Un giorno di festa.

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Il cielo plumbeo non promette nulla di buono, le previsioni del tempo hanno addirittura previsto una tromba d’aria sulla città di Cagliari, ma sul campo all’aperto del basket Sant’Eulalia è un giorno di festa. Arriva il basket Carloforte che, per giocare qui, nel vecchio quartiere di Marina, si è dovuto sobbarcare due ore di corriera, isola verso isola. Ritorna Emanuele, il figliuol prodigo.

Per onorare l’impegno, i nostri sfoggiano la rosa al completo, compreso un esile ragazzo iraniano, figlio di un medico sportivo di Teheran che lavora all’Ambulatorio di Medicina dello Sport. I ragazzi lo chiamano l’Inglese, perché non parla l’italiano, e nemmeno l’arabo. I ragazzi carlofortini sono delle montagne di muscoli, pesano il doppio dei nostri e ridono dell’altezza dei ragazzi sardi e degli altri.

La partita si rivela come nelle previsioni. Gli avversari solidi sotto canestro, i nostri guizzanti tra le aperture della loro zona. Nell’aria, però, c’è un profumo strano, di zenzero e curry, l’avvocato ci parla in punjabi, Mario ride degli italiani che votano Grillo e Salvini, Michael, che è un 2000, entra in campo con la follia di un ragazzo eternamente escluso. E noi ci dimentichiamo degli schemi del basket…

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