti delusioni, lo scrittore deve reimbarcarsi da Cagliari senza un soldo in tasca alla volta di Marsiglia e quindi di Parigi.

In una lettera all’amica Zulma Carraud ammette il fallimento, ma, nello stesso tempo, non è tipo da arrendersi definitivamente e, spostando completamente l’obiettivo, promette di buttarsi a corpo morto sul teatro, se non altro per dimenticarsi dell’ennesimo disastro finanziario…

Quel che rimane, a noi, del suo viaggio, è la descrizione della Sardegna che Balzac ci lascia in eredità nel suo epistolario, complici sicuramente le preoccupazioni e la fretta che lo hanno accompagnato durante il viaggio, ma che oggi risulta essere poco meno del ritratto di un covo di lestofanti e pitocchi pittoreschi, il ritratto di una terra arida, selvaggia, priva di gioia, incapace di rapirlo oltre le sole, misere apparenze. Una Sardegna certamente differente da quella che soltanto quattro anni prima aveva affascinato Antoine-Claude Pasquin detto Valery (1789-1847), conservatore delle biblioteche reali di Luigi Filippo di Borbone Orléans, spingendolo a più riprese a decantarne le bellezze naturalistiche, la misurata ospitalità e la nobile bellezza dei suoi abitanti… sicuramente una prova del carattere esageratamente egocentrico dello scrittore francese, immerso unicamente nei propri, esclusivi progetti.

Dopo un ultimo, breve soggiorno tra Milano e Torino, Balzac torna definitivamente a Parigi, di cui sente nostalgia.

Della Sardegna nemmeno un pallido rimpianto… Il Maestro del Realismo è già occupato a realizzare nuove, mirabolanti imprese…

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