Libri. Le otto montagne, di Paolo Cognetti.

 

Per me la montagna è sempre stato un mistero. È forse per questo che appena esce un romanzo sull’argomento lo divoro. È successo con Neve, cane, piede di Claudio Morandini, si è riproposto con questo Le otto montagne, di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017. Oltretutto, Cognetti è un profondo conoscitore del fascino della montagna, e alpinista dilettante egli stesso, e così non è difficile intravvedere in Pietro, protagonista del romanzo, la vita dello stesso autore.

Per Pietro la montagna è sin dalla nascita addirittura il mito fondativo della sua stessa famiglia: i genitori, montanari entrambi, a causa di un’oscura storia familiare, si sono sposati, in perfetta solitudine, proprio ai piedi delle Dolomiti.

Emigrati subito dopo a Milano, luogo deputato del lavoro, per il padre lavoro duro da chimico in una grande fabbrica, per la madre, assistente sanitaria in periferia, attività più gratificante, nonostante le sofferenze altrui, ben presto fanno di tutto per ritrovare nella montagna quello stato di grazia che il lavoro in una città dritta, caotica, rumorosa come Milano non garantisce.

E in montagna infatti ritornano, definitivamente, stavolta verso ovest, nei pressi del Monte Rosa, appena sotto un alpeggio gestito dall’unica famiglia della valle, i Guglielmina, a Grana, piccolo, grigio villaggio protetto dalle capre, e dove il giovane protagonista impara lentamente la bellezza della montagna e dei suoi abitanti. Tra tutti Bruno, giovane vaccaro che in quei luoghi ci lavora, ma che Pietro impara a conoscere durante le sue lunghe scorribande, ispirate all’inizio soprattutto dalle letture di Twain, e a condividerle con lui, fino a capire che in montagna il tempo gira al contrario, da valle a monte.

Mese dopo mese, anno dopo anno, mentre la madre lo sostiene quotidianamente, in un processo di singolare educazione sentimentale, e il padre, di ritorno dalla città, ogni volta lo guida per gli impervi sentieri alpini, lui è sempre con lo sguardo verso l’alto, perché in basso, come gli dice il padre, ci sono soltanto i padroni a rovinarti la vita, mentre in alto c’è il futuro, e in alto, a Grana, c’è l’alpeggio dei Guglielmina, che lavorano proprio perché tutto non ridiventi in breve tempo bosco.

Ma quando la madre di Pietro comincia a prendersi cura di Bruno, sino a farlo studiare e iscriverlo alle Superiori, a Milano, le cose precipitano: nessuno ha il diritto di cambiare verso alla natura delle cose e il padre di Bruno, che fino a quel momento non c’era mai stato, torna a prendersi il figlio per farlo lavorare da manovale assieme a lui, e Pietro, che sente una sorta di gelosia nei confronti di Bruno, si rifiuta definitivamente di accompagnare il padre in montagna, tentando faticosamente di costruirsi una propria vita senza le sicurezze dell’infanzia.

Quando il padre muore d’infarto, Pietro torna a Grana e scopre che il vecchio, taciturno alpinista dilettante, gli ha lasciato un’eredità, un terreno, una casa da costruire insieme con Bruno, il figlio che aveva sostituito per anni quello naturale, e che ora sarebbe potuto diventare, grazie a lui e per sempre, l’amico di una vita intera, anche quando la vita fosse diventata invivibile, anche quando “non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre” e si deve vagare di continuo per tutte le otto montagne che costituiscono il senso stesso dell’esistenza di ogni uomo…

Un libro bellissimo, un romanzo intenso, dove ogni parola acquista il suo significato concreto e profondo, un’opera che ha senz’altro meritato un premio importante come lo Strega, oltre ogni polemica, perché figlia di una letteratura vera, trasparente, onesta.

 

cognetti

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