Dieci anni dopo.

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L’albergo era esaurito per il Congresso di Medicina fisica e riabilitazione che si sarebbe aperto l’indomani.

Cristina diede le ultime raccomandazioni all’addetto alle prenotazioni. Era nervosa. Lui sarebbe arrivato tra un’ora, con il Frecciarossa delle undici.

Paride. Erano dieci anni che non si vedevano.

Dieci anni da quando lei, una donna, gli aveva detto che le sarebbe piaciuto avere una storia con lui. Dieci anni da quando Paride aveva risposto che gli sarebbe piaciuto, sì, anche a lui, ma che in quel momento aveva una storia seria, impossibile da troncare. Tutte scuse, lei lo sapeva, ma almeno ci aveva provato. Erano in Terza liceo, e comunque avrebbe dovuto pensare soprattutto allo studio. Poi, invece, dopo le prime volte che ne aveva incrociato lo sguardo, non ce l’aveva più fatta, ed era tornata a Torino, dove viveva la madre. Ne era tremendamente innamorata e l’unica medicina, in quel momento, sembrava essere il distacco.

Dopo dieci anni, però, quella medicina non aveva avuto alcun effetto, e lei, quel giorno, attraversata la strada, e infilatasi nell’ingresso laterale della stazione, si preparò a corrergli incontro come se nulla fosse successo. Dieci giorni prima, infatti, nella casella della posta elettronica dell’albergo, aveva trovato un suo messaggio, “all’attenzione della dottoressa Cristina Lai”, in cui le comunicava che sarebbe arrivato a Torino per il Congresso di Medicina fisica e riabilitazione e la pregava di prenotargli una camera, “in ricordo di un puro e reciproco sentimento che non si era mai spento”.

“Medico… un medico famoso…”, pensò Cristina, e si sentì ancora più innamorata.

Lo vide che arrivava, ritto, con il trolley magicamente sospinto soltanto da indice e medio della mano sinistra.

Paride sorrise, bello come dieci anni prima.

Si abbracciarono come due vecchi amici, e lui tardò quel tanto a mollare la presa, il tempo sufficiente a farle intuire un interesse che andava oltre i limiti della cortesia.

Ci sapeva fare, Paride, e non soltanto con le parole.

Lei molto meno. Era brava soltanto con i dipendenti. Tanto che riuscì a formulare tra tutte la frase più banale.

“Com’è andato il viaggio?”

Lui non rispose. Le carezzò invece la guancia.

“Dai, andiamo… sei la solita imbranata”.

Cristina abbassò lo sguardo, ferita da quella battuta. Paride non era cambiato, ma poi pensò che in fondo se l’era meritata, quella risposta. Sempre così, lei. Sempre pronta a perdonarlo.

Lui, invece, si mosse agilmente verso l’uscita, prendendole la mano.

“Dunque ti trovi bene, qui a Torino. Sei… come si dice? Capo ricevimento in un grande hotel… e lo disse con una certa dose d’invidia. Lui, che non aveva mai provato invidia per nessuno, prima.

“E tu?”

“Io scrivo qualche articolo, ogni tanto, partecipo a qualche trasmissione, sai come sono queste cose”.

“Sei un medico affermato, immagino”.

Un medico affermato? E questa idea da dove l’aveva presa? Sorrise, quasi imbarazzato. Poi si ricordò della mail e capì come lei avesse equivocato. Lui… lui era un fallito, questa era la verità, ma a lei non poteva dirlo, soprattutto adesso. Tanto valeva stare al gioco.

“Affermato. Diciamo che riesco ad avere sempre una discreta clientela”.

“Si, lo so”, fece lei, che lo ricordava, dieci anni prima, pieno di fascino, di energia e di donne ammaliate dalla sua musica.

“Tu non hai certo bisogno di uno stipendio per vivere. Hai altro”.

“Già, figurati”.

“No, è la verità”.

D’un tratto si vergognava… Non era da lui, ma davanti a quelle parole che contrastavano con la realtà di un ex cantante di successo che arrivato al bivio della vita non era stato in grado di rinnovarsi né di mettersi a studiare e ora campava con pochi concerti all’anno, non riusciva a fingere oltre.

Certo, c’era quel lavoro che gli era caduto tra le mani quasi per magia, rappresentante di macchine medicali, ma… niente. Ora aveva l’occasione della sua vita e non se la sarebbe lasciata sfuggire, per niente al mondo.

Alzò lo sguardo.

Erano arrivati dall’altro lato della strada. Si erano mossi velocemente tra le corsie degli autobus e si erano trovati davanti l’imponente facciata ottocentesca dell’Hotel… Nel cielo si era aperto uno squarcio di sole, una rarità per Torino.

“Aspettami alla sala ristorante, arrivo subito”, gli disse lei, con fare rassicurante, dopo che lui ebbe poggiato i bagagli alla Reception.

“D’accordo”.

Annuì ed entrò nella sala ristorante, sicuro, senza nemmeno chiedere informazioni. Lesse la carta e chiamò il cameriere.

“Vitello tonnato, sedano riccio, acciuga del mar Cantabrico, Anullòt al Plin al sugo di arrosto o con granella di nocciole, Scottata di Fassone, verdure di stagione”.

“La degustazione piemontese… posso consigliarle il vino? Sarebbe perfetto un Barbera d’Alba doc del 2012”.

“Perfetto. Grazie”.

Un minuto dopo il cameriere gli era alle spalle… lui ebbe un tremito, non era abituato. Butto giù il primo calice. Si fermò per gustarlo pienamente. Era parecchio che non beveva qualcosa di così raffinato. A Cristina come al solito aveva mentito… Aveva perso tutto. Se non avesse ricavato in pochi giorni almeno diecimila euro avrebbe avuto gli strozzini alle costole.

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