I destini dei padri.

 

Ogni quindici giorni, da due anni, io Salvatore e Giovanni ci rechiamo in una famosa birreria cagliaritana ad assaggiare tutte le migliori birre artigianali che il buon Carlo ci fa trovare puntualmente sul tavolo di rovere apposta per noi…

Il malto, il luppolo, il frumento lavorati con passione da monaci e maestri birrai di professione lentamente provocano in noi l’evaporazione dei problemi quotidiani della scuola e ci proiettano in un universo parallelo di aforismi, paradossi, spigolature artistiche e filosofiche di cui ormai non riusciamo più a far a meno.

Capita, spesso, che essendo Salvatore e Giovanni ormai maturi sessantenni, il passato affiori con sempre maggior frequenza, e qui avvenga il miracolo… nonostante io avanzi loro sette otto anni li seguo allora con trasporto nei loro viaggi linguistici e antropologici nella Sardegna più segreta.

E anche storici. Ieri, non so come, siamo finiti a parlare dei nostri padri e dei loro destini successivi alla guerra… mentre Giovanni raccontava della strana avventura greca del padre e soprattutto della fuga per i Balcani inseguito dalle milizie jugoslave, io ho provato a portare in primo piano l’avventura raccontata più volte dal mio, di padre, della sua strana avventura in Sicilia e soprattutto della sua fuga su una nave militare alla volta di Cagliari…

Quasi sfidato sul suo campo da un pivello come me, Giovanni ha allora testato la forza dei miei ricordi sul piano del primo voto democratico, quello che aveva sorpreso i nostri padri a Milano e a Sassari rispettivamente. E io gli ho tenuto testa.

Salvatore appariva buio, assente.

Proprio sul più bello, mentre io e Giovanni ci gustavamo una splendida belga fruttata, Salvatore ha avvertito il peso dell’alcool e lasciato il bicchiere ha detto la sua sull’anziano genitore…

Jorgi non si immischiava. Le sue convinzioni ce le aveva e non le aveva nascoste, a suo tempo, quando poteva costargli qualcosa, che non era di sinistra ma antifascista sì, da prima della guerra, che a casa sua avevano ospitato un confinato friulano – spedito a Gurusei perché ubriaco aveva raccontato al bar una barzelletta su Mussolini – e da allora si era fatto un’idea. E durante la guerra, comandato a Cagliari, si era beccato i bombardamenti, anche da molto vicino, che un giorno era stato scaraventato per lo spostamento d’aria – mentre soccorreva un compagno d’armi – sopra un muro di sacchi, per sua fortuna, con una scheggia nel polpaccio, ma già aveva visto tutto quello che c’era da vedere, perciocché il suo personale antifascismo ne era uscito più fermo di prima… Poi però si era staccato da tutto e non diceva più niente. Se non era per qualche arnese del ventennio ancora in circolazione, come Josto, avvocato di grido, imparentato coi Demela e padrino di battesimo di Domenico, che negli anni cinquanta si era candidato a sindaco di Gurusei per l’MSI e gli aveva chiesto il voto e glielo aveva detto chiaro e tondo che non glielo dava, che lui era antifascista, appunto.

“Allora, devo forse vergognarmi perché mio padre ha trascorso la sua guerra a Cagliari?”, ha aggiunto.

E presa la belga fruttata, l’ha svuotata d’un fiato.

Io e Giovanni siamo passati alla Grappa, senza più aggiungere nulla.

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