Le luci di Torino.

 

“Quando ho visto il tuo nome, sulla brochure dell’hotel, mi son detto che era il caso a farci incontrare nuovamente, dopo tanto tempo”.

Il viso di Cristina s’illuminò.

“Sapevo che avresti fatto carriera… ma non pensavo fino a questo punto”, continuò lui.

“Quando sono partita mi sono guardata attorno… avevo una laurea in economia e un discreto gusto estetico. Ho fatto due più due e mi sono buttata nel settore alberghiero. Per sei anni è arrivato un lavoro da direttrice in un modesto hotel di Rivoli, che ho trasformato in un piccolo gioiello… poi, un giorno, ho ricevuto questa offerta ed eccomi qui”.

Ora crederà che l’invidi veramente, pensò Paride. Sorrise e girò lo sguardo attorno a lui.

Gli era sempre piaciuta quella piazza, così torinese, con tutti quei palazzi severi ma rassicuranti.

Il monumento del duca che ringuainava la spada dopo la vittoria di San Quintino era imponente.

La chiesa più antica, che portava il suo nome, sempre leziosa, oltre la folla che ne nascondeva il prospetto… il rosone, semplice, con quei raggi rigorosi che stritolavano ogni sguardo desideroso di posarsi altrove.

Sorseggiò il tè con gusto, quindi si rivolse nuovamente a Cristina.

“Ti va di fare una bella passeggiata?”

“Sì… facciamo così, ci penso io… Prendiamo l’auto, l’ho parcheggiata a pochi passi da qui. Le luci di Torino sono bellissime di notte”.

“D’accordo”.

Si alzarono e raggiunsero lentamente il parcheggio in via Giolitti.

Quando Paride vide la Porsche Cayenne fece un salto.

“Un’auto splendida, complimenti”.

“Ma tu non avevi una Ferrari fiammante?”

“Sì, ma sai, con tutto quello che costa tenere un’auto del genere oggi…”

“Già”.

Le luci di Torino sono soffuse, non intense, come quelle di Parigi, pensò lui… le bugie riescono meglio.

Passarono al largo di Piazza Castello, sfiorarono Piazza Solferino e volarono nel traffico accanto alla Cernaia e al monumento del re, alto e maestoso sopra la città.

Quando arrivarono all’hotel, lei entrò nel parcheggio. Gli prese la mano, sicura, e lo accompagnò verso la piccola suite.

Lui la seguiva, docile. Entrato in camera, si riempì un bicchiere di whisky.

Cristina si avvicinò tendendogli la sigaretta che le pendeva un po’ fuori luogo da mezz’ora su quelle labbra carnose che aveva sempre esibito con orgoglio.

Paride si disse che nonostante l’età lei conservasse ancora qualcosa di nobile nel suo sguardo. Decise che per lui era bella, anche se bella, forse, non lo era più… una vera donna, questo sì, per di più in carriera, e questo l’aveva fatto sentire nuovamente orgoglioso.

Lei si muoveva in maniera nervosa, ma sempre elegante.

La camicetta aderente le metteva in risalto il corpo ancora tonico e vitale.

Lui le toccò i capezzoli e lei si lasciò andare.

Lui la guardava negli occhi.

Si sentiva finalmente sua. Era quasi inebriata dal fatto di essere corteggiata dal bel Paride che, quando ancora erano al Liceo, non l’avrebbe mai degnata di uno sguardo simile… la sua mente, per un attimo, era quasi protesa verso un sogno impossibile, senza legami, vincoli di carriera… c’erano soltanto lei, rampante ma in fondo timida Capo ricevimento di un grande hotel e dall’altra lui, Paride, irraggiungibile playboy che per vivere non aveva mai avuto bisogno nemmeno di pensare al lavoro.

Quando tutto finì, a lei era sembrato d’aver fatto all’amore in un modo nuovo e speciale, a lui di aver fatto come sempre il suo dovere.

E’ un gran vantaggio, pensò lui, non sbagliare mai un colpo, anche quando si fa l’amore soltanto per dovere, o forse per inganno. Non dormì, pensando a come sfruttare quel vantaggio che si era costruito così abilmente. Alle tre di notte crollò e sognò di rubare a un bambino. Non era mai stato così facile. Si svegliò all’alba, ancora stretto a lei in un febbrile abbraccio. Così, non appena i riflessi del sole erano penetrati tra i vetri, lui si era scostato, spostando leggermente di lato Cristina, quasi con fastidio.

Cosa ci faceva lì, lui che, quando da ragazzo frequentava le feste del Lido, si muoveva con quella sfrontatezza inconscia che gli rendeva facile ogni impresa. Entrava sicuro, come per la riscossione di un tributo a lui dovuto, si concedeva con indifferenza, come nell’assolvimento di un dettaglio di poco conto.

Rabbrividì a quei ricordi. Si guardò allo specchio, invecchiato. Guardò ancora una volta la donna, avvolta dalle coperte, certo non bella come le donne che avrebbe potuto ancora avere se solo…

Eppure, dopo anni, avvertì per la prima volta la possibilità di una nuova libertà. Quella più facile.

Ora, grazie a Cristina, avrebbe potuto risolvere tutto. E si sentì nuovamente, diversamente felice.

Non poteva più contare su quel ridicolo lavoro che gli avevano procurato per pura pietà. Non era tagliato, e ora sarebbe andato lì soltanto per scrupolo, ripescando dal suo repertorio le battute più ovvie. Sapeva che non sarebbe riuscito nel suo intento, e allora avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di quella donna, anche se non aveva più la spavalda purezza di quando era ragazzo, ma l’avrebbe fatto egualmente. Ne aveva troppo bisogno.

Ciò che contava, ora, era il risultato.

Si alzò e si fece la doccia.

Fuori l’aspettava il mondo reale.

 

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