Un giorno di festa.

 

Vi ho già raccontato della squadra nella quale gioca mio figlio?

Beh, è una gran bella squadra.

Figuratevi che ci sono quattro italiani e uno di questi è mio figlio.

Il miglior giocatore viene dal Senegal, ma è nato qui.  Muove le gambe come una ballerina e non sbaglia un tiro.

L’allenatore è un cinquantenne ex giocatore di A, ma rigorosamente residente alla Marina e che di mestiete fa ancora l’artigiano.

Quest’anno poi sono arrivati due fratelli pakistani e due fratelli indiani, e il bello è che si passano pure la palla, anche i fratelli tra di loro.

La più brava, però, secondo me è l’unica ragazza, una rumena, che adesso è a Sassari perchè la mamma è un po’ incasinata col fatto che è una rom strana, che chiede l’elemosina controvoglia.

L’ultimo è un Cingalese, ma è sempre incazzato con tutti e per questo forse sta sempre in panchina.

Undici in tutto. Una perfetta squadra di calcio, se non fosse che giocano a basket…

Ah, dimenticavo, questa squadra sta per giocare la sua prima partita. Sarà una partita difficile, come le altre che seguiranno, visto che il nostro è l’unico campo all’aperto del campionato, torrido d’estate e glaciale d’inverno, ma ce ne faremo una ragione, perché la nostra è una squadra abituata a tutti i climi…

Stavolta il cielo plumbeo non promette nulla di buono, le previsioni del tempo hanno addirittura previsto una tromba d’aria sulla città di Cagliari, ma sul campo all’aperto del basket Sant’Eulalia è un giorno di festa. Arriva il basket Carloforte che, per giocare qui, nel vecchio quartiere di Marina, si è dovuto sobbarcare due ore di corriera, isola verso isola. Ritorna Emanuele, il figliuol prodigo, e i due fenomeni filippini, grazie al fatto che la mamma ha trovato un nuovo lavoro nel quartiere.

Per onorare l’impegno, i nostri sfoggiano dunque la rosa al completo, compreso un esile ragazzo iraniano, figlio di un medico sportivo di Teheran che lavora all’Ambulatorio di Medicina dello Sport. I ragazzi lo chiamano l’Inglese, perché non parla la nostra lingua, e nemmeno l’arabo. Lui abbozza e gioca. I ragazzi carlofortini sono delle montagne di muscoli, pesano il doppio dei nostri e ridono dell’altezza dei ragazzi sardi e degli altri.

La partita si rivela come nelle previsioni. Gli avversari solidi sotto canestro, i nostri guizzanti tra le aperture della loro zona. Nell’aria, però, c’è un profumo strano, di zenzero e curry, l’avvocato ci parla in punjabi, Mario ride degli italiani che votano Grillo e Salvini, Michael, che è un 2000, entra in campo con la follia di un ragazzo eternamente escluso. E noi ci dimentichiamo degli schemi del basket…

Non so perché, ma è come se avessimo vinto la nostra prima partita.

E intanto fuori, il Mercedes-Benz Sprinter di Chicco attendeva gli ultimi atleti…

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