Monica.

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Visto da fuori il Mercato di San Benedetto è un enorme parallelepipedo ricoperto di mattoncini rossi. Dicono che sia il più grande mercato civico d’Europa, ma io non ci credo… penso che in realtà ci sia un mercato, magari a Londra, più grande e che non è stato mai misurato.
Il mercato di Cagliari ha però un primato che nessuno gli potrà mai sottrarre: è da 65 anni il cuore pulsante di una città in continua espansione, sempre lì, fiero, a difendere il suo passato, mentre anche il gemello Mercato di Via Pola ha già ceduto il passo a una mirabolante mediateca ipertecnologica. C’è stato addirittura un periodo in cui, per ripristinare il reparto ittico, si è trasferito in una tensostruttura aperta ai lati che trasformava l’estate e l’inverno in stagioni tropicali, quali a Cagliari non s’erano mai viste. Ma anche quella volta è stata una corsa contro il tempo. E infatti fuori, nonostante i restauri, il mercato di San Benedetto mostra ancora le sue ferite dovute agli anni.
Appena si entra, però, le cose magicamente cambiano.
Varcato l’ingresso principale, ci si trova subito davanti al reparto carni bianche, macabro spettacolo di polli impiccati e quaglie imbalsamate, mentre, oltre i sacchi di lumache, lungo le pareti, corrono i box delle carni rosse, o arrossate dal sangue degli agnellini, dei maialetti eviscerati, con i fegati puliti in bella mostra, e i cuori nascosti tra i tagli freschi.
A metà del mercato, sotto bandiere del Cagliari che pendono minacciose dall’alto, pane, salumi, vini, formaggi e dolci sardi creano come una tregua, fuori dai toni accesi di quel colorato mattatoio.
Nelle corsie centrali, invece, è tutto un tripudio dei colori bianco-verdi delle verze e dei finocchi, rosso-viola dei peperoni e delle melanzane, bruni delle cipolle, gialli delle banane, scuri dei funghi prataioli e dei porcini, arancioni, d’inverno, dappertutto, come in un mare in piena, dei mandaranci e dei mandarini. Lo stretto labirinto è occupato interamente dai piccoli contadini che lottano sino all’ultima goccia d’energia per imporre i loro prodotti. Il problema, infatti, è che questi coltivatori vendono quasi tutti le stesse merci: asparagi, broccoli, cicorie, bietole, carciofi, favette… passare è quasi un’impresa, ed uscirne un trionfo, soprattutto con la convinzione di non essere stati truffati dall’abilità contrapposta di quegli astuti sensali.
“ Signora… questi sono sardi… “
“ Signora… questi altri sono coltivati senza conservanti, tutto in modo naturale… “
Le signore, appunto… le regine del mercato.

Come la signora Sanna…
Anche se lei, propriamente, non era una regina del mercato. La signora Sanna era in realtà una patita della musica classica e del vino, una balena vorace che si saziava delle note musicali come della Monica in quantità industriale, come un’assatanata del sesso e dell’alcool, delle posizioni più estreme del Kamasutra e dei retrogusti tannici più profondi… molti, nel giovane quartiere Fonsarda, dicevano che fosse proprio quello il motivo dei chiodi fissi della signora: la mancanza di sesso che il marito maresciallo convogliava convenientemente su prede migliori della consorte.
E forse per questo la signora si cibava delle ouverture di Wagner o delle bottiglie di Monica di Sardegna, della Cantina Sociale Marmilla di Sanluri, dove era di stanza il marito, quasi fossero le ritmiche percussioni pelviche di un maschio selvaggio.
Nonostante ciò, a mia madre stava bene trascorrere una sera alla settimana a casa della signora Sanna, perché lei era sempre stata una vera intenditrice di musica classica, e d’altronde nessuno, tanto meno lei, aveva la collezione di 33 giri della benestante moglie del maresciallo.
In quanto al vino, aveva escogitato un trucco che le permetteva di non seguire la signora Sanna nelle sue ubriacature dionisiache al ritmo delle cavatine rossiniane. Si faceva riempire un calice e lo svuotava lentamente facendoselo rabboccare ogni volta lievemente, sempre più di rado man mano che la signora veniva abbattuta dai fumi dell’alcool.
A lei importava soprattutto ascoltare della buona musica, tutto il resto era contorno.
E neanche a me dispiaceva, per la verità, accompagnarla a quelle serate, vista la sicura presenza della graziosa giovane figlia della padrona di casa, che veniva puntualmente costretta dalla madre ad assistere in silenzio, quasi come in una macabra premonizione del suo futuro disagio di donna sposata.
Appena la fonovaligia attaccava un’aria di Verdi, infatti, io mi incantavo meccanicamente a seguirne i riflessi sulle già promettenti forme di Monica (confesso che mi venne il dubbio che l’avesse chiamata così a causa del suo amore per quel vino…), e dimenticavo le mie frustrazioni adolescenziali.
Mi fissavo, per ore, a guardare le carni morbide muoversi al ritmo della musica, come un ebete pago dell’evidenza di una realtà fino a poco tempo prima sconosciuta, nemmeno immaginata. E attendevo la successiva serata.
Ora, però, siccome alla signora Sanna non era parso vero d’aver conquistato un’amica così fedele (cosa mai successa prima nella sua triste vita…), aveva praticamente costretto mia madre ad accompagnarla alla rituale quotidiana spesa al mercato di San Benedetto, e io con lei, e Monica con me…

