Storia di un barbone.

barbone-panchina

Era Venerdì Santo.

Com’era potuto accadere?

Era Venerdì Santo.

Eppure tutto era cominciato allora, da quando lei era morta, ma in questo mondo, l’aveva visto subito, nessuno era disposto a capire, nemmeno quando si perde una moglie, una compagna, una collega in un incidente automobilistico, in quella Clio alla deriva sulla strada di Uta, con lui alla guida, e poi i minuti di terrore, i battiti che non si sentono, tutto che si ferma, il mondo che non pulsa, le urla che non arrivano, gli occhi che si chiudono e si riaprono, il buio, il freddo, il rumore che non c’è, lo stridore del silenzio. L’attesa, quella fredda e, infine, la morte che chiude tutto, senza appello, che si porta via tutto come una mareggiata quando inghiotte la sabbia e nasconde lo scoglio, come il fuoco che divora e disegna scenari inconsueti. Come in un unico fatale rimorso, senza sapere più costruire risposte.

Lei glielo diceva sempre di non correre, ma lui faceva sempre finta che fosse soltanto una sua radicata fobia, quella della paura dell’eccessiva velocità.

“Vedrai come supero quel trattore, amore”, aveva scherzato, e, invece, quel trattore aveva improvvisamente sterzato al centro, forse un colpo di sonno, forse un beffardo ammonimento del destino, forse una dannata anomalia.

Forse.

Perché, a pensarci bene, c’è sempre qualcuno che vira all’ultimo momento nel destino di tutti. Quel momento diventa imprevedibile e solo a posteriori possiamo dire: ho sbagliato.

Come nei sogni.

Forse.

Era passato un anno, forse.

E i sogni si erano moltiplicati.

Sogni dal contorno offuscato, buio, finché davanti a lui si apriva ogni volta un tunnel, blu, senza pareti, come la notte.

L’auto correva sulla strada di Uta, veloce, sicura, nonostante un trattore che s’intravedeva in fondo al rettilineo, subito dopo una curva.

“Vai più piano”, diceva la voce al suo fianco, e lui per tutta risposta aveva spinto a fondo il piede sull’acceleratore. Adrenalina che sale, vortice che assale, strada che abbraccia, sempre più stretta.

“Tranquilla, Sara, non temere”, aveva risposto, stringendo con entrambe le mani il volante. La strada e la curva lontana, la forza, la velocità, l’attimo che dipinge l’angoscia, quello strano colore che si avvicina e si sposta e ti sfiora, e provi a spostarti anche tu perché razionalmente sei portato a farlo, devi farlo e lo fai, ma non ci riesci e non vedi le lame di ferro che avanzano e squartano e gli sguardi e il respiro. E tutto si ferma.

Per sempre.

Era passato un anno, e all’improvviso quell’insegna l’aveva colpito perché era semplice, senza fronzoli. Semplicemente bar tabacchi. Si era fatto strada tra la folla che lo guardava. Lui sapeva soltanto che era stanco e che anche quella notte, nonostante l’arrivo del bel tempo, non sarebbe riuscito a dormire. Il cameriere invece l’aveva fissato con sospetto.

“Cosa avete di forte, cosa avete come antidoto ai ricordi?”, aveva detto, lui, con una ritrovata serenità, senza distogliere gli occhi.

“Un Filu ‘e ferru”, aveva risposto il cameriere, senza capire.

“D’accordo, dammi pure un Filu ‘e ferru”, assentì Vittorio, con un lievissimo sorriso. Il filo gli sarebbe servito per inseguire la memoria, il ferro per stringere gli occhi e la bocca e sentire il dolore. Insieme, quella sorta di grappa sarda lo avrebbe costretto a essere leggero e camminare su strade sconosciute. Non le conosceva, ma era certo che sarebbero state tutte in salita.

Aveva bevuto senza cercare soluzioni ai problemi, che rotolavano come biglie sempre più grandi. Quelle sfere le allontanava e le guardava quasi con soddisfazione. Sempre più lontane e più piccole. Aveva bevuto con metodo, quasi con parsimonia, sino a che la bottiglia non gli era parsa vuota. Appena fuori dal locale, non aveva più avvertito il panico che si era impossessato di lui soltanto un’ora prima. Pareva tutto più leggero e la città più soffice. Sembrava che a Cagliari fosse caduta, solo per lui, una neve sincera e pigra. Una neve che nascondeva la stazione, le strade, i palazzi.

Ormai era sera, ma lui aveva camminato a lungo tra i vicoli storici, tanto che dopo un po’ di tempo si era reso conto di essersi perso. Aveva come la sensazione di salire all’infinito, tra la neve e il mare. Ovunque si voltasse, trovava scale che lo confondevano fino a fargli girare la testa. La notte lo divorava. I bar ormai erano tutti chiusi, e lui si era chiesto che razza di città fosse quella dove tutti i bar chiudevano di notte. All’incrocio con il Largo era riuscito nuovamente ad aprire gli occhi. Precipitava, ormai, in un pozzo senza fondo, in quel presepe stantio e quasi inutile. In quel mondo dove tutto pareva costruito intorno alle scale e al vento che spostava le carte e, dal suo punto di vista, anche le panchine. Cadeva, ma in qualche modo era come se controllasse i suoi movimenti, a lunghi passi, sulla parete rigida che sprofondava ai suoi piedi. Così, a un certo punto, mentre rimbalzava tra le nubi false e i suoi pensieri, tutto si era aperto e si era trovato a terra.

“Si sente bene?”, aveva chiesto un passante premuroso.

Lui si era scosso: improvvisamente sembrava avesse le idee chiare. Aveva stretto gli occhi e si era guardato attorno. Il mondo, da quel punto di vista, era però più confuso di qualche ora prima.

“Sì”, aveva comunque risposto, muovendo le labbra a fatica.

Dove si trovava? Aveva scorto la sagoma illuminata del Comune. Si era alzato e si era diretto nuovamente verso la sua panchina. Si reggeva a stento in piedi, e aveva scansato per miracolo due auto che giravano verso il Largo. La gente lo osservava. Qualcuno commentava ironicamente.

“In fondo è solo uno di quei barboni che vivono con i soldi delle nostre tasse”.

Lui pareva non sentire. Aveva voglia, soltanto, di tornare sulla sua panchina.

Almeno lì, nel suo intimo rifugio, avrebbe potuto fare tutto più discretamente. Avrebbe abbracciato la sua coperta e ricercato una pace che non c’era. Un buco che si allargava, un imbuto dove gli occhi e i pensieri si incontravano.

Ma avrebbe finalmente dormito.

Forse.

Per sempre.

Forse.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...