Il Poetto.

 

Il Poetto, in sardo “su Poettu” (forse, non ne sono sicuro), è una striscia di sabbia di colore grigio chiaro (più di dieci anni fa era bianca), lunga più di sette chilometri. Perché ora sia grigio chiaro se prima era bianca non si è ancora capito, ma tutto è cominciato sempre più di dieci anni fa, e il motivo è che la sabbia stava scomparendo, anche se da allora è cambiato il colore ma la sabbia sta scomparendo ancora. E’ chiamata anche la spiaggia dei centomila, che poi oggi sono gli abitanti di Cagliari, così che dovete immaginarvi tutta la città in spiaggia, che poi è ciò che accade puntualmente appena a Cagliari c’è un raggio di sole.
Toni è impeccabile, come sempre.
“Com’è andato il viaggio? “
“Bene. Pensa che sono riuscito persino a vedere i fenicotteri… una cifra… “
“Dall’aereo?”
“Certo, dall’aereo… “
“Se fossi passato dall’asse mediano li avresti visti anche dall’auto… “
“Sì, insomma, sai che a me queste menate dell’isola pittoresca piacciono poco… è roba da sfigati… ma dall’aereo è un’altra cosa… è molto smart… “
L’avevo dimenticato…Toni non è cambiato molto. Forse ha messo su un po’ di pancetta, ma giubbotto e pantaloni sono sempre firmati, e il linguaggio è quello di uno che sta a Milano da vent’anni.
Cerco di cambiare argomento, ma è come cercare di afferrare un’anguilla a mani nude.
“Ho sentito che il tuo studio ha avuto un ruolo di primo piano nella progettazione di gran parte dell’area dell’Expo 2015. “
“ Sì, è un po’ di tempo che sto in fissa con quel progetto, e anche se è uno sbatti colossale, comunque, ti permette di tenere botta, smazzartela, capisci?”
Capisco, almeno credo… comunque, a forza di parlare mi è venuta una gran sete, e chiamo il cameriere.
Toni assume l’iniziativa.
“ Cosa prendi? “
“ Non indovini? “
“ Cosa dovrei indovinare? “
“ Ma un bicchiere di Moscato, no? “
Toni sembra non capire.
“ Cameriere… un bicchiere di Moscato e uno Spritz… “
“ Uno Spritz? “, faccio io, senza riflettere, a voce alta.
“ Uno Spritz, sì!”
Il cameriere indugia perplesso. Questi due sono matti, starà pensando…
“ Allora, uno Spritz per il signore e… mi dispiace, ma non abbiamo del Moscato. Se vuole posso portarle un Prosecco“.
“ Un Prosecco? “, ripeto, piuttosto deluso.
“ Sì, signore. “
“ Come vuole lei. “, sussurro, e mi viene voglia di sferrargli un pugno.
“ Facciamo così, lo porti anche a me “, mi salva Toni, appena in tempo.
“ Due Prosecchi per i signori… “
Sì, sono deluso, lo confesso. Avevo aspettato quel momento, pronto a ordinare due Moscati come l’ultima volta, più di vent’anni fa, anche se ora, forse, Toni nemmeno se lo ricorda.
In realtà allora il locale era ben diverso. Aveva un lungo bancone in legno e quando era sera un vecchio seuese ti lasciava in serbo una preziosa bottiglia di Moscato come premio per la fedeltà dimostrata a suon di birre lungo tutta la giornata.
Ma allora erano chioschetti, ora sono beach-bar.

Da allora, dalla scomparsa dei casotti, colorate costruzioni in legno a metà strada tra la cabina spogliatoio e la casetta in riva al mare rimossi interamente per motivi di natura igienico-sanitaria, e dalla trasformazione dei baretti in legno, che ne costituivano i necessari terminali di rifornimento alimentare, in pochi anni sono sorti, appunto, decine di stabilimenti privati, e locali patinati stile Riccione.
La verità è che il Poetto non è altro che un’articolata proiezione delle differenze sociali della città che cambia: liberatici dagli anni dell’infanzia dove tutto è ingenuità e gioco, il Poetto, come la nostra vita, è tornato a essere quello che era sempre stato, soltanto con un volto più moderno, un luogo dove le famiglie della borghesia medio alta stanno ancora nei primi stabilimenti balneari, il “Lido“ e il “D’Aquila“, che ci sono ancora, la piccola borghesia nelle fermate centrali, liberate dai casotti, ma sempre accanto ai villini liberty, e il popolo in quelle periferiche, con i loro panini al salame e pomodoro al posto dei piatti di gnocchetti sardi.
Toni assaggia il suo Prosecco scrutandomi perplesso.
“Allora, zio, che fai di bello ancora qui nell’isola? “
“Insegno, italiano e storia in un liceo…”

Toni butta giù il Prosecco tutto d’un fiato, come per evitare una reazione spiacevole…
“E la sera? “, tenta di svicolare con grande abilità.

“ Vado a presentazioni, incontri con associazioni… ho appena scritto una rivista sul vino, lo sai? C’è una parte sul vino rosso, un’altra sulle cantine, un’altra ancora sul filu ‘e ferru… “

“ Filu ‘e ferru? Cantine? Ahahah, ma l’alcool? Che cazzo fai? Non sbocci lo spumante? Non ti fumi le paglie? Io mi scimmio troppo a fare serate e se vieni a Milano mi puoi trovare con i pass del privè pronto per il devasto. Non me la meno, ma oggi bisogna essere fighi, è una questione di vision, di mission… “
Rimango senza parole.
“ E a figa come stiamo? “, fa lui, tutt’a un tratto.
“ Sono sposato, ho due figli…”
“Sai qual è il tuo problema? Che non ti sei mai lasciato andare. Se avessi abbassato quel tuo maledetto freno a mano sempre tirato! “, mi dice Toni, senza riflettere.
Butto giù il Prosecco anch’io. Ne ho bisogno.
Il Prosecco. Credo che ormai lo producano anche in Sardegna, ma io non l’ho inserito volutamente nella rivista.
L’unico bel ricordo legato al Prosecco, è quello di una trattoria in cima a un calle veneziano, abbondantemente accompagnato da un vassoio di fritole alla crema.
Quello, sì, giusto.
Apro gli occhi e guardo lungo l’infinita linea grigia che porta agli stagni.
Quando eravamo ragazzini, i nostri casotti erano pochi metri più avanti, alla vecchia fermata dei ferrovieri; lì andavamo ogni mattina rigorosamente in tram, e ogni volta mia mamma cucinava gli gnocchetti con le verdure e il ragù -leggera variazione dovuta al fatto che mia mamma era di origini napoletane- mentre mio padre portava il vino rosso spillato la sera prima alla Cantina Sociale.
Era dalle sue mani che, dopo l’ultimo bagno, prendevamo entrambi, io e Toni, due bicchierini colmi di quel liquido proibito, insieme alla cotoletta e alla prospettiva della “ siesta “: se andava bene, e non ci facevamo più il bagno, alla fine della giornata, poi, ci guadagnavamo anche l’onore del caffè.
Fermo lo sguardo su Toni, e penso come il passato non possa più tornare. A meno che…
“ Cameriere… due caffè! “, grido, inseguendoli entrambi.

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