Quell’ultima bottiglia di spuma.


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Oggi al Pan ho trovato questa bottiglia. Erano forse trent’anni che non vedevo una bottiglia di spuma, non la bevevo, non mi sentivo vintage al primo sorso di questa bevanda dagli ingredienti primari come l’acqua, il gas, lo zucchero e gli aromi naturali, e questa varietà scura in particolare, a metà tra chinotto e Coca cola, che ci faceva sentire alternativi e nostalgici a un tempo, da un lato rivoluzionari anticapitalisti e dall’altra almeno per una volta vicini ai nostri padri.

Scapigliati.

L’acquistavamo nell’ultimo magazzino che la richiedeva perché, a differenza della Toscana o del Veneto, dove la si mischiava con il vino e il salato, qui in Sardegna non l’abbiamo mai capita veramente bene e abbiamo ripiegato ben presto sulla più immediata bicicletta (misto di birra e gassosa), forse più adatta ai nostri climi caldi.

Il magazzino di fronte al Parco.

Quella volta, l’ultima prima che Betty decidesse di interrompere la richiesta di spuma, eravamo io, Pino, Peppe e Marcellino. Pino e Peppe amici del cuore, Peppe già in fuga verso le ragazze dell’Agrario, Marcellino, inarrivabile boss del campetto, attirato nella nostra scorribanda soltanto dalla presenza della spuma.

Decidemmo di bercela al Mandorleto. Il Mandorleto dove oggi sorge un Liceo scientifico e un campo di calcetto. Fu lì che Pino decise di giocarci le ultime tre spume a “chi ce l’ha più lungo”.

“Chi ce l’ha più lungo era un gioco che ci aveva tenuto compagnia durante l’infanzia, quando ancora c’era la curiosità di raffrontare le misure dei propri membri per riconoscere il capobranco. Ci si doveva calare i pantaloni e il perdente si sarebbe dovuto sottoporre al frustrante rito della manipolazione forzata da parte degli altri tre. Così, sino a crescita avvenuta.

Il problema ora però era che il gioco si imponeva a quattro tredicenni che cominciavano a capire che la misura dei propri membri fosse in fondo piuttosto relativa anche per i più biechi scopi sessuali. Perché allora Pino aveva proposto quell’anacronistico rito? Ma per accaparrarsi la bottiglietta di spuma, mi dissi, era evidente.

Mi feci due calcoli, forse tre. Era ormai noto che Pino ce l’avesse più lungo di tutti. Rimanevano Peppe, che a quanto si diceva non aveva più paura di tirarlo fuori, soprattutto perché ne aveva scoperta la più nobile funzione, e Marcellino, che, lungo o corto, non avrebbe certo accettato una qualsiasi ammissione d’inferiorità (il coltellino che spuntava dalla tasca la diceva lunga).

Trassi le conclusioni. Non mi sarei calato i pantaloni per giocarmi con lo scafato Peppe un primato tutto sommato effimero. Avrei rinunciato alla mia ultima spuma. E forse per questo, oggi, a distanza di più di trent’anni da quell’ultima spuma sfumata, dopo averne fatto una storica foto, non ho più resistito e me la sono scolata d’un fiato.

 

 

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3 thoughts on “Quell’ultima bottiglia di spuma.

  1. la spuma scura ricorda la mia giovinezza, quando al bar con gli amici, ordinavamo un bel bicchiere e dentro ci mettevamo insieme un ghiacciolo, magari alla menta, quasi ad infondere in quel miscuglio di aromi, quella bellezza semplice che a vent’anni, ti fa sentire grande anche solo per un momento…
    Bel post !

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