Ogni giorno la signora Sanna e mia madre trotterellavano veloci davanti a noi…

Il Mercato di San Benedetto era la cattedrale laica di un territorio costellato ancora da pigri cantieri e campagne fuori dal tempo… nel breve percorso di stretti sentieri e alberi spontanei, superata Villa Muscas, che in realtà era la scuola agraria, il mercato appariva come il totem di un quartiere ancora senz’anima. C’era in tutti un senso di reverenza nell’entrare ogni volta in quel monumento profano della modernità, che invece per me costituiva soltanto il primo assaggio di un sesso furtivo e reale nella mia acerba vita di adolescente brufoloso della periferia cagliaritana.

Tra i banchi occupati dalle verdure, dalla frutta e dalle carni, appena le due donne si fermavano a contrattare con il macellaio di turno per ammorbidirne le pretese economiche, noi assaporavamo con sempre minor innocenza le gioie del contatto sessuale. Era un bacio furtivo, più spesso una palpatina ai glutei, ma quello era lo sviluppo massimo del nostro romanzo erotico, e tanto doveva bastare.

Andò avanti così, per mesi, senza particolari passi avanti e questo sembrava darci sempre maggior sicurezza.

Poi, improvvisamente, la signora Sanna sparì per seguire il marito maresciallo trasferito a Cuneo per un’inaspettata promozione, e chissà se anche nella piccola città delle Langhe trovò un’amica occasionale pronta ad assecondarne le opportune per lei maratone musicali.

Fatto sta che sparì anche Monica, e così quella mi apparve addirittura come la fine di un‘epoca, come quando un sogno è interrotto da un rumore improvviso, banale, che ci lascia un ricordo sfumato, ingigantito dalla difficoltà di focalizzarlo come ci appariva in origine, anche se non ci si vuole più rinunciare…

Passarono molti anni, e io cominciai a frequentare il mercato più bello d’Italia come un turista, affascinato più dalla sinfonia dei suoi colori che dalla necessità di rimediare la spesa quotidiana. Così, un giorno (non ero ancora sposato), mentre passeggiavo distrattamente tra le corsie del reparto ortofrutta, mi sentii chiamare alle spalle.

Mi girai e vidi un’insegna: Monica di Sardegna… Lei era lì, stretta in un camice bianco che ne metteva in risalto le forme sempre più generose, pronta a raccontarmi la sua vita senza di me.

Io, però, non sapevo cosa dire, nonostante lei mi aiutasse con un sorriso ammiccante.

Era diventata una bella donna, piena, di salute e di tutto il resto.

“ Buffo, vero? Dopo tanto tempo ci incontriamo nuovamente al Mercato di San Benedetto “.

Ne convenni.

Poi vidi, accanto a lei, un ragazzo massiccio e basso che serviva il rosso con l’abile destrezza data dalla lunga esperienza.

Lei si accorse del mio debole sorriso e me lo presentò… “ Efisio, questo è Vincenzo, un vecchio amico… Vincenzo, lui è mio marito, sta studiando da enologo… “

Gli strinsi la mano e, congratulatomi per quella scelta appropriata, me ne andai subito, con una scusa.

Non so perché, ma da quel giorno non sono più entrato in quel magico luogo.

Soltanto quando assaggio un bicchiere di Monica, ancora oggi, sento il brivido causato da quei baci furtivi, da quelle palpatine ai glutei, e allora mi scolo l’intera bottiglia e metto su un Lp di Wagner o di Rossini sulla mia vecchia, polverosa fonovaligia degli anni Sessanta che conserva ancora il sapore antico delle forme di Monica…

 

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