Fondiaria sarda.

fonsarda_nel_1970

Dai sei ai quattordici anni vissi quasi esclusivamente nel quartiere di periferia dove i miei genitori si trasferirono quando un conte molto intraprendente trasformò i suoi campi di carciofi  in palazzi agili ed economici.

Dal mio attico all’ottavo piano dominavo i confini del mio mondo… dietro il mare, occultato dai gabbiotti delle antenne ma reale, davanti l’unico campo non lottizzato, convertito in parcheggio a disposizione delle poche auto dell’epoca, negli anni divenuto sempre più insufficiente e inaccessibile a causa dei fossi lasciati dai mezzi pesanti, e a destra il mandorleto, primordiale parco adatto ai nostri divertimenti semplici e scarni.

A sinistra, appena accennati, spuntavano i contorni del complesso dei campi di calcio addossati alle scuole elementari e medie, dove consumavamo le nostre mattinate tra le lunghe tirate oratorie del maestro Piras e le prime, ingenue ribellioni ai suoi pesanti scapaccioni. Per arrivare ai campi si doveva attraversare un ultimo, lungo filare di carciofi lasciato dal conte incolto, quasi un pegno al faticoso pagamento dei mutui da parte dei proprietari degli appartamenti, quasi tutti poveri impiegati.

Era un mondo dorato, dove fino ai quattordici anni coglievamo il frutto  delle nostre scorribande, un mondo perfetto, in cui anche l’evasione forzata, coincisa con gli anni del liceo, trasformava ogni esperienza a esso aliena in mitica sciagura.

Un mondo epico, dove ogni gesto assumeva i contorni dell’agile retorica di quegli anni, come quando, nel Sessantotto, ci consolavamo per la nostra acerba età  scappando nel giardino della scuola e scagliando pietre contro i vetri delle aule, in un empito di ribellione inconscia.

Fu alle scuole medie però che per la prima volta avvertimmo veramente il sinistro insinuarsi della storia.

Le energie, bruciate negli anni precedenti in virili sfide sui campi di carciofi, furono inghiottite dall’inganno della droga e metà dei nostri amici cancellati dall’anagrafe della vita.

Come Robi, figlio del tecnico radiotelevisivo del quartiere, che dai super8 vietati passò in breve tempo alle mai sufficienti tirate di cocaina. Come i figli del maestro Piras, uccisi uno dopo l’altro dall’eroina sotto il ponte delle case popolari.

Era il segno di un mondo non più mitico, ma legato ormai alla quotidianità di una cronaca che lanciava segnali inquietanti, anche quando si tentava di esorcizzarla con i toni della festa, come nelle domeniche a piedi durante le crisi del petrolio, o come dopo l’omicidio di Pasolini che tutti avevamo letto a scuola, senza capirlo, attratti più dalle cosce scoperte della professoressa di italiano che dalle sue simpatie comuniste.

Un mondo finito per sempre assieme alla nostra confusa infanzia.

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