La folle impresa di Honoré de Balzac.

 

Vicenda complessa, quella del viaggio in Sardegna di Honoré de Balzac, che in passato ho provato a tracciare in maniera frettolosa e godibile, ma che ancora oggi lascia parecchi punti da chiarire, data anche la scarsità di fonti autografe sull’argomento. Sulla base di una lettura più approfondita e puntuale dei non molti documenti, provo, allora, a tracciare ora le ragioni e i passi falsi di quella che se non fosse stata, seppur minimamente, documentata, sarebbe passata alla storia soltanto come un’invenzione da romanzo.

Dopo la rinuncia agli studi di giurisprudenza, Honoré de Balzac si concede con tutte le sue energie all’attività letteraria, ma il riscontro è privo delle soddisfazioni sperate: irrequieto e incapace di stare fermo, sia mentalmente sia fisicamente, Balzac impianta una casa editrice, cui presto si affiancano una tipografia e una fonderia di caratteri: i programmi sono ambiziosi, ma il tentativo di affermarsi sul mercato fallisce altrettanto miseramente.

Lo scrittore francese ha ormai bisogno di continui capitali, non soltanto per coprire i debiti, ma anche per condurre una vita dispendiosa e sempre ricca di nuove iniziative. Da queste premesse nasce il progetto di un viaggio in Sardegna. Pare che l’idea gli nasca a Genova, dove si trova tra il 2 e l’8 aprile del 1837, nel corso del suo secondo viaggio in Italia. Balzac era arrivato a Milano il 19 febbraio del 1837, e, a differenza dei viaggiatori del passato, aveva preferito subito immergersi nell’atmosfera dei salotti mondani, concedendo poco alle visite di carattere artistico. Le polemiche sorte subito attorno alla sua figura ingombrante e a tratti altezzosa gli fanno apparire Milano piuttosto grigia rispetto a Parigi e a tratti pregna di un’atmosfera irrespirabile. In quest’ottica vanno viste le brevi puntate a Venezia, Firenze e nella stessa Genova, che Balzac compie quasi per sottrarsi a un ambiente che ne stava soffocando la sua genialità straripante.

Genova, dunque. Come scrive in una lettera del 10 aprile a Mme Hanska, lo scrittore, casualmente trattenuto al lazzaretto della città, vi incontra un negoziante di nome Giuseppe Pezzi, che gli si avvicina con fare perlomeno sospettoso, e che gli parla dell’esistenza di miniere argentifere in Sardegna, miniere amministrate con tale incuria da lasciare cumuli di scorie di piombo inutilizzate.

Balzac è immediatamente colpito dalle possibilità di guadagno, e probabilmente concorda immediatamente con il Pezzi un progetto di sfruttamento delle stesse. Lo scrittore avrebbe voluto addirittura partire l’8 aprile per Livorno: è la durata del tragitto necessario a raggiungere l’Isola (un mese) che lo fa dolorosamente desistere.

Ma ormai il tarlo dello sfruttamento delle miniere in Sardegna lo tormenta e sembra diventare l’unica via d’uscita ai fallimentari tentativi di speculazione finanziaria che si aggiungono ai precedenti senza soluzione di continuità. L’ultimo riguarda addirittura l’acquisto di una proprietà terriera, dove fantastica di coltivare ananas. Non sarà, nemmeno questo, evidentemente, un buon affare e Balzac rivenderà la proprietà in perdita soltanto tre anni dopo.

Così, a novembre, prende una decisione. Partirà per la Sardegna e condurrà sino in fondo la sua impresa, costi quel che costi. Sempre all’amata Mme Hanska confida che si tratta di un gigantesco affare della massima importanza e ne sottolinea il carattere confidenziale.

Si tratta, in particolare, della gestione delle miniere dell’Argentiera, a quel tempo in mano a una inetta società romana (questo almeno è quello che gli ha fatto credere il Pezzi), dove il Maestro del Realismo conta di cercare tesori di piombo e soprattutto d’argento. A spingerlo, come detto, la ferma intenzione di saldare i debiti e se possibile arricchirsi una volta per tutte, ma anche, forse, di scrivere un romanzo ambientato nell’isola. Al posto del romanzo, che Balzac non scrisse mai, ci rimangono invece sette lettere indirizzate all’amata contessa Ewelina Hanska da Ajaccio (26 marzo, 27 marzo, 1 aprile, 2 aprile), Alghero (7 aprile), Cagliari (17 aprile) e Genova (22 aprile).

Per realizzare la pur imprevedibile impresa gli occorrono almeno 1200 ducati per il viaggio: per far fronte al viaggio, è costretto a vendere tutti i gioielli della zia e a chiedere soldi alla mamma (100 franchi) e alla sorella.

In una lettera scritta da Marsiglia alla madre il 20 marzo 1838, lo scrittore cerca di rassicurare tutti, e ammette che nell’impresa che sta per intraprendere c’è molta più voglia di porre fine alle sofferenze altrui che desiderio di ricchezza personale… c’è da credergli?

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Partito due giorni dopo da Tolone, durante il viaggio per risparmiare mangia pane e latte, ma in Corsica è già senza un franco. La traversata è tranquilla, anche se deve intervenire la fortuna per garantirne l’approdo ad Ajaccio: L’ho scampata bella: se non avessi preso la strada che ho preso, e fossi venuto da Marsiglia! C’è stato un orribile colpo di vento che ha gettato tre navi nella costa.

Ajaccio, la città natale di Napoleone, non lo colpisce particolarmente. Visita la casa di Bonaparte, che definisce una baracca, e scopre retroscena del personaggio che lo deludono. Il Maestro è insofferente. Da una parte afferma che il soggiorno è insopportabile perché non c’è nessuno, non conosco nessuno e perché in biblioteca non c’è nulla, dall’altra è deluso dal fatto che il suo desiderio di viaggiare in incognito sia vanificato da un maledetto studente di legge che lo riconosce, tanto che un giornale locale gli dedica addirittura un articolo.

E’ un soggiorno insopportabile. La civiltà lì è altrettanto primitiva che in Groenlandia.

L’interno dell’isola gemella invece ne risolleva il morale, forse anche perché a Bastia vince al gioco e si rifà in parte delle somme perse nei giorni precedenti: E’ uno dei paesi più belli del mondo: vi sono delle montagne come quelle della Svizzera.

Ma ciò che più lo agita è il desiderio di proseguire per la Sardegna. Non vede l’ora, e quando finalmente arriva il momento, lo aspetta l’ennesima delusione. Ancora prima dello sbarco, è già costretto da un’epidemia di colera ad una quarantena su una barca di corallai in vista del porto di Alghero, dove pure è stato portato per i 45 franchi pattuiti…

[8 aprile, Alghero] Dopo cinque giorni di navigazione tranquilla in una gondola (sic) di corallari che vanno in Africa, sto fermo qui; ma ho subito le privazioni dei marinai, avevamo da mangiare il pesce che pescavano e che facevano bollire per ottenere un’orribile zuppa. Abbiamo dovuto dormire sul ponte, divorati dalle pulci che – dicono – in Sardegna abbondano. L’Africa incomincia qui. Intravedo una popolazione cenciosa, completamente nuda, scura di pelle come fosse etiope…

Sceso finalmente a terra, Balzac è già stato messo alla prova; la Sardegna, prima ancora di sbarcarvi, è diventata per lui più di un incubo.

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